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venerdì 24 agosto 2012


La Mortella a Forio d'Ischia
di
Lady Susana Walton
Uno dei giardini più belli d'Italia

La Mortella è un meraviglioso giardino a Forio d'Ischia, famoso nel mondo per la sua bellezza e per la sua storia particolare. Eppure tanti napoletani non l'hanno mai visitato e molti non sanno neppure della sua esistenza. E' un giardino che anni fa, nel 2004 fu eletto giardino più bello d'Italia per quell'anno.
Io l'ho visitato due volte e sono stata anche ad uno dei concerti che si tenevano una volta nello studio di William Walton e che ora si eseguono in un'arena costruita nel 2004 e inaugurata nel 2007.
Quando, una mattina (il 13) d'agosto del 2000, varcai la soglia della Mortella vidi una vecchia utilitaria rossa con una donna anziana al volante che veniva avanti nel viale e salutando con una mano il personale alla biglietteria uscì dal cancello.
Man mano che mi inoltravo nella verde frescura del giardino restavo sempre più incantata dalla bellezza del luogo. Di quel magico giardino non sapevo nulla, mi avevano solo detto che era molto bello e che valeva una visita.
Oltre che per la bellezza delle piante, dei fiori e dell'impianto del giardino, degli zampilli d'acqua ero incantata dalla cura dei particolari. Un esempio: le bocche d'acqua terminavano con piccole sculture in metallo con forme di animali. Da una zona rialzata su un terrapieno si affacciava una terrazza con tavolini riparati dal sole con ombrelloni pieghettati che facevano pensare alla Cina. Era il bar e mi proposi di andarci dopo un po' per riposarmi prima di completare la visita, e continuai ancora a girovagare per quei vialetti, ad ammirare ogni siepe, aiuola, fiore, pianta. Infine mi diressi al bar dove non immaginavo avrei trascorso un paio di ore indimenticabili.
Decisi di sedermi all'interno perché era più fresco. Il bar tutto in legno dipinto, era rusticamente semplice ma elegante e notai che le stoviglie erano cinesi con un decoro azzurro. Nel bancone erano in mostra delle torte, per lo più alla frutta, e mentre. seduta al tavolino bevevo un caffè, ne arrivarono alcune e la cameriera mi spiegò che erano tutte fatte in casa da persone del posto. Ad un certo punto entrò una donna piccola e minuta, un po' curva, i capelli biondi cortissimi con delle ciocche viola di lato, un vestito anch'esso viola di quelli lunghi, larghi, il genere di abiti che vendevano le botteghe indiane o giù di lì, e che adesso sono molto alla moda, le mani artritiche piene di anelli, le unghie laccate. La signora era sorridente, salutò le ragazze del bar e sedette al tavolino di fronte alla porta. Una delle cameriere le portò un piattino con una fetta di torta che lei assaggiò. L'avevo riconosciuta, era la donna che guidava l'utilitaria rossa e capii che era la “padrona del castello”. La torta infatti gliela avevano portata perché lei l'approvasse: doveva essere di qualche nuova 'collaboratrice' o una ricetta nuova. Per maggior sicurezza chiamai la cameriera e le chiesi conferma che la signora fosse chi pensavo. “Sì, è Lady Walton, la proprietaria.”
Ero così entusiasta di quel giardino che, superando la mia timidezza e riservatezza, mi avvicinai a lei e le dissi tutta la mia ammirazione per lo splendore di quel luogo. E fu una reciproca simpatia fulminante. Mi invitò a sedere e cominciammo a chiacchierare. E mi raccontò di tutto e di più. La sua vita e quella del suo giardino. Spero di essere stata una privilegiata, ma forse lei, che era una persona molto semplice, comunicativa, aperta avrà detto quelle cose anche ad altri visitatori, ma voglio credere che quella reciproca simpatia che provammo entrambe quel giorno non sia stata per lei così frequente. Tra i personaggi che nella mia vita ho potuto conoscere, credo che Susana Walton sia stata quella che mi ha ispirato più simpatia. Aveva degli occhi vivacissimi ed intelligente, un sorriso cordiale e dei modi molto affabili.
Ho saputo da lei tutto quello che poi ho letto nel libro che acquistai in quel bar, e che lei mi dedicò firmando Susana, e quello che oggi si può trovare su internet. E anche qualcosa che non c'era nel libro e non c'è su internet.
Mi raccontò il suo incontro con W. Walton quando lui andò in Argentina, suo paese natale. Lei era figlia di una ricca famiglia di alto livello sociale che non fu contenta di quel matrimonio con un uomo tanto più grande di lei, e capii anche che le origini di Walton facessero storcere loro il naso. Ma Susana Valeria Maria Gil Passo, donna di gran temperamento, non ascoltò nessuno. William Walton aveva ormai raggiunto notorietà e prestigio come musicista tanto che comporrà poi le musiche per l'incoronazione di Elisabetta II e sarà fatto baronetto.
Poco dopo il matrimonio, nel '49 la coppia viene ad Ischia. Abita prima in una casa in affitto e poi, avendo deciso di risiedervi per sempre, ne acquista una con un terreno che prende gran parte del promontorio che si affaccia sulla spiaggia di San Francesco.
La vita di Susana non è proprio piacevole. Il marito lavora sempre e quando lavora non vuole vedere nessuno. Susana è molto sola. Anche se hanno amici che li vengono a trovare. Come Laurence Olivier, grande amico di lord William che per lui scrisse le musiche per i film Enrico V e Riccardo III. Sono così amici con Laurence che quando lui si lascia, nel '58, con la moglie Vivien Leigh è da loro che si rifugia. Ricordo che nei cinegiornali dell'epoca e sui giornali si vedeva l'attrice ritornata sul lago di Como (o Garda o Maggiore chi se lo ricorda) dove era stata felice col marito, che in quel periodo nessuno sapeva dove fosse.
Ma la solitudine per Susana resta. Immaginate una giovane donna argentina dell'alta società moglie di un uomo famoso vivere d'inverno all'inizio degli anni '50 a Forio d'Ischia, con un marito che per giorni non si vede perché dorme anche nel grande studio che si è fatto costruire al di fuori della casa, formato da due vaste stanze. Sarà questa solitudine la 'causa' della nascita dei giardini la Mortella.
Mi disse che doveva fare qualcosa per occupare il proprio tempo, per crearsi uno scopo. E allora cominciò a pensare al giardino. Ma la 'terra' che avevano comprata era in realtà una colata lavica con un grande avvallamento e sarebbe costato una fortuna farne un giardino. Allora Susana, donna volitiva, d'ingegno e combattiva, ha un'idea su come riempire quell'enorme avvallamento. Abbassa la voce e mi parla come se non volesse che altri sentissero. Acquista camion di spazzatura sottobanco. Cioè senza farlo sapere a nessuno si mette d'accordo con chi conduce i camion dell' immondizia che invece di andare alla discarica, di notte e di nascosto, vanno a riempire il grande avvallamento. E su quel mucchio di spazzatura mette il terreno per il suo giardino. Di tutto questo non dice nulla a suo marito, che in realtà poco si interessa alla cosa chiuso nel suo studio, l'eremo che si è costruito in una parte alta della proprietà, dalla quale, oltre alla solitudine, può anche godere di un paesaggio certamente ispiratore per un artista.
Susana d'altra parte ha anche lei trovato uno scopo nella vita che oltre ad occuparla l'appassiona. Ma l'impresa è costosa e lei la fa quasi di nascosto, William paga senza saperlo. Così quando dice alla moglie che vuol fare un viaggio lei risponde che non ci sono soldi. “Ma come? devono essere arrivati i diritti d'autore di quest'anno!” Ma i soldi non ci sono. E non ci saranno per molto tempo. Niente da fare per lord William che vuole cambiare aria, riposarsi un po' dal suo impegno intellettuale. Tutto quello che ha guadagnato è lì, in quel giardino che sua moglie Susana sta facendo nascere. Poi nel '60 lei chiama addirittura Russel Page, famoso architetto di giardini, per sistemarlo, ma questo sarà solo per la parte di sotto quella che io ho già visitato, ma c'è quella 'a monte' nella zona alta che sarà tutta frutto del suo gusto, della sua fantasia. Li ci metterà molte piante esotiche e una piccola pagoda originale, autentica, che ha portato dalla Cina. Lei ha uno zio ambasciatore in quel paese e, in un viaggio nel quale va a trovarlo ed è sua ospite, vede e compra la pagoda. Però c'è una legge che le vieta di portarla fuori dal paese. Ma un ambasciatore ha mille scappatoie per riuscire a realizzare cose che i comuni mortali non potranno mai fare. Lei riparte senza la pagoda, ma la pagoda arriverà a Forio d'Ischia ed è in bella mostra lì alle Mortelle.
Le dico che quello che ha costruito è magnifico, stupefacente e che quelli di Forio le saranno certamente molto grati per aver arricchito il loro territorio con quel giardino incantato. No, non è così. Non l'hanno mai amata, non le sono grati, la ostacolano per ogni iniziativa e la criticano. Sono stupita. Allora mi racconta che quando, comprata la proprietà e la casa, che è una costruzione lunga e grigia in fondo al giardino completamente immersa nel verde, la dovette ristrutturare e lei pensò che la cosa migliore fosse mantenerne il carattere originario cioè quello di una vecchia costruzione rurale, applicò quello che ormai è prassi nel restauro storico, cioè cercare di non cambiare le caratteristiche del manufatto. Così Susana ad esempio conserva o rifà i pavimenti originali: una gettata di cemento e i locali si scandalizzano: dei ricchi forestieri forse dovevano usare marmi o almeno colorate ceramiche.
Suo marito riposa lì, un po' più su dello studio. Ha voluto così e c'è un monumento che lo ricorda. E sono venuti in tanti a visitarlo, anche Carlo d'Inghilterra.
Lei ha voluto creare un master per i cantanti e ci sono stagioni di concerti. Mi dice di venire a sentirne uno ed io lo farò, un po' di giorni dopo.
Si è fatto tardi e lady Walton ha ospiti a pranzo deve per forza andarsene. Ci facciamo fotografare da una delle cameriere, mi dedica il libro che ho comprato, mi abbraccia e bacia e va via curva, minuta ossuta e vitale come pochi.

Vado a vedere la pagoda che è su, nella parte più alta del giardino.
C'è anche una voliera con uccelli rari: ho visto il colibrì e ho intuito il suo volo.
Tutto quello che mi circonda non può che stupirmi per la sua assoluta bellezza, mi sembra di passeggiare in un luogo incantato, magico.
C'è una pianta, nella parte alta del giardino, che proviene dell'America del Sud: fiorisce una sola notte all'anno verso mezzanotte con uno stupendo fiore candido a campana che nasce sulla foglia e che dura credo meno di un'ora ed emana un profumo stupendo. Non ricordo il nome di questa pianta ma mi piacerebbe tanto saperlo. Magari faccio un'altra visita alla Mortella, non sarebbe una cattiva idea. Maresa Sottile
 Ho lo scanner bloccato, appena possibile aggiungerò le foto

martedì 3 luglio 2012

25/11/13 Giornata contro la violenza sulle donne


Celestina

Questa è una piccola storia vera di violenza e inconsapevolezza, spero finita bene perché di lei non ho saputo mai più nulla. Auguro a tutte le donne di ogni età e luogo, di incontrare rispetto negli uomini che incontrano nella vita e di avere consapevolezza di sé. La nuova domestica notte e giorno si chiamava Celestina. Era una ragazzona alta, dai capelli di un biondo sbiadito. Era un po' slavata, ma non era brutta. Non sembrava una meridionale. Aveva marito e una bambina piccola che vedeva la domenica quando aveva il pomeriggio libero, ma almeno una volta alla settimana lui veniva a trovarla dopo pranzo e la signora De Maria era d'accordo. Di solito veniva nei pomeriggi in cui Celestina stirava. Così pur chiacchierando col marito continuava a lavorare. Se la domestica era contenta, perché trattata bene, lavorava meglio ed era grata. Una politica costruttiva. La signora De Maria era molto democratica per gli anni cinquanta.
Celestina era una ragazza ignorante e sempliciotta ma di indole buona e molto innamorata di suo marito. Lui sì che si vedeva subito che era un meridionale. Aveva il viso un po' affilato, occhi e capelli neri, ondulati e lucidi di brillantina che gli scendevano con un ricciolo ribelle sulla fronte. Aveva sempre in viso un'espressione cupa e non sorrideva mai. Quando se ne andava dopo quelle visite nei pomeriggi di stiro, Celestina diceva con gran convinzione che il marito l'amava tanto. Infatti, aggiungeva, la picchiava spesso perché l'amava troppo.
Lo seppero così che quel fosco buzzurro era manesco con la moglie. Nel periodo che Celestina rimase in quella famiglia cercarono di spiegarle che non funzionava così: non si picchia qualcuno che si ama, ma Celestina era molto ferma nella sua convinzione e nessun ragionamento la smuoveva. L'atavica ignoranza era talmente radicata e la sua capacità di ragionamento autonomo così inesistente che restò abbarbicata alla sua certezza. Non si rendeva neppure conto che il marito in realtà la sfruttava mettendola a servizio giorno e notte e non facendola stare a casa a crescere la loro bambina, che, naturalmente, veniva cresciuta dai nonni materni. Se fosse andata a mezzo servizio avrebbe guadagnato meno e inoltre mangiato a casa almeno la sera.
Ma Celestina non vedeva né capiva nulla. La sua era una condizione comune a tante sue amiche e parenti, perciò giusta. Era la sua normalità, come anche le botte. Lui gliele dava perché era geloso per amore, o perché lei faceva cose sbagliate e lo faceva soffrire. Tutta colpa sua. Celestina non avrebbe mai concepito un piccolo e semplice pensiero: suo marito era uno sfruttatore violento che invece di metterla sulla strada la metteva a servizio giorno e notte. Forse non gli piaceva essere cornuto.                     Maresa Sottile

lunedì 18 giugno 2012


                                 Elogio della MODA
                                  specchio della vita
La moda è ed è sempre stata sinonimo di frivolezza. Ma non c'è cosa peggiore delle etichette e dei luoghi comuni. Se ci fermassimo un attimo a pensare ci accorgeremmo di quanto essa sia inserita nella vita sociale, di quanto sia lo specchio di una società, di un modo di essere, di vivere, di pensare.
La influenzano il clima, le condizioni sociali, economiche e persino religiose, il bagaglio di civiltà di un popolo. Come tutte le arti, perché è anch'essa un'arte anche se minore, rispecchia la sua epoca e contribuisce a crearla. E non è un paradosso, soprattutto se si guarda alla sua vera essenza: cioè all'arte di creare abiti che oltre al primario scopo di coprire e difendere dal clima, si inseriscano in tutto il contesto della vita del momento.
Basterebbe fare un parallelo tra costumi, arredamento, arti figurative nei secoli ed ecco che la moda non è più una cosa frivola, ma un'espressione oltre che un'esigenza sociale.
La tunica greca è l'esatto prodotto di un mondo estetico che è a sua volta l'espressione di un mondo che, oltre a tutta la sua parte sociale, pratica, è anche espressione di un mondo spirituale. E può diventare opera d'arte - oltre che causa dell'arte stessa - nella statuaria ionica o del periodo classico, può riallacciarsi al discorso architettonico della colonna del tempio e si inserisce perfettamente tra quelle sedie, quei letti, quei tavoli, che costituivano l'arredamento della casa greca, come ci è giunta tramite le pitture vascolari. Sarebbe assurdo far sedere una dama con sontuoso abito cinquecentesco su quelle sedie, farle aggirare tra quelle pareti architravate nelle quali si ignora la linea curva. Quando tornò un periodo molto legato al mondo classico, durante l'epoca Napoleonica e Neoclassica, anche l'abbigliamento femminile ritornò a forme scivolate che riprendevano le forme dell'abbigliamento classico. E in una stanza quattrocentesca fiorentina tra cassoni, madie, savanarole intagliate, quei broccati, quelle sete, le vesti e le sopravvesti, gli ornamenti ricchi, sono pienamente coerenti.
Un dipinto spagnolo del '600 si distingue subito da uno fiammingo dello stesso periodo, grazie anche all'abbigliamento: specchio di un mondo.
Non a caso l'abbigliamento è elemento importante della pittura, ed a sua volta viene studiata grazie alla pittura.
Quindi l'abito è un valore di linguaggio ed espressione storica e non disvalore di frivolezza e capriccio.
Che poi ci siano delle concessioni a certi ghiribizzi, che ci sia un colore di moda più di un altro, questo è cronaca, ma anche la storia, quella seria e approfondita, è fatta anche di cronaca. Per cui la cronaca è storia.
La coerenza col tempo che rappresenta, l'inserirsi continuamente nella pittura e nella scultura, sono la chiara dimostrazione della importanza e serietà dell'abbigliamento, quindi della moda.
Oggi essa nelle arti figurative, che hanno un linguaggio del tutto sganciato dal realismo figurativo, non ha più il valore che poteva avere in una tela del Bronzino o di Velasquez, tanto da divenire parte del linguaggio pittorico.
Nel nostro tempo creare la moda per donne e uomini ci appare solo un business. Vi è certo una grossa verità in ciò, ma questo non fa che rafforzare il discorso. La moda è uno dei simboli del nostro tempo, delle sue esigenze, della sua mentalità, dei suoi valori socio-economici.
Ma non è cosa facile vestire donne e uomini. Oltre che studiare la moda nel tempo, bisogna capire le istanze della gente, bisogna anche saper guardare la street fashion (moda di strada). Bisogna essere persone preparate, intelligenti, fantasiose e sensibili agli stimoli del mondo circostante, avere conoscenza o spiccato senso della psicologia di massa.
Potrei dire molte altre cose e approfondire ulteriormente l'argomento, molto interessante, ma penso che forse i miei scritti sono troppo lunghi per un blog, quindi vi lascio. Maresa Sottile

P.S. Vedo che in tanti leggete, mi piacerebbe qualche commento, (magari anche positivo), grazie comunque di leggermi.
                                                            Maresa Sottile

mercoledì 16 maggio 2012


La pittura metamorfica
di Michele Roccotelli
a Villa Bruno S. Giorgio a Cremano
24/3/2012

Cifra dell'opera pittorica di Michele Roccotelli è certamente il colore. Un colore apparentemente astratto ma che può divenire forma, immagine in una geometria metamorfica, dove lame mobili di colore diventano per lo più paesaggio, rocche salde come il suo territorio, rivisitato nel ricordo amoroso dell'autore.
Ho conosciuto vari anni fa il Maestro Roccotelli ad una mostra a Napoli nella quale esponeva le sue Open Window e la sua pittura mi colpì subito.
Mi piacque l'idea di quelle finestre reali, da lui recuperate chissà come e chissà dove, e già questo era affascinante, vecchie, vissute, coi loro lucchetti ormai improbabili, e quei paesaggi quasi aerei che travalicavano lo spazio, finendo sugli stipiti, sulle gelosie, anche sul loro lato esterno. Le trovai poetiche, con un sapore di antico, quasi una rivisitazione dei polittici medioevali.
Ho visto anche altre sue opere, e le ho trovate sempre interessanti. Le Carte, come lui chiama i disegni, sono fascinose nelle soluzioni grafiche e coloristicamente quasi monocromatiche, con accenni materici. Come ogni artista non disdegna le arti cosiddette minori: la ceramica dove coniuga anche qui l'antico delle forme con la decorazione astratta, che può sconfinare nel figurativo nella metamorfosi delle pennellate ed evocativa dei colori della natura che ama. Quindi un artista a tutto tondo.
E' molto interessante il suo modo di rielaborare la propria esperienza culturale, personale, poetica, nel racconto del legame con la sua terra, ma ancor più con la natura in genere, che certamente ama smodatamente.
Nella sua pittura finora è mancata la figura umana, ma secondo me la sua introduzione è ininfluente, solo in un'opera troviamo un piccolo uomo, che si nota appena, e che appare perso nell'immensità della natura. Mi ha fatto pensare ad un Primo Uomo, solo nella natura sconfinata che lo circonda.
Però non è vero che l'Uomo è assente dall'opera di Roccotelli, è invece spesso presente nei suoi paesaggi: un Uomo che ha operato senza insultare il territorio, in osmosi con esso. L'uomo è presente quando il suo operato si fonde con la natura, col paesaggio circostante divenendone parte, arricchendolo. Questo accade quando dalle lame di colore, memori dell'esperienza futurista, poi cubista, traslate in immagini geometricamente astratte, con accenni di pointillisme post-impressionista, nascono poetici paesaggi che si trasmutano in agglomerati (a volte di obliqui palazzi) ma soprattutto di bianche case dominate dalle chiese romaniche di Puglia,
La pittura di Roccotelli è metamorfica, perché sotto i nostri occhi il colore si trasforma in altro colore, la forma in altra forma, è una pittura in movimento, come lo è ciò che si trasforma, dalla quale si resta affascinati e presi.
La cifra primaria è quindi la metamorfosi: una spatolata o una pennellata di colore può diventare tronco, uccello, pianta, farfalla, casa, chiesa, palazzo. Il colore ci porta in un racconto che di reale ha poco, i suoi paesaggi sono trasmutati da una astratta memoria poetica.
E il colore è certamente l'anima della sua opera, un colore, a volte caldo, solare, estivo, autunnale, altre volte più freddo soprattutto negli azzurri del cielo e del mare. Ma non solo le forme che crea il colore sono in continua mutazione, esso stesso si trasforma, mai eguale con una grande inventiva e sensibilità cromatica, in una tavolozza che a volte diviene anche materica, un colore che non è casuale che crea accordi cromatici significativi.
Altro elemento significativo nell'opera del maestro è il forte senso compositivo. La composizione delle forme e dei colori, nulla è casuale, e ne nasce una composizione complessiva che spesso segue un andamento circolare, i colori si snodano, compongono intorno al centro che può essere il mare, il cielo, le case, o magari un un colore clou nel quale si riassumono, convergono, si rappresentano tutti. La pittura di Roccotelli è quella di chi sa cosa sia e la frequenta con sicurezza, quella sicurezza che può dare solo il vero talento, ma anche la conoscenza culturale del mondo in cui si opera.
Maresa Sottile

martedì 10 aprile 2012

  
MUSEO NAPOLI NOVECENTO
A Castel Sant'Elmo
A Castel Sant'Elmo c'è un nuovo polo museale per la città con una 'mostra permanente in progress' che racconta con 170 opere di quasi 100 artisti, non solo napoletani, dal 1810 al 1980 più di centocinquant'anni di cultura, arte e storia della città e del suo contributo all'arte italiana, qualche volta a quella internazionale.
Voluta da Nicola Spinosa questo 'museo' si avvale di opere provenienti da altri musei come la Galleria d'Arte Moderna di Roma, ma anche di donazioni e di opere date in comodato da privati. Anello di congiunzione tra il Museo (classico, anche con una sezione di esposizione di avanguardia) di Capodimonte ed il Madre (ed anche gli 'eventi' del Pan), riempie finalmente un vuoto generazionale di artisti e di stili, movimenti, sperimentazioni.
E l'esposizione conduce il visitatore, con ben strutturati pannelli esplicativi, attraverso il passaggio da quell'arte, che pur avendo abbracciato le innovazioni dalla seconda metà dell'800, non si distaccava ancora da una pittura in parte ancora prettamente “figurativa” verso tematiche nuove che consideravano sempre più l'arte moto interiore, psichico, sociale, ricerca materica e iconografica; nei rapporti degli artisti di Napoli con rappresentativi personaggi dell'arte italiana ed estera e delle nuove esperienze internazionali, attraverso dettagliate notizie, considerazioni su eventi, artisti, incontri, mostre, movimenti, nel corso del tempo. Vi sono infatti i rappresentanti dei Movimenti e Gruppi storici che si sono succeduti nella città e nel Novecento dalla Secessione del '23 ai Futuristi, al Neorealismo, al Gruppo M.A.C., all'Informale, al Gruppo '58.......
Pregevoli opere di Vincenzo Gemito, Eugenio Viti, Tommaso Marinetti, Fortunato De Pero, Francesco Cangiullo, Umberto Mastroianni, Giuseppe Capogrossi, Emilio Notte, Armando De Stefano, Emilio Greco, Augusto Perez, Gianni Pisani, Carlo Alfano, Bruno Starita, Luigi Mazzella e tanti altri raccontano l'apporto ed il ruolo di Napoli nella storia dell'arte del '900.
                                                                    Maresa Sottile








lunedì 9 aprile 2012


La Certosa di San Martino di Napoli

La Certosa di San Martino fu costruita per volere di Carlo d'Angiò (figlio di Roberto) nel 1325. Morto prematuramente Carlo, il padre ne continua la costruzione che completò poi la figlia Giovanna con finanziamenti di vari mecenati (banchieri).
Tra i costruttori il famoso Tino da Camaino, che fu il protomastro e alla cui morte ne seguirono altri.
I frati certosini ne presero possesso nel 1337, ma la chiesa fu inaugurata nel 1368 e fu dedicata a Maria Vergine e a San Martino vescovo di Tours.
Nell'ultimo ventennio del '500 il fiorentino Antonio Dosio iniziò i lavori di ampliamento e abbellimento, seguito poi da Gian Giacomo Conforti e infine da Cosimo Fanzago che vi lavorò per 35 anni. (bergamasco venuto a Napoli con la madre, studia da scultore ma sarà anche architetto, sue opere: la Certosa, palazzo Donn'Anna, la Chiesa dell'Ascensione a Chiaia, San Giuseppe delle Scalze). Ci troviamo quindi in pieno barocco.
I frati ebbero molte vicissitudini e più volte furono scacciati dalla Certosa, nel 1800 accusati da Ferdinando, di ritorno dall'esilio, di Giacobinismo, ritornarono nel 1804 e due anni dopo furono di nuovo scacciati per ritornare nel 1836, mandati via definitivamente nel 1866 la Certosa fu destinata a museo. Durante la guerra fu anche sede alleata e solo nel '47 si potè risistemarla per riaprirla al pubblico.
Nell'atrio vi è l'epigrafe del 1871 in memoria dei tre giorni del luglio 1547 nei quali si lottò per tenere lontana da Napoli l'Inquisizione, e Napoli fu l'unica città nella quale non prese piede questa nefandezza.
Nel primo cortile si apre l'ingresso della Chiesa, che è uno dei monumenti meglio conservati della città ed un vero museo dell'arte barocca, infatti tutti gli artisti del tempo, che hanno lavorato in città, vi hanno profuso la propria opera facendone un gioiello impareggiabile del Barocco.
Il Porticato è opera del Dosio. Il Pronao della Chiesa è del Fanzago del 1631. Splendida la cancellata di ferro della fine del '600. Lo arricchiscono gli affreschi di Belisario Corenzio e Giovanni Baglioni e di Domenico Gargiulo, detto Micco Spadaro (1644)con : La Distruzione della Certosa d'Inghilterra (Enrico VIII)
La chiesa oggi è ad unica navata (nel Medioevo ne aveva 3)
Il Pavimento notevole è opera del certosino Bonaventura Presti (1666).
E' coperta da volte a crociera affrescate da Giovanni Lanfranco con: L'Ascensione, Angeli, Beati, Abele e Noè con figli, Giovan Battista Elisabetta e Zaccaria, Isacco Rebecca Esaù e Giacobbe, Dio e Cristo. A destra Lazzaro ed Abramo tra Tommaso e Pietro, Giacobbe con i figli di Giuseppe. Nelle lunette Cristo e i figli di Zebedeo, Cristo e Pietro salvato dalle acque, Profeti e patriarchi vari di Giuseppe de Ribera detto Lo Spagnoletto ed anche Mosè ed Elia sulla parete d'ingresso.
La tela con la Pietà è di Massimo Stanzione del 1638.
Fanzago ha eseguito gli Angioletti sugli archi delle cappelle e sulla Parete d'ingresso in basso S Giov. Battista e S. Zaccaria.
L'Altare Maggiore fu eseguito su disegno da Francesco Solimena e è suo anche il dipinto della Resurrezione. Stucchi dell'altare di Francesco Jevoli (1702).
Giuseppe Sammartino aggiunse decorazioni e Angeli.
La Balaustra dell'altare di marmi pregiati fu eseguita da Niccolò Tagliacozzi Canali e da Sammartino.
Nella volta del coro si trovano affreschi del Cavalier D'Arpino (Giusep. Cesari). Lunetta sup. di Giovan. Lanfranco. Pareti del coro di G. Lanfranco, a sinistra lo Spagnoletto, Natività di Guido Reni (1642) e Lavanda dei piedi di Battistello Caracciolo. Statua della Purità di Pietro Bernini. Cena di Gesù di Massimo Stanzione.(1639).
Sulla porta del Capitolo Cena degli Apostoli di allievi del Veronese.
Coro con 40 stalli in legno del 1629, leggio (forse del Presti), pavimento di Cosimo Fanzago
Cappelle di dx:
Cappella di S. Martino: S. Martino di B. Caracciolo, altri affreschi di Paolo Domenico Finoglia e tele di Solimena. Decorazione marmorea di Sammartino: statue della Carità e della Fortezza
La statua di S. G. Battista è opera di C. Fanzago e gli affreschi sono di M. Stanzione ( Virtù e vita del santo) e opere di Paolo De Matteis, le sculture sono di Lorenzo e Domenico Vaccaro.
Cappella di S. Ugone: sul'altare Andrea Vaccaro(1652) sull'altare M Stanzione, statue di Bottiglieri(1720). Tavolini intars. di Fanzago.
Cappella del Rosario: scultura di Domenico Vaccaro, tele di B. Caracciolo(1632).
“ “ di S. Brunone con dipinti di M. Stanzione sulla vita del santo (certosino)
Cappelle di sx:
Cappella di S. Gennaro: opera di A. D Vaccaro anche le statue dei 4 Evangelisti (1720) dipinti di Battistello Caracciolo, di cui di interesse storico il vicerè Monterey e il card Buoncompagni dipinto eseguito per ricordare l'eruzione del Vesuvio del 1631.
Cappella di S. Giuseppe: Quadri di De Matteis (1718-19) decoraz in stucca di D. A. Vaccaro. Decor in marmo di Fanzago. Penitenza e solitudine statue di Lorenzo e Dom. Ant. Vaccaro. Statua in argento di Biase Monti(1636)
Cappella dell'Assunta: tele di Francesco De Mura, volta di Batt. Caracciolo. Decorazione e statue di G. Sammartino.
Cappella di S. Nicola: dove c'era l'antica sacrestia, affreschi di Pacecco De Rosa (1686) Martiri di S. Agata e S. Caterina di Belisario Corenzio (1632).
La Sagrestia fu affrescata dal Cavalier d'Arpino: Passione Cristo, Vecchio Testamento, Crocefissione (1592), Passione di Cristo e sibille profeti di Lazzaro Cavarone genovese, Negazione di S. Pietro attrib in passato a Carvaggio. Cristo che lascia la casa di Pilato è di Fanzago, Stanzione e Codazzi.
Il Passetto, per andare al Tesoro, fu decorato da Stanzione con scene del Vecchio Testamento, Evangelisti, scene vita di Cristo. Andrea Malinconico Gli ebrei che lasciano l'Egitto, Luca Giordano: S. Pietro,S. Matteo, 4 Virtù e gliAngeli.
Il piccolo ambiente per andare al Tesoro detto del tesoro vecchio fu affrescato da Micco Spadaro, il pavimento disegnato dal Fanzago.
Il Tesoro: decorato da Luca Giordano: Trionfo di Giuditta (1704), figure femminili del Vecchio Testamento e allegorie Virtù e angeli. Deposizione di Giuseppe Ribera (1637) è anche la sua ultima opera.
Chiostro Grande è di Fanzago sull'antico progetto del Dosio. Di Fanzago anche pavimento, porte e busti che le sovrastano: Santi, alcuni anche di Dom. Ant. Vaccaro. Il Pozzo è opera di Felice De Felice-(1578)
Piccolo Cimitero rimesso a posto da Fanzago.
Chiostro dei Procuratori di Giov. Ant. Dosio. Il Pozzo è opera di De Felice.
Vi sono esposte nell'atrio coperto che va al giardino 2 carrozze: la Carrozza della Città (usata dai rappresent. Città), usata ultima volta nel 1861 quando il regno si unifica con l'Italia; e quella Reale è del 1840.
Nella Certosa vi sono esposte opere pittoriche di varie epoche che rappresentano la città e grandi avvenimenti storici di ogni tipo. Molte opere sono di artisti stranieri che si sono stabiliti in città per un certo tempo o per sempre.
Bella la Donazione Orilia: porcellane piccoli oggetti, boiserie. (Chiusa)
Interessante il Museo della Marina con imbarcazioni reali restaurate e modelli di imbarcazioni.
La Certosa di San Martino è sulla sommità della Collina del Vomero, accanto sorge il famosissimo Castel Sant'Elmo ed è uno dei monumenti più belli della città. Vi si gode un panorama incredibile sia dalle finestre che dal giardino a terrazze che scende verso la città.
                                     Maresa Sottile


domenica 25 marzo 2012

Una Famiglia napoletana molto interessante: i MASTRIANI

Nell'800 a Napoli vive ed opera la famiglia Mastriani, una famiglia borghese, di non grandi mezzi economici, ma di grandi interessi culturali ed artistici come dimostra il fatto che nel suo ambito troviamo tre notevli personalità che si esprimono in questi ambiti. Il primo personaggio di un certo rilievo è Raffaele, funzionario borbonico: Segretario del Consiglio di Abbigliamento nell'Amministrazione Generale dei Dazi Indiretti, disegnatore, scrittore umorista per divertimento e corografo, con Ferdinando De Luca, di fama europea ai suoi tempi. La corografia è lo studio del territorio antropico e storico relazionati tra loro. Di lui restano i suoi lavori corografici alla Biblioteca Nazionale di Napoli e gli scritti donati da un nipote che hanno formato il Fondo Mastriani. C'è una bella stampa che lo raffigura. E che la sua effige sia stata riprodotta in stampa col suo nome ci testimonia che fosse un personaggio noto e stimato.
Vi è poi il più noto Francesco nato il 23 novembre 1819 e morto il 7 gennaio 1891, scrittore.
A questo punto c'è un piccolo giallo molto complicato. Francesco Mastriani è il personaggio della famiglia certamente più noto. Risulta da Wikipedia figlio, insieme a Ferdinando e altri fratelli e sorelle, di Filippo, ingegnere con due matrimoni e molti figli, ma tale paternità non risulta né da enciclopedie né dall'unica biografia su di lui di Gina Algranati.
 Dall'archivio storico anagrafico la notizia parrebbe confermata, ma... nella famiglia Mastriani i nomi si ripetono e anche Raffaele ha un figlio Francesco ed uno Ferdinando, ma la cosa non finisce qui. Nelle Carte Mastriani, donate da un erede, della Biblioteca Nazionale di Napoli, ci sono delle lettere nelle quali Francesco e Ferdinando scrivono a Raffaele chiamandolo padre, inoltre l'erede che ha donato le carte era il figlio di Pia Mastriani e Francesco, lo scrittore e Ferdinando, il pittore, erano i fratelli della madre, ma Filippo non ha nessuna figlia di nome Pia, Raffaele sì.
Tali ricerche saranno ulteriormente approfondite e spero di riuscire a risolvere questo piccolo mistero. Comunque di chi siano figli i nostri due personaggi è relativo dato che sono loro i nostri protagonisti.
La fama di Francesco Mastriani credo che travalichi l'ambito strettamente napoletano. Autore di più di cento romanzi, tra i quali 'La cieca di Sorrento', del quale credo che tutti abbiano sentito parlare. E' oggi ritenuto anche il padre del giallo nel nostro paese per il suo romanzo: Il mio cadavere. Scrisse anche molti articoli ed è considerato un grande esperto di 'napoletanità' nel senso più importante: usi e costumi della città furono da lui immortalati e chiunque sia interessato ad essi si rifà per lo più a quello che lui ha raccontato.
La fortuna non arrise mai allo scrittore, che visse una vita molto misera. Ritenuto un autore popolare nel senso dispregiativo della parola, fu in realtà sfruttato da editori e giornali che vissero della sua opera e della sua popolarità, dando a lui le briciole e l'indigenza perseguitò questo figlio misconosciuto della città. Negli anni '70 del Novecento, un altro napoletano, il regista Ugo Gregoretti, gli ridiede qualche notorietà molto tardiva con lo sceneggiato televisivo tratto dal suo romanzo 'I vermi'. Più recentemente è stata messa in scena la Medea di Portamedina con Giuliana De Sio e Cristian De Sica.
L'opera di Mastriani è stata paragonata a quella di Sue, ma sempre dicendo che la sua è molto inferiore a quella dell'autore francese.
Quando morì la città lo pianse e finalmente qualcuno, Matilde Serao, scrisse su di lui un bell'articolo riconoscendogli un valore che in vita gli era sempre stato negato. Anche Benedetto Croce apprezzò Mastriani tanto che volle che Gina Algranati scrivesse la sua biografia, che l'autrice dedicò al filosofo e che credo sia l'unica, perché comunque Francesco Mastriani è tornato nel mondo dei dimenticati, il suo nome non dice niente ai più al di fuori del mondo degli studiosi e di qualcuno interessato alla storia della città o particolarmente acculturato. Persino la strada che la città gli ha dedicato è poco più di un breve vicolo in una zona popolare e periferica, anche se può consolare che nella stessa zona una strada è dedicata a Pier delle Vigne.

Nel 1838 nasce all'ingegnere Filippo (?) un altro figlio, Ferdinando, nel 1850 all'età di 12 anni viene iscritto all'Accademia di Belle Arti: evidentemente anche Ferdinando dimostra delle doti artistiche.
Della sua carriera artistica non si sa molto. Reperirne notizie non è impresa da poco, ed è sconosciuto anche agli appassionati, pur avendo legato il proprio nome a varie mostre nazionali del suo tempo non solo a Napoli.
Dai primi titoli che troviamo ci si rende conto che il Mastriani segue la pittura accademica sia nei soggetti che nella tecnica. Le opere di questo primo periodo non sono certamente esaltanti, così accademiche nei personaggi e nelle forme.
Nella 5° Mostra della Promotrice di Belle arti di Napoli nel 1867 troviamo una sua opera dal lungo titolo: “Nello della Pietra credendo vera l'infedeltà della moglie Pia dei Tolomei le toglie l'anello nuziale”, opera alla quale Tito Dal Bono non risparmia critiche, ma non sul soggetto in riga col gusto corrente ma sulla composizione e l'anatomia, ma poi la loda per una figura di spalle 'per eleganza e garbo'. Nell'esposizione del 1871 poi sappiamo di un'opera intitolata 'La curiosità', nel '72 il titolo dell'opera che espone è: La confidenza; nel 1874: Il mio album; nel '75 Mariella; nel '76: Ortensia; nel '78: Il mio Modello nel '79: Fosmà. Sembra chiaro che si tratti per lo più di ritratti e che Mastriani si sia allontanato dallo stile Neoclassico.
Nel 1882 sappiamo che ha dipinto una pala per la Cappella del Pio Sodalizio del Cimitero di Nola: La Congrega dei Preti venera S. Sossio, quadro che negli anni '90 del Novecento è stato rubato e non se ne conosce una immagine. Siamo comunque lontani per i soggetti da una pittura che possa realmente stimolare soprattutto oggi. Mastriani ha poi eseguito ad Ischia, per la chiesa di Santa Restituta a Lacco Ameno, una serie di dipinti con la storia della Santa. Si tratta di una pittura modesta invero, di tipo popolare. I colori sono chiari, le immagini abbastanza ingenue: un racconto popolare ed una pittura popolare. Non si nota una vera drammaticità e il linguaggio è ancora legato ai modi accademici, sembrano più delle illustrazioni di un libro che degli affresci o tavole. I personaggi non hanno pathos, non hanno anima. E' un racconto dal quale l'artista non è coinvolto, un racconto svolto con diligenza da un pittore modesto.
E qui sta il punto: Ferdinando Mastriani negli anni '70 ha una svolta nella sua pittura e questo lavoro commissionatogli non lo ha realmente ispirato, è lontano dai nuovi parametri ai quali è oramai  interessato.
Presso vari privati, invero discendenti della famiglia Mastriani, vi sono delle tele e delle tavole tutte di dimensioni modeste, nelle quali Mastriani si rivela un pittore intimista, il suo è un mondo di sentimenti, studia l’essere umano in una serie di ritratti, alcuni molto ben riusciti sia per qualità pittorica sia per espressività del personaggio che spesso si racconta, e in una serie di quadri d’interni. Non conosciamo paesaggi, tranne un paio: uno di Ischia ed un paesaggio alpino, nei quali pare che non si faccia affascinare dalla bellezza dei luoghi: non appartiene alla scuola di Posillipo o a quella di Resina, come la maggior parte dei suoi colleghi napoletani, è più interessato alle espressioni dei volti, a figure in interni che emanano una sottile malinconia.
Non si sa se abbia avuto contatti con gli impressionisti, come ipotizzò il maestro Armando De Stefano, osservando delle sue opere. Certo si è distaccato dal genere accademico neoclassico non solo nei soggetti, ma anche nella tecnica pittorica, con cui aveva iniziato il proprio percorso artistico. Ha abbandonato quella pittura precisa, piena di dettagli calligrafici, da cui proviene per formazione e per costume del tempo e si è avventurato nel terreno di una pittura che si affida alla pennellata più rapida e meno puntuale, ma molto più espressiva e di maggiori contenuti. Abbandona i soggetti storici per raccontare il mondo quotidiano che lo circonda, dal proprio studio alle persone che lo attorniano, che gli sono care.
Certamente con questa svolta la sua pittura assume una fisionomia più intensa e personale e vi sono delle opere che davvero arrivano ad un alto livello qualitativo ed espressivo, molto superiore a quello di alcuni suoi colleghi ancora visibili in libri e per i collezionisti.
Nell’esame attento delle opere del Mastriani, che ho potuto studiare, purtroppo però si riscontra una certa volubilità nel lavoro. La resa non è omogenea, mentre in alcune tele davvero ci troviamo davanti ad opere di un alto livello pittorico ed espressivo, altre volte appare più svogliato nell’esecuzione. Conoscendo poco o nulla della sua storia personale ed artistica, restando quindi difficile stabilire, sia una cronologia del suo lavoro sia le sue vicende, si può ipotizzare o che abbia avuto periodi di svogliatezza artistica o di disinteresse per il soggetto da rappresentare e di poca sintonia con esso. Oppure dobbiamo datare i suoi lavori meno riusciti come i primi passi della sua avventura pittorica nel distacco dallo stile neoclassico.
Certo sono frutto di una maturità artistica ormai raggiunta il Ritratto di donna con velo, o il Ritratto maschile che presumibilmente raffigura il fratello Francesco, o ancora quello della sorella Pia.
Si riscontra una stranezza nel lavoro di questo artista. Le opere che vengono da un membro della famiglia e sono in una collezione privata, non sono firmate, tranne un ritratto di Garibaldi, del quale non si sa naturalmente se fu eseguito dal vero o da una fotografia. E non si sa dove siano finite le opere da lui esposte, opere delle quali si hanno anche dei titoli, ma non si sa se siano quelle di cui siamo a conoscenza, (cosa poco probabile per la mancanza, appunto, della firma) o siano in altre collezioni private, dubitiamo molto che siano in musei.
Probabilmente proprio il fatto che sono opere rimaste ad una sorella ha fatto sì che non le firmasse. Potrebbe anche essere un simbolo della poca fiducia nella comprensione del pubblico per il suo nuovo linguaggio pittorico, oppure non dare un valore adeguato al proprio lavoro, forse perché l’apprezzamento pubblico non è rilevante. Naturalmente questa è solo un’ipotesi che facciamo per darci una risposta plausibile. E ce ne viene un'altra: non abbiamo date, questo potrebbe anche dire che Mastriani ad un certo punto era troppo avanti coi tempi per essere compreso in questa sua nuova visione pittorica.
Una cosa è certa, Ferdinando Mastriani è un pittore certamente quasi sconosciuto e certamente non studiato, inoltre la reperibilità delle sue opere è quasi impossibile. Però sappiamo che le opere che abbiamo visto sono di rilievo e la nostra opinione è stata condivisa da qualche altro esperto d'arte.
Si resta, a questo punto, un po’ interdetti per il suo mancato successo in vita ed il totale oblio dopo la morte. Verrebbe da pensare che la sorte sia stata beffarda con questi due talentuosi fratelli, uno morto in miseria nonostante fosse molto noto e molto amato dal popolo napoletano e avesse lavorato tanto, producendo una quantità davvero immane di scritti e non solo di letteratura popolare, ma giornalistica di rilievo, tanto che è uno degli autori più citati per quanto riguarda usi, costumi, tradizioni, eventi della storia cittadina (sono davvero tanti persino i siti in internet che lo citano e ne riportano interi articoli), l’altro morto quasi dimenticato nonostante di lui si dica che fu a lungo operante in città, pur essendo le sue capacità artistiche di un certo rilievo e pur avendo partecipato a molte mostre in tutta Italia. E’ infatti presente oltre che a Napoli nelle mostre della Società Promotrice di Belle Arti a Torino, Firenze, Milano, Genova.
                                  Maresa Sottile