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giovedì 8 marzo 2012

 IL Futurismo
Nel 2008 Parigi, ha iniziato i festeggiamenti per il centenario del Futurismo, essendo la pubblicazione del Manifesto Futurista avvenuta il 20 febbraio 1909 su Le Figaro, come cercasse di appropriarsi di questa Avanguardia culturale, che tanto scalpore fece e tanta influenza ebbe sulla cultura ed arte del '900. Ciò è lusinghiero per il Futurismo e per l'Italia, che con questa vanguardia artistica uscì dall'ombra in cui era relegata da cento anni, dopo secoli di gloria.
Ma la pubblicazione del Manifesto è solo l'acme di un lungo lavoro preparatorio intrapreso da Filippo Tommaso (il suo vero nome era Emilio Angelo Carlo) Marinetti da svariati anni.
Nato ad Alessandria d'Egitto nel 1876 in una famiglia benestante, formatosi culturalmente in un collegio gesuita italo-francese, parla e scrive perfettamente anche in questa lingua. Si trasferisce poi con la famiglia a Milano e frequenta molto Parigi.
A Milano trova un clima culturale e sociale che influisce sulle sue idee e sulla sua formazione. Vi è il retaggio della Scapigliatura: una stagione orientata alla ribellione per la ribellione, inoltre la città si sta trasformando da artigianale ad industriale, creando nuove istanze sociali, ma anche un clima del tutto diverso dal provincialismo che si respira nel resto del Paese.
Marinetti, già laureato in lettere alla Sorbòna a soli 18 anni, si iscrive col fratello Leone a legge all'università di Pavia. Leone a soli 22 anni muore e questo sarà per Marinetti uno dei più grandi traumi della sua vita.
Si laurea anche in legge, ma subito dopo si dedica alla sua vera vocazione, la letteratura. Scrive e pubblica già nel 1902 poesie, opere teatrali, romanzi in francese sia in Italia che in Francia dove diventerà piuttosto noto. Vince il concorso letterario dei Samedie populaires con 'Vieux Marins'
Nel 1905 fonda, con Sem Benelli e Vitaliano Ponti, la rivista Poesia, a cui collaboreranno anche Carducci, Pascoli e D'Annunzio, e da qui partirà il suo lavoro preparatorio anche attraverso una operazione di aggregazione, e che dopo il '909 sarà l'organo ufficiale del Movimento. Posto poi preso, alla chiusura di Poesia, dalla rivista Lacerba di Giovanni Papini e Ardengo Soffici, a cui lui collaborerà, finendo poi con l'appropiarsene. L'idea del Manifesto Futurista non nasce quindi dall'oggi al domani ma da una lunga incubazione dovuta a tutte le esperienze socio-culturali del suo ideatore. In effetti la stessa parola “futurismo” non è sua, fu usata per la prima volta “Nell'augurio dell'Italia futura” più di 60 anni prima da Gioberti.
E già prima della pubblicazione su Le Figaro il famoso Manifesto del Futurismo era uscito su quasi tutti i giornali italiani, integralmente (come a Napoli su Tavola Rotonda dell'editore Bideri il 15-02), o parzialmente o riassunto, dato che M. lo aveva inviato a tutti, riscuotendo per lo più commenti ironici. Il primo a pubblicarlo integralmente fu la Gazzetta dell'Emilia di Bologna il 5-2. (In realtà Marinetti aveva ritardato la data del suo attacco sul fronte dell'arte e della società contemporanea a causa del terremoto di Messina.)
Ma è a Parigi da cui si deve partire per conquistare l'attenzione del mondo, da un secolo è infatti il centro culturale e artistico dell'occidente.
Sfruttando le sue conoscenze, corteggiando la figlia di un amico egiziano del padre (Mohamed el Rachi) azionista del Le Figaro, ottiene la pubblicazione del suo Manifesto, compreso il proemio preparatorio, sulla prima pagina del famoso giornale parigino, impegnato culturalmente e molto importante.
L'Italia è frattanto impantanata in una cultura troppo legata al passato, che non si rende conto di quanto sta accadendo intorno a sé: nuove tecnologie, scoperte scientifiche stanno cambiando il volto del mondo e quindi nuovi valori vanno formandosi e ci sono urgenze nuove che la cultura e l'arte non possono ignorare e non si può continuare a glorificare un mondo che non c'è più. Tutte idee che già circolano, ma il grande comunicatore Marinetti le urla a perdifiato e crea scalpore.
Marinetti ha compreso e usato la comunicazione di massa e l'impatto dell'eccesso scandaloso: bisogna far parlare di sé magari male, anche contro.
Ciò significa creare curiosità, notorietà, su un terreno già preparato negli anni dagli scritti suoi e dei suoi seguaci.
E il lavoro non si ferma, Manifesti, volantini coloratissimi, Serate Futuriste, conferenze, articoli, per cercare proseliti, che a loro volta facciano altri proseliti, contatti, lettere, un vero Public Relation Man. Marinetti girerà mezzo mondo con le sue performance, le sue opere, suscitando polemiche, risse, entusiasmo e disprezzo, curiosità, rifiuti, critiche, ma certo facendo parlare di sé e del Futurismo. Coinvolgerà nelle sue idee artisti di tutto il mondo, soprattutto giovani.

Ma cosa dice questo famoso manifesto che tanto fa parlare di sé e del suo autore?
Sono 11 punti o articoli (l'11 è il nro fortunato dei futuristi) in cui si propugnano tutte le nuove tecnologie e la loro bellezza: l'automobile viene detta più bella della Nike di Samotracia; in cui si vogliono distruggere tutti i musei; in cui si esalta la velocità e si condanna chi è legato al passato, si esalta la partecipazione dell'operaio come dell'artista, l'azione e la violenza e si definisce la guerra 'unica igiene del mondo', si proclama il disprezzo per la donna. E specifica che ciò che proclama viene dall'Italia.
A primo acchito tutto è piuttosto sgradevole, anche perché queste dichiarazioni sono espresse così violentemente che irritando non fanno troppo riflettere.
Le sue idee non sono solo sue, all'inizio lo stesso Croce, poi Bergson, Sorel, Nietzsche, saranno suoi ispiratori, e sono idee che molti condividono a cominciare da quelle della guerra, dell'azione anche violenta; quello che fa scandalo invece è il rifiuto del passato. Quanto all'entusiasmo per le macchine e la velocità già altri se ne erano fatti propugnatori: Mario Morasso giornalista e saggista che gode di grande fama e stima anche all'estero alla stregua di Bened. Croce, poi fondatore della rivista ”Motori, Aereo, Cicli eSports”, aveva già affrontato molti dei temi che tratterà M.
Anche il concetto di verso libero, che assieme alla parolibera, Marinetti propugnerà anche nelle sue opere, vedi 'ZAM TUMB TUMB, non è il primo ad usarlo, ma fu il poeta Gian Pietro Lucini, che poi collaborerà anche lui alla rivista Poesia.

La sgradevolissima frase sul disprezzo della donna in realtà è il rifiuto verso il tipo della 'donna ideale' romantica, esaltata in quel tempo, da D'annunzio in testa, che Marinetti non ama e che ormai detesta da quando si è proclamato Vate, alla morte di Carducci, lontana dal suo reale valore di donna che deve essere pari all'uomo, come infatti egli riterrà sempre la compagna e poi moglie Benedetta. I futuristi, cantori della forza e del dinamismo, detestano il romanticismo, il chiaro di luna e cose simili. Ma anche lo scandaloso distruggere i musei è soprattutto provocazione, perchè in realtà ce l'ha con chi resta ancorato a quello che è stato ed è cieco alle istanze del proprio tempo.
Ed è interessante a questo punto vedere come M, che rifiuta e contesta la cultura ufficiale italiana, scriva a Croce per averne consenso, magari adesione. Ma il filosofo si astiene dal rispondergli, forse presago dei contrasti futuri fra le idee del poeta e le proprie. Idee che toccano l'argomento più sensibile: la politica.
E qualche tempo dopo la vendetta dei futuristi: De Pero e Cangiullo inscenano il funerale di Ben. Croce durante una famosa serata futurista a Roma.
Inizialmente ispirato dal socialismo, proprio come Mussolini, Marinetti corre su binari convergenti col Fascismo (Croce dirà che il Futurismo fu il germe naturale del fascismo): l'esaltazione dell'azione, la partecipazione attiva delle masse operaie, anche violenta se occorre, la necessità della guerra........
Oggi si tende a rivalutare la figura di M. a proposito della sua adesione al fascismo, è infatti vero che se ne allontanò quando salì al potere cambiando il proprio volto, come è vero che scrisse una lettera (a suo tempo non divulgata) in cui protestava contro le leggi razziali e contro coloro che profittandone erano corsi ad accaparrarsi i posti importanti lasciati vacanti da insigni personaggi che avevano il torto di essere ebrei; ma se ne allontanò anche perché era mal visto dagli ambienti intorno al Duce, allontanandosi addirittura dall'Italia.
Però poi ci si riavvicinò molto opportunisticamente, quando il suo successo a livello europeo andò scemando e si mise al suo servizio. Lavorò per il Regime, fu fatto Accademico d'Italia e certo il fascismo non aveva cambiato il proprio volto né la propria strada.
Le idee futuriste investirono tutti i campi della cultura e dell'arte: dalla musica alla fotografia, dalla pittura all'architettura, dal cinema alla letteratura, alla musica e valicarono tutte le frontiere. Ed è interessante vedere come i suoi detrattori o critici in apparenza irriducibili, piuttosto rapidamente cambino idee e si leghino a Marinetti e al futurismo. Apollinaire per tutti, che apostolo del cubismo inizialmente s'indigna del futurismo e lo osteggia, poi si avvicinerà a Marinetti ed ai futuristi e ne dirà bene. Come nel contempo esperienze futuriste vengano disdegnate dai futuristi stessi quale quella fotografica di Anton Giulio Bragaglia, del tutto ingiustamente (i pittori ce l'hanno sempre avuta con la fotografia dalla sua comparsa).
Il punto di forza del Futurismo, nato come movimento letterario, fu certamente l'adesione del mondo dell'arte figurativa, Boccioni, Balla, Carra, Severini, Russolo, Sant'Elia e poi De Pero e tanti altri fanno esperienze futuriste anche se poi alcuni se ne allontaneranno per sempre.
Quando si dice Futurismo quindi è indubbio che tutti pensino all'arte figurativa e non ha torto, perché è la manifestazione futurista che resta più pregnante nel mondo culturale ed artistico, quella che più di tutte verrà seguita, imitata, che porterà più di ogni altra l'Italia sulla ribalta mondiale dell'arte, facendola uscire dal pantano della tradizione.
Fu fortuna o destino che fece sì che i pittori che bussarono alla porta di Marinetti a via Genova 2 a Milano, sua abitazione e quartier generale, per aderire al Manifesto fossero delle grandi personalità oltretutto sinceramente e fortemente coinvolte dalle idee Futuriste? Boccioni, Balla, Carrà, Severini, Russolo che nel suo salotto subito scrissero il Manifesto della Pittura Futurista a cui si unì Antonio Sant'Elia, che purtroppo per la prematura scomparsa in guerra, quella guerra tanto glorificata dai futuristi, ci ha lasciato solo disegni delle sue ardite architetture che guardate oggi sono davvero precorritrici della grande metropoli, anche più ardite, razionali e futuristiche di quelle reali. Un piccolissimo esempio, li avrete visti nei film americani e se andate al Centro Direzionale ne potrete prendere uno: parlo degli ascensori tutti di vetro che scivolano sulle pareti esterne degli edifici. Perchè gli ascensori non devono più 'nascondersi nelle viscere dei palazzi' scriveva Sant'Elia.
E voglio anche ricordare un personaggio come Russolo, musicista, poeta e pittore e anche delizioso disegnatore, che con il suo 'intonarumori' sarà in certo senso un precursore in Italia della musica dodecafonica di Schomberg, e addirittura di quella elettronica.

Ciò che soprattutto vogliono rappresentare i pittori futuristi è il movimento e tutto quello che ciò implica, e la simultaneità delle azioni e della sua memoria nel tempo in cui si attua, le emozioni che ne derivano, la partecipazione di chi guarda che viene posto al centro dell'opera con le sue sensazioni e non più al di fuori. E sarà Boccioni il più grande interprete di quell'elain vital (slancio, impeto vitale) di cui parla Bergson, filosofo a cui molto devono sia i cubisti che i futuristi. Ed è certo che sono questi ultimi i migliori interpreti del suo pensiero. Come è certo che la scultura di Boccioni 'Forme uniche nella continuità dello spazio' è il massimo capolavoro del futurismo e uno dei più grandi dell'arte in genere. Il dinamismo delle forme piene e vuote, delle linee dinamiche nello spazio hanno dato vita, a mio avviso, ad una delle opere più significative ed emozionanti della storia dell'arte di tutti i tempi.
I pittori futuristi partono tutti da esperienze divisioniste, allora in voga in Italia, (derivate dal pointillisme), cioè l'uso del colore puro messo a piccoli tocchi ravvicinati, che ha la proprietà di dare un effetto di maggiore luminosità del colore, tecnica che nasce da scoperte scientifiche nel campo dell'ottica e che in parte continueranno a sfruttare. E la luce è uno degli obiettivi dei futuristi, ma non quella naturale bensì quella elettrica. Via la luna viva i fanali.
Naturalmente le mostre dei Futuristi creeranno scompiglio, polemiche e critiche. Alla prima mostra dei futuristi a Parigi 'La risata' di Boccioni verrà sfregiato. Ma l'influenza di questa nuova Avanguardia artistica toccherà molti. E dal suo tronco possente nasceranno ramificazioni futuriste di ogni tipo e in ogni luogo.
Nascerà il futurismo russo, in Inghilterra il Vorticismo, il cubismo e gli stessi Picasso e Braque ne verranno sia pur per breve tempo coinvolti con esperienze cubo-futuriste, ma le opere cubo-futuriste verranno molto criticate e Delanuy fu associato ai futuristi per la sua 'Figura che scende le scale', anche se asserisce di averla dipinta prima che apparisse il Manifesto, protesta e si dissocia, ma ancora molti ce lo rifilano come tale, e questo ci fa ancor meglio comprendere come il pensiero futurista fosse nell'aria. Nascerà l'Orfismo, quello che potremmo definire un ibrido tra esperienze cubiste e futuriste.
L'opera di divulgazione marinettiana e dei suoi continuerà a battere incessantemente tutta Europa, persino il Sudamerica, non dimenticando però l'Italia, con eventi di ogni genere, pubblicazioni di Manifesti persino dell'arte culinaria.
E' questo il periodo del Futurismo Eroico, la prima stagione del Futurismo che finita la Grande Guerra vivrà un periodo di dimenticanza in quanto nuove avanguardie si affacceranno alla ribalta e molte idee andranno cambiando dopo la terribile esperienza di una guerra devastante che ha costretto il mondo ad esperienze mai prima vissute facendo morire in molti certi entusiasmi, utopie e anche smargiassate proprie di questo Movimento di pensiero e di azione.
Tornato Marinetti in Italia non cesserà mai la sua opera di divulgazione del Futurismo, facendo aprire una nuova stagione di quest'Avanguardia che intanto è stata superata da altri concetti e avanguardie quali il Dadaismo, il Surrealismo, l'Astrattismo, il Concretismo e così via. Bisogna dire anche però che le idee artistiche futuriste hanno ancora una valenza concettuale e molti pittori delle nuove generazioni vi si avvicineranno facendo vivere la stagione del Secondo Periodo Futurista, quello inaugurato dall'Aeropittura nel '29, nuova passione di Marinetti è l'aereo, e che finirà nel '44 con la morte di Marinetti. Stagione chiusa proprio ufficialmente con una cerimonia e l'apertura di un centro che conservasse le memorie del Movimento.
Non si può negare che questa seconda stagione ebbe molti adepti, ma anche che i futuristi di questo periodo risentono delle esperienze delle altre avanguardie, soprattutto di quella cubista.
Quale fu sin dall'inizio il rapporto di Marinetti con la nostra città e della città con lui?
Napoli, come tutte le città del Paese ebbe le sue serate futuriste, le sue polemiche, le sue risse, i suoi adepti e i suoi critici. Tra l'altro Futurista della prima ora fu Francesco Cangiullo, personaggio poco noto oggi forse perché non eccessivamente messo in luce da Marinetti che però lo 'usò' molto. Poeta e pittore che divenne quasi il braccio destra di Marinetti, che lo seguì dovunque e che compose un'operetta: Piedigrotta piena di suoni onomatopeici e con strumenti quale il putipu, lo scietavaiasse e il tricaballacche, strumenti che con i loro suoni violenti piacevano molto a Marin. Ma in genere l'accoglienza al Futurismo della classe colta e di potere non è né di troppa simpatia né di troppo interesse. Roberto Bracco se ne distanziò quasi con sdegno, anche se poi i suoi rapporti mutarono (come sempre abbiamo visto accadere) tanto che Marinetti lo salvò con altri dal carcere, data la sua posizione nel Fascismo.
C'è un personaggio molto interessante: l'editore Casella, che ha rimesso in sesto la propria casa editrice lasciatagli da padre in cattive acque e sarà poi il primo editore di Kaput di Malaparte, che resta affascinato da Marinetti e dal Futurismo e nei suoi locali di Piazza Municipio si terrà la prima mostra del Futurismo a Napoli. Casella diventerà molto amico di Marinetti con cui trascorrerà anche varie vacanze a Capri. Marinetti ama Napoli anche se ha parlato piuttosto male della città e dei suoi cittadini, ma c'è qualcosa che lo attira: il Vesuvio per lui è un simbolo di latente forza violenta, anche distruttrice e questo ovviamente gli piace; e scrive una poesia 'Spiralando sul golfo' dopo averlo sorvolato col suo idrovolante; Boccioni dipingerà 'Sotto la pergola a Napoli, gli piacciono gli scugnizzi che vuole nazionalizzare, gli piace la parola in sé, che viene da 'scugnare' (rompere) dal latino excuneare, e la usa dicendo: “a Croce opponiamo lo scugnizzo italiano”.
E infine ama Capri a cui non vorrà mai far toccare la sorte che vorrebbe per Venezia, riducendo il Canal Grande ad arsenale militare per dominare il 'Lago Adriatico' dopo averne raso al suolo le inutili testimonianze del passato. Marinetti e i futuristi amano molto l'isola dove si rifugiano spesso, fanno mostre, trascorrono periodi molto gradevoli e ne parlano bene entusiasticamente. La sua natura primigenia gliela fa amare. Anche a Napoli Marinetti viene comunque altrettanto volentieri. Un altro editore: Sprovieri di Roma, che vorrebbe prendere il posto di Casella per i futuristi, ma, con poco successo, apre una galleria d'arte omologa a quella romana: la Galleria Sprovieri a palazzo Spinelli in via dei Mille dove si faranno le mostre futuriste. Marinetti segue molto tutti i suoi seguaci in ogni luogo, anche quelli napoletani spronandoli, intrattenendo rapporti epistolari e amichevoli, proteggendoli ed aiutandoli.
Uno dei futuristi del primo periodo (1916) fu Emilio Notte. Notte era originario della Puglia ma per motivi familiari nel 1907 si trasferisce in Toscana e qui verrà a contatto con molte personalità artistiche e di alto livello culturale, a partire da Fattori, e tra cui Malaparte, Prezzolini, Soffici, e Marinetti dal quale sarà introdotto nel salotto milanese di Margherita Sarfatti. Dal '16 era ormai nelle file futuriste. Insegnò dal '24 al '26 a Roma nella Scuola Libera del nudo e dal '29 ebbe la cattedra di pittura a Napoli.
Con lui iniziò un metodo di insegnamento che rinnovò l'ambiente artistico napoletano dai vecchi stilemi imperanti post-ottocenteschi. Non poteva essere diversamente: un artista che aveva partecipato ad una delle avanguardie più importanti del tempo, conosciuto i più grandi pittori e uomini di cultura, non poteva che portare un soffio di rinnovamento. Ma non fu ben accolto, neanche lui, anzi piuttosto osteggiato e isolato per molti anni. Ma non dai suoi allievi di cui aveva la stima e l'ammirazione.
Dalla sua scuola usciranno poi artisti quali, Leone, Persico, Pisani, Del Pezzo. Emilio Notte è una di quelle figure un po' dimenticate, anche se di grande valore, e ci auguriamo che in futuro lui e la sua opera vengano studiate e valorizzate.
E' nel secondo periodo del Futurismo che Napoli è più coinvolta e gli artisti che vi operano sono anche influenzati da altri movimenti innovatori (es. Il Cubismo) per cui questo periodo si diversifica dal precedente.
L'elenco dei futuristi napoletani è piuttosto corposo, Piscopo, Buccafusca, Lepore, Jappelli, tra loro alcuni fondarono il Circumvisionismo, che si distaccava dal Futurismo per il rifiuto degli ideali di tipo fascista e dalla idea esasperata della macchina. Altri dettero vita all'UDA: Unione Distruttivisti Attivisti, Paolo Ricci, Mario Vittorio. E come in altre città nasce il Blocco Forze Futuriste Napoletane.
Nomi importanti fanno esperienze futuriste da Pierce a Ricci, a Pepediaz, a Buccafusca.....
Parlerò di alcuni di essi, anche perché ho avuto l'onore, ma soprattutto il piacere di conoscerli personalmente e non da lontano come mi è capitato con Notte o con Ricci quando ragazzina frequentavo il Liceo artistico.
Il primo che ho conosciuto fu Vittorio Piscopo. Ma la nostra non fu una conoscenza per motivi d'arte, almeno non di quella figurativa. Ci conoscemmo all'Auditorium della Rai nella stagione dei concerti sinfonici, la nostra fu una simpatica amicizia ma in realtà confesso che allora, ancora molto giovane, poco sapevo di lui oltre che era un pittore. Era molto più grande di me e non entrava nel mio panorama allora legato a De Stefano, Pisani, Alfano, ecc., amici, maestri, esperienze che entravano nella mia storia. Sapete come si è quando si è giovani: un po' superficiali e molto a senso unico. Per me il Futurismo si studiava, ormai contestualizzato, l'oggi era altro.
Piscopo scrisse: “...il Futurismo si qualifica come un nuovo principio filosofico...” Ed oggi non posso che concordare anch'io pienamente con questa sua definizione.
Poi ho conosciuto Roehrssen, ho visto le sue opere: mi invitò a visitare il suo studio in via Giotto. Ho trovato Roehrssen un uomo incredibile per la vivacità con cui mi parlava del suo lavoro e sappiamo tutti che fino alla fine ha lavorato anche ad opere impegnative fisicamente. Ma quando l'arte brucia dentro...non voglio essere retorica ma Roehrssen, come il Maestro Leone sono esempi che l'artista che è in loro non invecchia a dispetto del tempo che passa. Roehrssen appena ventenne nel '33 partecipò alla sua prima mostra futurista con successo. La seconda guerra mondiale lo allontanò dal suo lavoro e poi la morte della moglie e di un figlio lo fecero smettere di dipingere. Solo nel 1988, ormai settantenne riprese con incredibile lena ed entusiasmo e per vent'anni ha lavorato alacremente riallacciando forse quel discorso interrotto per eventi così difficili e dolorosi.
Infine il Maestro Antonello Leone, che tra l'altro è stato direttore dell'Istituto d'Arte Boccioni a Napoli. Anche col Maestro Leone ho una nota personale oltre che di conoscenza di lavoro. Una sera abbiamo scoperto che lui e sua moglie, l'indimenticata pittrice Maria Padula, erano cari amici di mia Nonna. Antonello Leone come artista invece l'ho conosciuto qualche anno fa presentando un suo lavoro digitale in una collettiva, stupendomi della sua vitalità e voglia di sperimentazione. Poi ho visto il suo lavoro e ho scoperto un artista impegnato in una costante ricerca espressiva. Ricerca che lo ha fatto notare dal critico Philippe Daverio che lo ha definito il 'caso Leone' e finalmente la città l'ha onorato con una grande mostra al Castel dell'Ovo. Sempre distratti i napoletani..... Anche lui, secondo me, come altri è stato penalizzato dal fatto di non essersi mai trasferito dal Sud.
Leone aderì al Futurismo entusiasticamente dopo aver assistito ad una delle  famose Serate di Marinetti. Marinetti lo affascinò, cosa che accadeva a molti giovani che hanno in sé sempre la voglia di nuovo, di sperimentare, il senso della ribellione. Leone ha superato il suo periodo futurista, però credo proprio che per lui sia stata una grande esperienza, molto vitale.
Voglio concludere con alcune riflessioni: la prima è che sono tante le cose non dette ma l'argomento è estremamente vasto anche perché il Futurismo è l'avanguardia che ha avuto la vita più lunga nella storia delle avanguardie, che hanno invece solitamente la proprietà di sparire o trasformarsi in tempi brevi, e che più di ogni altra ha avuto una risonanza eccezionale, lasciando un segno indelebile.
E' certo che la figura di M., anche nelle sue contraddizioni, è estremamente interessante e ci sarebbe ancora tantissimo da dire, per non parlare degli artisti più famosi, ma anche di quelli meno noti.
Ma del fondatore del Futurismo bisogna dire che esaltava un futuro più scattante, 'moderno' ma si esprimeva in modo roboante e retorico, ce l'aveva con la cultura ufficiale, ma voleva diventare lui e le sue idee la cultura ufficiale. Di contro bisogna ammettere che ciò che lui ha enfatizzato, esaltato, amato non è scomparso. E' stato il profeta di un futuro che è il nostro presente sia nel contenuto che nella forma. Il mondo si è sempre più meccanizzato forse come nessuno avrebbe previsto, e la velocità è diventata un elemento della nostra vita a cui non facciamo nemmeno più caso. La società, la vita di tutti sono cambiate per le cose che lui esaltava anche smodatamente. E soprattutto aveva capito più e prima di chiunque il valore della informazione di massa urlata, violenta, provocatoria e di quello che si può ottenere attraverso di essa. Addirittura ispiratore di grandi pubblicitari, precursore di quello che accade ormai ogni giorno ovunque e in tutti i campi.
Immaginate cosa avrebbe potuto fare se avesse potuto avere a disposizione anche la televisione ed Internet.
Maresa Sottile




































domenica 27 novembre 2011

La villa ‘ Floridiana ‘ ed il museo delle ceramiche

Il ‘Maggio dei monumenti’, iniziativa nata a Napoli e dilagata per l’Italia, ha contribuito ad una maggiore e più diffusa conoscenza dei beni artistici del nostro paese, dato impulso al turismo e aperte le porte di molti monumenti non sempre fruibili. Ma nelle nostre città vi sono splendide opere sempre visitabili che i cittadini, forse proprio perché sempre a portata di mano, conoscono poco o di cui poco sanno. Mi sembra il caso della ‘Floridiana‘, splendida villa neoclassica napoletana con annesso museo delle ceramiche e parco. Certo non c’è vomerese che non sia entrato in questo parco (meno quelli che non sono del quartiere) ma non tutti hanno visitato il suo museo e sanno la storia di villa e raccolta d’arte
Nel ‘700 la collina del Vomero cominciò a cambiare aspetto. Il villaggio rurale, che deve il suo nome al gioco del vomere che i villani facevano nei giorni festivi, quando da tutte le zone si riunivano per la messa e per passare il giorno di festa a svagarsi, cominciò a trasformarsi perché iniziava ad essere apprezzato dai ricchi proprietari di quelle terre, che presero a costruirvi ville per la villeggiatura: l’aria del Vomero è più fine e fresca di quella della città, i luoghi assai ameni ed i panorami incantevoli. A volte le stesse case coloniche venivano acquistate e trasformate dai nobili, anche stranieri. Infatti nel 1797 Francesco di Chervreaux comprò una masseria dal marchese di San Mango e la trasformò in una bella villa, rivenduta poi al capo della polizia borbonica, il detestato ministro Saliceti. L’acquisto era per la figlia, che però morì presto. Il vedovo principe Caracciolo di Torella a sua volta la venderà nel 1816 al re Ferdinando I, da poco rientrato dal forzato esilio di quindici anni in Sicilia. Lì la regina Maria Carolina era morta, ma Ferdinando, si era subito risposato con la piacevole Lucia Migliaccio di Floridia, vedova del duca di Partanna. Nozze morganatiche dato che la Migliaccio non era di sangue reale, quindi non poteva vivere a Palazzo ed il re la sistemò in un bell’edificio in quella che oggi è Piazza dei Martiri: Palazzo Partanna. Ma evidentemente voleva una residenza più consona dove Lucia fosse ‘regina’. Così Ferdinando comprò la masseria divenuta villa ed un’altra proprietà adiacente, divisa da un vallone, con un edificio che dopo vari passaggi di proprietà era divenuto luogo di preghiera dei frati del monastero di San Martino ed infine una caffeaus, parola -stranamente- italiana che indicava un luogo di ristoro per i gitanti estivi sulla collina.
Il complesso era vasto, verdeggiante ed affacciato sul panorama mozzafiato del golfo. Fu affidato per la sistemazione al più importante architetto della città, Antonio Niccolini. Questi ristrutturò ed abbellì i due edifici nello stile del tempo. Adeguatamente al luogo ed al suo gusto e carattere, Niccolini creò degli edifici semplici e ariosi, perfettamente inseriti nel paesaggio, e curò anche la realizzazione del parco. Unì con un ponte sul vallone le due proprietà ed insieme al direttore dell’Orto Botanico Denhart lo organizzò scenograficamente. Vennero utilizzate 150 specie di piante rare, in gran numero portate da altri paesi, di cui resta poco o nulla. E statue e finti ruderi, serre,(scomparsi); fontane, il teatrino all’aperto della Verzura, un belvedere circolare, gabbie per animali feroci donati dagli inglesi al re, con disappunto dei napoletani, che li detestavano. Il complesso verrà chiamato la Floridiana e la caffeaus Villa Lucia. La duchessa ama villa Lucia, trasformata in marcato stile pompeiano e vi alloggia, usa l’altra villa per la vita mondana. Si ricorda un favoloso ricevimento che diede per Carlo IV, suo cognato.
Quando la coppia reale morì, la proprietà andò ai figli del primo matrimonio di Donna Lucia. Così si smembrò: Villa Lucia passò di mano in mano ed è ora un condominio privato, anche se con dei vincoli, la Floridiana nel 1919 venne acquistata dallo Stato.
Un’altra storia s’intreccia con la Floridiana e il suo museo. Il duca Placido di Sangro, discendente del principe di Sansevero dell’omonima celebre Cappella, sposa nel 1854 Maria Caracciolo di San Teodoro. E' gentiluomo di camera di Ferdinando II e poi di Francesco II quando avviene l'Unità d'Italia va a vivere all'estero. E' soprattutto fra Parigi, dove risiede, e Londra, dove va spesso, che mette insieme una enorme collezione di piccoli oggetti d’arte, in gran parte ceramiche e porcellane. Rientrato a Napoli porta con sé la collezione che alla sua morte nel 1891, viene ereditata dal nipote Placido de’ Marsi, che continua ad arricchirla e nel 1911 la lascia alla città. Nel ‘24 Giovanni Gentile individua nella Floridiana il luogo ideale per la collezione: 5300 pezzi, che nel 1978 verrà arricchita dall’ulteriore donazione di Riccardo de’ Sangro, con altri 580 pezzi. Così è nato il Museo Nazionale della ceramica Duca di Martina, dal titolo del primo duca Placido de’ Sangro. Uno dei più interessanti e bei musei di ceramiche, porcellane, piccoli oggetti d’uso: ventagli, tabacchiere, bastoni…ed anche 28 tele, ricco di storia, di storie affascinanti, tutto in un luogo incantato dal cui giardino, immersi nel verde, davvero si gode un panorama splendido.
                                                                  Maresa

domenica 20 novembre 2011

Egon Schiele
e il suo tempo


Egon Schiele incarna lo stereotipo dell'artista: inquieto, scandaloso, ribelle, cocciuto, tormentato, dalla vita disordinata. Quest'immagine è confermata dalla bella mostra a Palazzo Reale di Milano, curata da Rudolf Leopold e Franz Smola, che l'hanno arricchita con opere degli artisti dell'epoca, da Klimt a Kokoschka, Moser, Gerstl, ricreando così l'ambiente, l'atmosfera in cui crebbe e lavorò Schiele.
Nato nel 1890, Schiele visse un momento molto vivace e importante della vita culturale viennese: la nascita della Secessione e poi dell'Espressionismo; ebbe anche una stretta amicizia con Gustav Klimt, artista ormai affermato, pur se non ne condivise la svolta più decorativa e di compiacente erotismo imboccata dall'amico-maestro, che ciononostante lo ammirò ed aiutò. Ma Schiele ebbe egualmente vita difficile. Tacciato persino di pornografia per le sue rappresentazioni estremamente realistiche del corpo femminile, poi accusato di stupro su una minorenne, accusa che cadde, finì 24 giorni in prigione per i disegni 'osceni' trovati in casa sua durante una perquisizione. Evento che lo fece molto soffrire. Tutto ciò non giovò alla sua 'carriera' artistica, e solo nel '18 cominciò a raccogliere i frutti del suo lavoro. Quando il suo matrimonio con Edith Harms nel '14 mise un po' d'ordine e serenità nella sua vita, si rasserenò anche un po' la sua arte e la Mostra della Secessione Viennese del '918 lo consacrò quale più importante artista austriaco, essendo anche morto Klimt. Ma era ormai tardi, pur avendo solo ventott'anni, la morte era in agguato: prima la moglie incinta Edith Harms, e tre giorni dopo lui, alla fine di ottobre furono falciati dalla spagnola.
Schiele ebbe indubbiamente un forte interesse per il corpo femminile, che ritrasse in disegni, acquerelli, tele mirabili, cominciando con l'adorata sorella Gerti, poi l'amante Wally, infine la moglie, aprendo alla pittura un modo nuovo di esprimere la sensualità. Eppure le sue immagini dal tratto acuto e nervoso non sono mai compiacenti, ma scavano nell'io più intimo. I suoi disegni (peraltro splendidi) ed i suoi dipinti vanno molto più in profondità in un'introspezione psicologica, mentale, molto inquieta e drammatica.
Maresa Sottile
pubblicato sul mensile Albatros del giugno 2010

sabato 19 novembre 2011

Il racconto fantastico di un grande artista
Mauritius Cornelis Escher


L'olandese Mauritius Cornelis Escher (1898/1972), è stato soprattutto disegnatore e incisore, ha prodotto una serie di acqueforti e xilografie molto apprezzate dagli intenditori e non solo, soprattutto dopo grandi mostre in varie città d'Italia, tra le quali una a Roma ai Musei Capitolini e Napoli a Castel Sant'Elmo nel 2005. Queste grandi esposizioni hanno avvicinato un pubblico più vasto ad un artista particolare ed affascinante con il suo mondo quasi sempre in bianco e nero in cui gioca, oltre alle capacità artistiche, una grande perizia tecnica e sperimentale.
Escher, poco incline agli studi scolastici, lasciò la scuola di Haarlem d'Architettura e Arti Decorative per seguire una importante scuola di disegno decorativo. Ma le sue valutazioni non erano molto lusinghiere e lasciò anche questa. Poi, come ogni artista volle fare un viaggio in Italia nel ’22. Nel ’23 tornò e vi si stabilì. Qui conobbe la donna che sposerà e a Siena farà la sua prima mostra che gli porterà subito un grande successo.
Girerà molto per l’Italia e la racconterà nei suoi disegni ed incisioni, soprattutto xilografie. Tanti paesaggi nelle sue incisioni, da Ravello alle montagne dell’Abruzzo, dai paesaggi della Calabria, a quelli notturni di Roma dove si stabilì. Disegni molto interessanti, eseguiti con una grande perizia ed anche sperimentazione nella tecnica dell’incisione, in cui si comincia a notare il suo interesse per le architetture, per certi giochi tra i bui e gli effetti di luce, per ‘effetti speciali’ nella rappresentazione grafica e la sua millimetrica precisione.
Ma nel ’35 Escher non tollera più il clima politico che si sta creando nel nostro paese e si trasferisce in Svizzera. E’ da adesso che inizia la sua produzione più affascinante e famosa. In una visita fatta in Spagna era rimasto molto colpito dall'Alhambra e dalle sue decorazioni moresche. Incominciò così a studiare il disegno ‘periodico’, il modulo, la divisione dello spazio su basi matematiche, la prospettiva, la ripetizione delle immagini nel disegno e nel suo sfondo che può essere uguale o differente e che diventa a sua volta immagine e l’altra diviene sfondo. Escher crea un mondo fantastico, molto più affascinante della realtà, in cui le figure nascono una dall’altra per ritornare dove sono nate, o dove le persone si muovono nello stesso edificio e non si potranno incontrare mai, dove in una bolla di vetro si vede una stanza in prospettiva deformata che permette di vedere quello che forse l’occhio non può. Il tutto rappresentato con una precisione matematica sbalorditiva. E si crea un mondo visionario, illusorio, fantastico, ma estremamente esatto grazie alle scienze matematiche e infatti matematici e psicologi si interessano ancora oggi alla sua produzione ed al suo precisissimo mondo fantastico, che tra l'altro ha influenzato molti disegnatori di fumetti. Ma le opere di Escher non sono solo questo, credo che quando Escher ha abbandonato i paesaggi per immergersi nei suoi studi scientifici, non sia stato solo per interesse e curiosità intellettuale, ma per ricercare una chiave espressiva di rappresentazione del suo mondo interiore. Egli infatti ci parla di armonia, di mistero della vita, di incomunicabilità, di casualità, di sogno, tutti governati da teoremi matematici: qualcosa che prescinde dalla semplice fantasia dell’artista, ma che da scientifico diventa cosmico ed incantato come il mistero della vita.
Maresa Sottile

martedì 8 novembre 2011

Marc Chagall
Marc Chagall è uno degli artisti più importanti del ‘900. Nato a Vitesbek (attuale Bielorussia) nel 1887 e morto in Francia nel 1985. Chagall ha attraversato il ‘900, conosciuto le avanguardie ed i più grandi artisti del secolo, ma non ne è stato influenzato.
Chagall nel panorama della pittura del secolo scorso è un artista unico, oltre che uno dei più noti anche al grande pubblico. Nessuno è stato più russo ebreo di lui e nessuno come lui è riuscito a raccontare il proprio mondo, la propria cultura, la propria infanzia, trasfigurati dalla genialità e fantasia della sua arte. Come tutti i grandi artisti del ‘900 ha stravolto le regole ed imposta la propria visione delle cose, della religione, dei sentimenti. Un mondo di isbe capovolte, innamorati che volano, violinisti che suonano sul tetto, ebrei erranti, e di colori fantastici, a volte materici, irreali ma funzionali al suo narrare.
Leggendo la sua autobiografia scritta nel ’30, periodo in cui sta a Berlino, anche la sua prima mostra fu a Berlino e con successo, ma poi il nazismo espulse le sue opere, si comprende che Chagall non avrebbe potuto dipingere altrimenti. Si capisce come sia rimasto in lui l’universo della prima infanzia, come sia stato formativo per il suo spirito.
Suo primo maestro è un pittore locale, Jehuda Pen, noto nella zona al suo tempo. Poi va a studiare a Mosca, lavorando per mantenersi, e finendo perfino in carcere perché essendo ebreo non ha il permesso di soggiorno, come se fosse uno straniero in patria. Nel 1910 va a Parigi vi si ferma fino al 1914. Conosce il lavoro dei più grandi artisti del suo tempo, lavorando anche fianco a fianco con loro, ma non si fa influenzare da nessuno non segue alcun movimento né è stato influenzato dall’opera di nessun altro artista. E’ rimasto se stesso. Nato in un paesino sperduto della Russia, in una povera famiglia ebrea, non ha mai dimenticato la sua cultura, la sua religione. Le esperienze della sua infanzia gli sono rimaste dentro per sempre, lo hanno formato e ce le ha rimandate trasfigurate dalla sua pittura onirica che ha dato loro valore universale. Tornato nel '14 a Mosca si innamora e si sposa nel '15, vivendo in miseria, eppure felice con il grande amore della sua vita: Bella Rosenfeld. Nel 1916 fa la sua prima mostra a Berlino. Ha successo, ma poi il nazismo lo metterà al bando lui e le sue opere.
Tornato nel '20 a Mosca lavora, crea un’Accademia, ma è troppo fantasioso e ribelle per inserirsi realmente nel regime.
Nel ’23 è di nuovo in Francia e la sua vita di povertà finisce, anche se in Russia Chagall ha conosciuto comunque una grande felicità soprattutto nel suo matrimonio per il grande amore che lo ha legato  alla moglie, che ha caratterizzato la sua storia fino alla morte di lei, ed ha anche partecipato alla vita culturale del suo paese con qualche incarico ufficiale. Quando si trasferisce a Parigi con la Bella e la figlia  la fortuna gli arride: Vollard, il celebre mercante d’arte anche di Picasso, lo mette sotto contratto, ed ha una vita serena di intenso lavoro. Tra le opere una serie di acqueforti per le ‘Anime morte‘ di Gogol, quelle per le Favole di La Fontaine e per la Bibbia. Nel ’41 si trasferisce a New York, Parigi è in mano ai nazisti. Rientrerà alla fine della guerra e rimarrà per sempre in Francia, attivo e vitale fino alla morte nel 1985 a 98 anni. Nel 1946 il Museo of Modern Art di New York gli dedica una retrospettiva. Chagall ha 59 anni ed è dal suo ritorno in Francia nel ’23 che comunque la sua opera ha successo.
Chagal ha saputo trasformare il mondo della sua infanzia povera ma magica, la sua cultura, in un un racconto mitologico e fantastico, eppure pieno di storia e pieno di umani sentimenti, non ultimi l’amore e la speranza, ed i valori della fede che travalicano le singole religioni. E il colore forte, contrastante, ha anch’esso una funzione poetica di gioia o di dolore oltre il contenuto pittorico. Come i suoi suonatori di violino seduti sui tetti, le sue case capovolte, i suoi ebrei erranti, i suoi mazzi di fiori…
Chagall resta un unicum nella storia dell’arte. Lontano da ogni corrente o suo collega, ha raccontato tutta la vita una favola che parla della sua patria, influenzato dalle icone del suo paese, dalle vignette che si vendevano nei mercatini paesani, dai colori vivaci delle matrioske, dalla sua grande famiglia con lo zio che suonava il violino, dai riti del suo paese e della sua religione, persino rappresentando Cristo in croce vestito con il classico tessuto usato dagli ebrei. E dall’amore per Bella, fonte di poesia, bellezza, gioia e speranza
                                                                                Maresa

venerdì 21 ottobre 2011

San Giuseppe delle Scalze
Triste storia di una splendida chiesa
(e non solo............)
Pubblicato sul mensile Albatros del febbraio 2011
Nel cuore della vecchia Napoli, a Salita Pontecorvo, quando questa zona era tutta giardini, fu costruito Palazzo Spinelli sul quale Cosimo Fanzaco nel 1619 edificò la bellissima chiesa di San Giuseppe delle Scalze, con annesso convento, per le suore Teresiniane delle Carmelitane Scalze, passato poi nel possesso dei Padri Barnabiti quale Casa Madre dell'Ordine.
La chiesa è l'unica di cui Fanzago, oltre al progetto, si sia occupato della costruzione, facendola eseguire dalla propria bottega e seguendone l'andamento. Indubbiamente l'edificio è davvero bello ed originale con la doppia facciata per adattare il nuovo edificio al vecchio. La prima facciata ripartita in tre piani con al secondo tre grandi arcate aperte con statue del Santo, di Santa Teresa e di San Pietro di Alcantara. Al di sopra vi corrispondono tre grandi finestre di cui la centrale mistilinea propria dello stile del tempo, un timpano rettilineo ne anticipa un secondo curvilineo prettamente barocco. L'ingresso immette in un atrio con volte e botte e a crociera che con una scala a forbice, cioè con due rampe, porta al vero ingresso della chiesa che è quindi al primo piano, in corrispondenza con quello che era il salone da ballo del palazzo. Ma entrare nella vasta chiesa a croce greca è davvero sconfortante. Se la facciata e l'ingresso con le scale sono in pessimo stato e con ripari per eventuali cadute di calcinacci e quant'altro, l'interno non esiste quasi visto che oltre la struttura in forte stato di degrado non c'è altro. Nel 1980 il terremoto fece crollare il tetto dell'edificio che fu di corsa abbandonato dai Barnabiti che non vi fecero mai più ritorno. Le tele che la ornavano ora sono nei musei cittadini e la proprietà è condivisa tra Comune (infatti l'antico convento è diventato sede di scuole) e Curia. Affidata all'inizio ad un padre oblato di S. Maria Addolorata molto anziano che ogni tanto vi organizzava delle manifestazioni, alla sua morte restò del tutto abbandonata. Fortunatamente da varia anni sia l'Associazione Archintorno sia il Forum Tarsia cercano di creare movimento ed interesse intorno a questa chiesa con visite guidate, conferenze e manifestazioni di vario genere. Inoltre non è ancora certo se l'edificio rientri nel DOS, Documento Orientamento Strategico, dell'UNESCO che dovrebbe stanziare 240 milioni di euro per i monumenti di Napoli.
Purtroppo sorge il dubbio che l'UNESCO questi milioni non li darà mai vista la situazione della città di cui questa strada appare come un simbolo. Oltre la chiesa di cui fin qui sullo stesso lato c'è l'edificio dell'ex carcere Filangieri ormai chiuso e non adibito ad altre funzioni, che comprende nel suo edificio la facciata di una bella chiesa barocca usata come abitazioni in tutte le sue parti. Poco più su un'altra facciata barocca di un'ipotetica chiesa o forse di un palazzo anche questa costruzione adibita ad abitazioni. Lascio al lettore qualsiasi considerazione in merito a quanto riferito, aggiungendo solo che in città ci sono altri casi come o simili a questi. Maresa Sottile



mercoledì 12 ottobre 2011

Maria Algranati e Francesco Gaeta

Maresa Sottile
Rettifica e commenta un libro
Pieno di inesattezze molto sgradevoli

Tempo fa lessi in rete un articolo sul Corriere Adriatico nel quale qualcosa mi infastidì molto. Il Corriere Adriatico (15-4-2011) riprendeva delle notizie da un libro, inesatte e quasi offensive nei confronti di mia nonna, Maria Algranati. Scrissi una lettera di protesta e molto gentilmente il Direttore pubblicò la lettera e nella risposta, nella quale si scusava, diceva di aver preso quelle notizie dal libro Il conte di Montecristo di Miccinelli-Animato Ed. Mediterranee (1991?). Feci qualche ricerca sugli autori su internet, ma poi in quel periodo per gravi problemi personali accantonai la cosa.
Ora ho trovato le pagine del libro che parlano di Maria Algranati e ho potuto leggerle. Purtroppo è passato molto tempo dalla loro pubblicazione e non posso fare più nulla tranne che correggere e protestare e lo faccio. Davvero mi chiedo perché chi fa un certo tipo di lavoro non si documenti bene e mi chiedo perché questi autori si siano rivolti solo alla nipote di Francesco Gaeta e non anche alla nipote di Maria Algranati, cioè a me. Hanno trovato lei potevano trovare anche me. Tanto per cominciare avrebbero evitato di dire che Gaeta incontrò mia nonna a casa Galante. (pag 30) Francesco Galante e la moglie erano i migliori amici di mia nonna, ma fu in casa di Benedetto Croce che Maria Algranati e Francesco Gaeta si conobbero. Mia nonna era amica della famiglia del filosofo Croce e la stessa donna Adele quando Gaeta cominciò a corteggiarla non ne fu contenta per mia nonna, naturalmente, e neanche Alda Croce  amava molto il poeta, me lo disse durante una delle molte, tante visite che le ho fatto, inoltre si chiedeva cosa avesse trovato in lui, lei così affascinante e straordinaria, parole sue.
Maria Algranati non ha mai insegnato 'lavori domestici' presso l'istituto Ruggero Bonghi, (nota 9 di pag 30 del Conte di Montecristo) ma invece risulta dagli atti che fu direttrice artistica presso l'Istituto Mondragone, oggi Fondazione e Museo, all'epoca presieduto da Adele Croce, e vi lavorò per 12 anni e scrisse anche un libro: Storia dell'arte del ricamo edito da Le Monnier nel 1931. Inesattezze che denotano poca attenzione quando si fa un lavoro basato su ricerche di fatti veri, non di raccontini.
A pag. 23 del suddetto libro gli autori raccontano della secretazione che mia nonna fece sulla corrispondenza con il Gaeta, che le sorelle del poeta avevano venduto a sua insaputa alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Già vendere quelle lettere, quando oltretutto uno dei due protagonisti era ancora vivo, lo trovo, come dire, un po' indelicato. (Il nonno di mio marito, nipote di Francesco Mastriani, ha donate le carte Mastriani alla Biblioteca di Napoli. Ma in esse non vi è nulla che possa disturbare qualcuno. Ma ognuno la vede a modo proprio ed agisce di conseguenza.) Comunque tornando alla pag. 23 gli autori scrivono: ”Domanda logica: se l'Algranati non intendeva pubblicizzare il suo sentimento, perché non bruciò la corrispondenza?” Grande logica! Ma se le lettere Gaeta non le aveva restituite e le sorelle sappiamo che le vendettero, Maria Algranati che doveva fare? Sì, perchè Francesco Gaeta non le rese quelle lettere d'amore a Maria. E anche questo non mi appare un bel gesto, ma si tratta di opinioni personali. Il testo continua: ”Considerando per di più che nel 1978 contava 90 anni? Qualcuno parla di pudore, altri di arterio sclerosi.” (Aterosclerosi sarebbe il termine più esatto). Veramente nel '78, anno in cui morì, ne aveva quasi 93, e questo denota che stanno parlando di qualcuno su cui non hanno realmente fatto ricerche. In realtà pur avendo quell'età Maria Algranati, come capita spesso a coloro i quali tutta la vita hanno esercitato il cervello studiando, scrivendo, pensando, era molto in gamba e viveva sola perfettamente in grado di gestirsi, assolutamente senza tracce di 'arterio sclerosi'. Il testo continua: “Di certo l'ebrea - donna colta e intelligente, dicono – all'occasione mostrò calcolo, una scarsa capacità analitica. Non ipotizzò che molte altre lettere si trovassero presso qualche discendente del compagno.” Questa frase è davvero pessima incominciando da 'l'ebrea' parola scritta in un contesto nel quale ha una chiara connotazione offensiva, insultante. Che Maria Algranati fosse ebrea è un fatto reale, ma detto così ha un chiaro significato dispregiativo e irrimediabilmente razzista. Tra l'altro Maria, anche spinta dal Croce si convertì, ma la razza è razza, ovviamente. Come anche quel 'dicono'. E vorrei capire quale 'calcolo' dimostrò ed a proposito di che. Non è molto chiaro o forse anche io sono aterosclerotica. “Infatti la professoressa Pina Savarese ne possiede un centinaio. Ed alcune di esse risultano di somma utilità al nostro studio...”
Ritornando alla pagina 30: “Le lettere di Maria pulsano di passione, di richieste di… doni non disgiunte da una certa ingerenza negli studi del Gaeta.” Chiariamo subito che Gaeta, pur provenendo da una famiglia borghese aveva 'tagliato' i ponti con parte di essa, e non possedeva una lira, non aveva neanche di che mangiare a volte se non provvedeva la madre. Non credo proprio poi che Maria Algranati chiedesse doni, 1) perché sapeva che lui non aveva denaro, 2) perché non era nel suo carattere. Mi chiedo perché gli autori siano così malevoli quando parlano di lei. La denigrano tanto per denigrarla e non se ne capisce il motivo, anche perché è dimostrato che di lei sanno poco. Per quel che riguarda ”una certa ingerenza negli studi di Gaeta.” che significa? L'ingerenza è l'intromissione abusiva di qualcuno in qualcosa o con qualcuno, presumibilmente per cambiare le cose a proprio vantaggio. Allora? Oltretutto la Algranati e Gaeta parlavano di tutto, leggevano insieme Baudelaire, avevano interessi comuni e che lei possa essere andata a curiosare nelle sue carte di studio è una cosa davvero naturale, non parliamo di una donnetta, ma di una poetessa colta e raffinata. Non vedo né l'indiscrezione né l'interesse, ma di che genere di interesse stiamo parlando? Erano così diversi come persone e come artisti che davvero non vedo altro. Che poi lei nel seguito della lettera gli dica di aver sbirciato le carte dell' 'Hortolus' e gliene chieda scusa, spiegandogli che lo ha fatto per un proprio appagamento culturale, mi pare una cosa molto carina, educata e dimostrazione di sincerità.
Maria Algranati era affascinata molto dalla testa di Gaeta, dalla sua cultura, lo ammirava per questo e quando erano insieme parlavano molto di poesia, religione e cose del genere. D'altra parte la modesta prestanza fisica ed il difficile carattere di Gaeta potevano essere superati solo per il fascino della sua mente. Altra chicca è la raccomandazione che Maria chiede a Francesco per “ ...il Provveditore Massimo...” La cosa detta così non è molto chiara, anche perché Maria Algranati ebbe da ben altri personaggi raccomandazioni, il primo fra tutti fu Croce, e Gentile, Ojetti... in realtà erano presentazioni non raccomandazioni. Gaeta non aveva alcun potere oltre quello culturale e fu Maria Algranati, su sua richiesta, ad andare dal Croce perché gli trovasse un posto fisso che lo mettesse al riparo dal bisogno quotidiano e lo facesse continuare a lavorare ai suoi studi e scritti. Pur stimandolo Groce disse di no: non ne aveva i titoli. Non era infatti laureato, Maria invece si, infatti ha poi insegnato alle superiori francese. Poi cercò di lavorare per il futuro suocero, cioè il mio bisnonno, dato che voleva sposare Maria ed andò a presentarsi in casa. Ma non era adatto al lavoro che gli veniva offerto...
A pag 31 infine sempre del suddetto testo “La seconda missiva dell'Algranati contiene il “Testamento del suicida”: è del '21. Quale macabro gusto, se realmente Gaeta avesse maturato fin da allora propositi suicidi! Si potrebbe giustificare (per cosa?) la donna, ove si consideri l'estinzione dell'amore da parte di Francesco dimostrato con simili invettive : 'Se non la smetti con la tua insolenza e petulanza avverrà quanto segue: 1) L'avventura dell'oscena Gina (sorella di Maria (n.d.a.) sarà data in pasto ai nemici politici del disonorevole. 2) Sarai resa celebre in un interessante lavoro intitolato “Una famiglia ebrea”. 3) La maledizione di Dio cadrà (omissis).
A questo punto mi cadono le braccia. 1) è definitivamente chiaro che gli autori vogliono proprio infangare la figura della defunta poetessa Maria Algranati. E questo perché riportano stralci di lettere senza alcuna ragione né importanza per il loro testo continuando a fare commenti ed insinuazioni sgradevoli contro di lei. Visto che hanno potuto visionare ben 100 lettere nelle mani della nipote di Gaeta è possibile che solo queste frasi insultanti li abbiano interessati, ed a che pro per il loro testo? 2)Secondo me non rendono un buon servizio neanche a Francesco Gaeta, perché un uomo che scrive simili cose alla donna che ha amato e che lo ha lasciato, perché fu Maria a lasciarlo per le sue continue scenate di gelosia, per la sua possessività, e perché maledisse la sorella di Maria, morta di parto ad Ischia, essendo la sua amata andata col padre da lei. In Gaeta deflagra la disperazione-odio per questo presunto abbandono e bisognerebbe leggere la lettera che ha avuto da Maria per capirci qualcosa di più e non estrapolarne qualche frase ad effetto. 3) Il disonore “dell'oscena Gina”, famosa studiosa, donna coltissima, storica, amica di tutta l'intelligentia italiana del tempo, e non una squallida donnetta peccatrice, come vorrebbero farci credere gli autori, sono fatti che non interessano né agli autori né ai loro lettori, sono privati e niente affatto osceni checche ne scriva Gaeta. Comunque riferirò anche ai suoi eredi di tutta la faccenda. Sul Gaeta a questo punto non esprimo giudizi per rispetto ai suoi discendenti ed anche perché chi legge realizza da sé.
Inoltre, a parte il fatto che il libro minacciato non l'ha scritto perché non poteva, era stato accolto gentilmente e affettuosamente in casa Algranati anche se il mio saggio bisnonno aveva subito capito che non era certo un buon partito per la figlia, visto il fatto che alla sua età non aveva un lavoro e non sapeva far nulla. Quanto alla maledizione finale davvero gli autori hanno fatto un cattivo servizio a Gaeta riportandola. Non credo che sia una cosa che ne illumini la memoria. Quindi forse gli autori ce l'hanno anche con lui o volevano soltanto qualcosa di piccante che attirasse il pubblico e se la sono presa con tutti, chi coglie coglie.
Gli autori potrebbero leggere “Tavola Calda” per chiarirsi un po' le idee su Maria Algranati e anche su Gaeta, ed acculturarsi un po' meglio su questa storia. E forse anche in generale!