Una delle reazioni al nostro tempo scientifico, tecnologico e razionale che crede tutto possa essere raggiunto e svelato per virtù di laboratori ed esperienze e l'inesplicabile essere soltanto il “non ancora spiegato”, è l'interesse per l'empirismo, l'occultismo, la magia, il fascino dell'inconoscibile.
Il movimento antimoderno del resto era già apparso in Francia al principio del secolo (XX° n.d.t.), quando, in quella varietà di correnti filosofiche che, a differenza degli altri lo contraddistingue, scrittori cattolici come il Maritain si rifacevano al medioevo e alla scolastica. Oggi, anche se tornare indietro è inammissibile, la fede nel mondo della primitività affianca e talvolta contrasta quella del progresso specialmente nel campo delle guarigioni, malgrado il miracoloso procedere della medicina. Si ritorna ai “semplici”, erbe per tutti i mali, al tocco delle mani, alla suggestione, ad ogni sorta di quelle che furono le rinnegate superstizioni di un'epoca scontata. Una di queste, delle quali in realtà non si è mai riusciti a liberarsi, è la credenza nelle miracolose influenze e nei simbolici significati delle pietre preziose.
La letteratura sull'argomento risale al Mille, quando Narbode, vescovo di Predon, scrive un intero poema in esametri in loro onore, ne vanta le virtù mediche, superiori, dice, a quelle delle erbe, perché “il loro balenio investe in un solo attimo la rete dei nervi e del sangue.”
Dopo di lui Alberto il Grande, santo domenicano, Dottore della Chiesa e cristianizzatore del pensiero aristotelico, torna sui loro poteri occulti e finalmente in pieno secolo classico, il buon Corneille (chi lo crederebbe?) medita nei suoi tardi anni sui versetti biblici e scopre che le dodici pietre corrispondono ai dodici articoli del Credo Cattolico.
Non basta, fa divertire la serietà con cui, al principio dell'Ottocento, Bernardin de Saint- Pierre, da romanziere precursore dell'esotismo romantico si fa naturalista e proclama con la più candida buona fede i poteri dell'ametista o del topazio nella guarigione delle malattie.
Il suo curioso trattatello dovrebbe essere l'ultimo di una singolare letteratura sulle gemme, se, fra i contemporanei non vi avesse aggiuntio pagine di grande bellezza il poeta e diplomatico Paul Claudel, l'autore del mistico “Annonce a Marie”. Informatissimo, perché l'argomento l'ha evidentemente sedotto, ci ricorda le Sacre Scritture e le oscure parole del profeta Isaia, quando parla della Gerusalemme celeste. “Ti fonderò, egli dice, sugli zaffiri”. Ed enumera le dodici pietre preziose che saranno poste a fondamento di essa: diaspro, zaffiro, rubino, smeraldo, sardonico, corniola, crisolito, berillo, topazio, crisoprasio, giacinto ed ametista.
Non in tutte le versioni, scrive, il diaspro è diaspro, spesso è un diamante, pietra durissima, gemma delle gemme, raggiante di luce dai suoi fuochi, dunque Dio Padre, lo zaffiro celestiale è il Figlio, il rubino il sangue incontaminato della Vergine, fino al giacinto cangiante nel cui trascolorare da un colore all'altro è il simbolo della della remissione del peccato che si tramuta in condono, fino all'ametista che rappresenta la Vita Eterna.
Poeticamente, diffusamente, il Claudel ricalca e chiosa Corneille, costruisce una mistica dei preziosi, scioglie alla fine un inno a questi “tesori che la terra dissimula nel più profondo della sua sostanza.” Essi chiudono in loro i toni vari dell'atmosfera, la sua soave tavolozza vi si concentra, vi si scontrano i colori che giocano alla superficie delle acque e le varie pennellate dei prati, come avessero subito una pressione spirituale, diventano pensiero condensato in luce e sfumature, gioielli sotterranei che corrispondono ai fiori terrestri.
“Non c'è – canta, se pure in prosa, il poeta - non c'è una pennellata del mattino o della sera, una variazione dei begli occhi che interroghiamo, un'invenzione dell'animale o della pianta a cui il genio plutonico non abbia fornito un corrispondente.
Ma il poeta, che delle gemme simboliche della Bibbia ha fatto il suo scrigno poetico e materia della sua poesia è il de Vigny. Anzi egli è andato più in là, vi ha aggiunto l'oro del quale, fuso in massiccio quadrato, il grande sacerdote si ornava il petto per presentarsi all'Eterno e agli astri, che sono le gemme del cielo e chi sa che cosa altro giacché il salmo dice: “I giusti brilleranno nel cielo come scintille e si differenzieranno in splendore come le stelle.” E certo egli dovette alla sua consuetudine coi libri sacri molte ispirazioni e il suo simbolismo prezioso.
Quando si crede, in quanto vate, guida dei popoli, sacerdote della onnipotente poesia, cerca i responsi negli splendori della volta celeste, isolato nella sua “tour d'avoire' che è una torre astronomica certo ormai dell'indifferenza degli uomini, della natura, di Dio, domanda un viatico agli astri, la sua alchimia poetica trasformando il pensiero in diamante, estraendo l'oro dalle fatiche umane, pietre preziose dalle ceneri della civiltà consumate.
Costretto dai limiti suoi propri -perché ne ebbe- a cercare fra le cose sensibili, scelse quelle splendenti per indicare ciò che rimane e dura della vita transitoria delle “nations”... Il suo mondo ideale si trasforma in una luminosa vetrina ove splende nelle gemme la condensazione assoluta e raggiante della purezza. Anche lui, come Mida, “ciò che tocca oro diventa”, oro che getta una luce uguale sui suoi quadri desolati, sulle sue tragiche Destinées. Riflessi aurei rivestono di ardore dolce lo sterile deserto che Mosè, l'uomo di Dio, attraversa, oro è intorno a lui l'arida sabbia, ali d'oro hanno ali e arcangeli nel poema Eola, tutta d'oro addirittura è la cupola del Paradiso, l'Aquila delle Asturie, librata nel sole, naviga interamente in un fluido d'oro.
Nella natura incantata e baudelairiana della Maison du berger la terra aurea nel vespro religioso ha parti di puro smeraldo ed è fra i diamanti dell'oceano che si dondola la celebre Bottiglia in mare. Allo smeraldo della terra fa riscontro lo zaffiro del cielo e sopra ogni cosa balena, simbolo regale, il diamante, le DIAMANT in tutte maiuscole, posto dal poeta ad esprimere “l'arte” delle “cose” ideali, cristallo durissimo e senza rivali.
Esso manda (purtroppo! ché il pensiero del de Vigny, nei difficili “Oracles” si fa stranamente astruso e addirittura ermetico) raggi d'argento e d'oro, che a loro volta, formano due luci di uguale importanza: quella dei pensieri più belli e quella “dell'amore più puro.”
Simboli, oracoli, prolusione al surrealismo, quando il Valery farà ancora un passo nell'astrazione, l'oro assumerà un significato surreale, gli astri si chiameranno diamanti tout court, la distillazione intellettuale vaporerà nel “Néant”.
E adesso? Adesso, nelle vetrine girano, sotto lampade, le magnifiche gemme artificiali, nate fra il rumore meccanico dalle cabale della chimica sfidando i fuochi di quelle che la natura nella sua lenta gestazione ha impiegato secoli e millenni per accenderle nelle tenebre della terra.
(Questo articolo l'ho trovato nelle carte di mia nonna, la poetessa e scrittrice Maria Algranati, della quale ho curato l'autobiografia Tavola Calda. Ho deciso di pubblicarlo perché sono molto interessata all'oreficeria, quindi alle gemme ed ai loro significati, valori, leggende, e dei significati e simbologia che la pittura ha dato attraverso essi, in rapporto ad uno studio che sto scrivendo. Infatti in questo blog vi è un post del 4-10-11 che parla di ciò. Tutto questo è trattato anche nella letteratura, sia passata che più recente, e questo articolo ne è una, sia pur piccola e parziale, testimonianza.
Di questo scritto, come di tutte le sue opere, detengo la proprietà letteraria per suo volere testamentario.
Maresa Sottile
Visualizzazioni totali
martedì 5 agosto 2014
sabato 12 luglio 2014
PREMIO CASTELLO di PRATA SANNITA L'IGUANA nel CENTENARIO della NASCITA di ANNA MARIA ORTESE
L'Italia è un paese pieno di bellezze naturali e colma di opere d'arte. Ma la cosa grandiosa è che fortunatamente ci sono ancora luoghi di bellezza e di storia che non sono noti a tutti. Ci sono meraviglie non calpestate dal turismo di massa che ormai massacra le nostre città d'arte e i nostri siti più belli.
Uno di questi luoghi l'ho scoperto alla fine di giugno, eppure è lungo la strada che porta a Roccaraso e che va verso l'Adriatica, da me percorsa centinaia di volte per svariate ragioni. Se ad un certo punto si gira in una traversa e si sale un po' per strade secondarie poco trafficate si arriva a Prata Sannita. C'è un paese nuovo più in pianura, ma se si continua e si sale si giunge ad un castello medioevale su un cucuzzolo a cui da un lato è aggrappato l'antico borgo, e nella valle scorre il Lete tra alberi e sassi. Uno spettacolo bellissimo. Molti lo conosceranno di certo, anche perché so che si organizzano gite e visite guidate, e chiedo scusa per la mia ignoranza. Io sono arrivata a questo castello perché ho partecipato alla prima edizione di un concorso letterario, il premio Castello di Prata Sannita L'Iguana, dedicato ad Anna Maria Ortese di cui ricorre il centenario della nascita.
Il premio è nato dall'incontro e dall'amicizia di tre stupende donne: la filosofa Esther Basile, ideatrice dell'associazione Eleonora Pimentel di Napoli, legata all'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, dalla giornalista molisana Maria Stella Rossi e dalla 'castellana' Lucia Daga Scuncio. Sì, proprio la 'castellana', cioè la proprietaria, la cui famiglia possiede da oltre 150 anni lo storico castello che risale all'anno Mille e che ha ospitato i Cavalieri Templari e quelli del Santo Sepolcro, Federico II di Svevia e Alfonso II d'Aragona, ma anche il passaggio di ignoti soldati della I o II Guerra Mondiale (Non si sa)che hanno lasciato le loro ordinate e ben scritte firme sul muro di una torre e nelle cui segrete sono stati reclusi, forse torturati,morti in tanti, probabilmente anche personaggi importanti e forse Donna Lucia Daga lo scoprirà. Donna coltissima oltre che simpaticissima e gentilissima, Lucia Daga si occupa, con i figli Vittorio e Domenico di questo monumento storico, creando eventi, accogliendo visitatori con un dolcissimo sorriso. Il figlio Vittorio ha creato in alcune sale due musei: uno sulla Civiltà contadina ed uno con cimeli delle due Guerre Mondiali.
Solo tre donne molto in gamba, potevano in pochi mesi organizzare un evento, un Premio Letterario con anche una sezione di fotografia e video, col patrocinio della Presidenza della Repubblica e quella della Camera dei Deputati, della Presidenza del Consiglio Regione Molise e del Comune di Caserta della Biblioteca Nazionale di Napoli, del Teatro San Carlo, di associazioni culturali, biblioteche, Librerie storiche..... un elenco lunghissimo di rappresentati della cultura di tutta Italia. E a presiedere il Premio è stato chiamato il Poeta Elio Pecora, al quale nel pomeriggio dopo la premiazione, il Sindaco Domenico Scuncio ha “donato” un antico albero sulla riva del Lete con una targa che ricorda la sua presenza all'evento.
Del Premio ho saputo che ancora non era del tutto “nato” e sùbito ho detto che volevo parteciparvi e credo di essere stata tra le prime ad iscrivermi. Non l'ho vinto, ovviamente, ma ho avuto una Menzione Speciale e dei complimenti molto gratificanti da alcuni membri della giuria, quando mi hanno conosciuta dopo la premiazione. Ma la cosa veramente bella è stata esserci. Esserci alla cena a lume di candela a cui ci ha invitato Lucia Daga, conoscere persone gradevoli e interessanti, visitare luoghi con una storia millenaria e bellezze naturali non contaminate.
Maresa Sottile
Maresa Sottile
mercoledì 23 aprile 2014
EL GRECO nel IV centenario della morte
Quest'anno ricorre il IV centenario della morte di Domenikos Theotokòpulos, è questo il nome di un pittore che tutti conosciamo come El Greco (Isola di Creta 1541, non è certo se a Fodele o a Candia - Toledo 1614). La Spagna ricorderà questo evento con mostre sia al Prado di Madrid che a Toledo con opere provenienti da tutto il mondo; sia con una mostra itinerante “Tra il cielo e la terra. Dodici sguardi su El Greco. E opere esposte nei luoghi per cui furono eseguite. Un gran fermento in tutta la Spagna per questo suo figlio adottivo che tanta arte le ha donato.
Pittore piuttosto originale, studiò ed esercitò nell'isola, dove era iscritto anche alla Gilda, fino al 1560 c. poi approdò a Venezia, dove venne a contatto con la pittura ed i Manieristi veneti, ma anche con Tiziano e, forse, fu per breve periodo suo allievo.
Naturalmente l'ambiente artistico veneto è tutt'altra cosa da quello cretese. E' vivace e ricco di grandi artisti che lo affascinano.
Prima influenzato dalla pittura bizantina, dipingeva icone a Creta, ora subisce ovviamente lo splendore dei colori e della luce dei pittori veneti, Tintoretto e Jacopo Bassano, lo conquistano più dello stesso Tiziano, che è di lui che forse scrive a Filippo II dicendo: ”...molto valente mio discepolo”.
Ma sarà più sensibile alla ricerca manieristica che al gigante del colore che forse frequenta come allievo.
Nel '70 va a Roma, e vive un'altra esperienza importante. Vede ovviamente l'opera di Michelangelo, che però non stima come pittore. Certo Michelangelo in ogni sua manifestazione artistica è fortemente scultoreo e forse questo non intrigava un uomo come El Greco, anche perché già a quel tempo il 'vero' colore del grande fiorentino era offuscato dal fumo grasso delle candele, tant'è che forse neppure Giulio II forse vide i veri squillanti colori del grande Buonarroti.
Né deve averlo particolarmente colpito la pittura calda, la composizione ampia di Raffaello, la sua intima serenità anche nelle composizioni drammatiche, mai veramente tragiche.
El Greco viaggia per l'Italia e infine approda in Spagna a Toledo.
Ha completato la sua maturità artistica, ha visto tante cose, ha trovato quelle che si avvicinano più al suo spirito tormentato. Ha formato il suo stile.
La luce è uno dei problemi, delle sfide, delle ricerche dei pittori. La luce è una delle protagoniste più importanti della pittura del '500/'600, e El Greco uno degli artisti che ha fatto della luce un uso particolare rendendola protagonista della sua pittura.
Ha visto Tintoretto dipingere i contorni con un raggio di luce, Tiziano impastare il colore con la luce, Veronese invadere di luce le sue composizioni grandiose. Lui illuminerà le immagini con guizzi luminosi che renderanno le sue figure allungate e movimentate, drammatiche e surreali. Dopo di lui Caravaggio illuminare le sue scene con proiettori invisibili, fasci di luce che metteranno in evidenza l'azione, la drammaticità e il senso dell'opera. Due modi diversi che portano ad uno stesso risultato in un certo senso: la luce attrice principale delle loro scene fortemente e teatralmente drammatiche. Eppure non potrebbero essere più diversi formalmente. Caravaggio ha alle spalle Cimabue, Giotto, Mantegna, El Greco il mondo bizantino. Le sue composizioni saranno sempre convulse, più verticali che orizzontali ed i suoi colorir lividi.
Sperò molto, El Greco, di conquistare la corte spagnola, ma al re non piacque il suo lavoro, che dopo avergli commissionate due tele: l'Allegoria della Lega Santa e il Martirio di San Maurizio relegò quest'ultima nella Sala Capitolare invece che nella Cappella per la quale era stata commissionata.
Rimase a Toledo ed ebbe commissioni importanti, ma il sogno di lavorare per il re e raggiungere quindi il riconoscimento più importante che gli avrebbe portato fama e gloria, svanì.
Le figure allungate, tormentate, le luci guizzanti che colpiscono i corpi, la pittura sfaldata, i cieli tormentati da nubi apocalittiche, l'inquietudine che c'è nelle sue composizioni, creano una cifra unica nella pittura. E' ciò che contraddistingue i grandi artisti: l'inconfondibilità del loro lavoro.
Tra le sue opere più famose Il seppellimento del duca di Orgaz (Toledo S. Tommaso), L'Adorazione dei pastori al Prado di Madrid, Il sogno di Filippo II a Madrid all'Escorial, la Natività alla Galleria Barberini Roma... e i magnifici ritratti di grande acutezza psicologica. Davvero tanti e bellissimi.
Maresa Sottile
Maresa Sottile
giovedì 10 aprile 2014
RENE' MAGRITTE un artista Surrealista-Metafisico
La pittura surrealista ha due nomi che credo tutti conoscano: Salvador Dalì e Renè Magritte. Certo non sono gli unici surrealisti, ma di sicuro i più noti. E anche molto diversi. Il primo è molto più drammatico, a volte cupo, non molto ironico, quasi barocco. Spagnolo.
Renè Magritte è belga, un'anima diversa, e questo ha il suo peso a mio parere. Il surrealismo di Magritte si avvicina alla metafisica, sotto l'impatto della pittura di De Chirico. E la sua pittura è spesso anche ariosa, luminosa, in qualche caso a primo acchito quasi divertente nella sua grande ironia. Chi dipinge una pipa e scrive sulla tela “Ceci n'est pas une pipe”, ha ragione èd è ironico e divertente, e mette in discussione molte cose.
Magritte nasce a Lessin nel 1898 in una famiglia borghese. Ma per lui il destino ha una brutta sorpresa. Nell'età più delicata della vita, l'adolescenza, non ha ancora quattordici anni, sua madre si suicida gettandosi nel fiume Sambre, e cosa ancora più terribile è presente al ritrovamento del suo corpo: quando la ripescano la camicia le copre il volto, lasciando il suo corpo nudo.
Una esperienza del genere non la si dimentica e condiziona per sempre. Anche se Magritte non vorrà parlarne, minimizzerà l'influenza del fatto. Ma non sarà vero. Non sarà mai uno spirito allegro, anche se la sua non sarà una vita molto problematica o infelice, e la sua pittura metafisica-surreale (credo che sia più giusto 'etichettarla' così che semplicemente surrealista) ricorderà spesso nelle sue opere, più che l'evento in sé di quell'episodio terribile, ciò che gli sconvolse la vita: il trauma dell'abbandono, dell'incomprensibile dolore, dell'incomprensione del mondo.
Magritte farà regolari studi artistici iscrivendosi all'Accademia di Belle Arti di Bruxelles, e, come qualsiasi artista subirà le influenze del suo tempo e dell'arte del suo tempo: Cubismo e Futurismo, anche se in lui c'è già la vena Surrealista. Grande influenza avrà su di lui la visione di un quadro di Giorgio de Chirico: Canto d'amore.
E fino a tarda età, con un breve periodo negli anni '40 in cui si darà all'Impressionismo, racconterà nei suoi quadri un mondo spesso onirico e nel contempo molto realistico nella sostanza pittorica, e metterà in evidenza l'incongruenza delle cose, del sentire, del mondo con i suoi interrogativi.
La Metamorfosi sarà un'altra sua caratteristica: scarpe che diventano piedi o piedi che diventano scarpe, umani che diventano altro. E ci saranno bare sedute che riprendono quadri di altri artisti, come Prospettiva: Madame Récamier di J.L.David che riprende quello di David o Prospettiva: il balcone di E. Manet, che sempre con bare sedute al balcone ripiglia l'opera dell'impressionista che ritrae una famiglia borghese al balcone. Ma anche sonagli da soli che volano o nei corpi, nelle piante: metamorfosi di che? Le interpretazioni della critica e degli storici sono tante, ma forse ognuno guardando deve dare la sua, perché le opere di Magritte sono tutte misteriose e da interpretare, parlano all'inconscio ed anche alla mente di ognuno, e ognuno è diverso dall'altro.
E sono belli e luminosi i suoi cieli dove si stagliano nuvole luminosamente candide, omini di spalle in bombetta che vi volano, o vi si staglia una coppa da champagne in cui sosta e straborda una nuvola.
Sono stata al Museo di Capodimonte stamane e, improvvisamente, sono stata colpita da un enorme quadro in uno dei saloni dell'appartamento reale, ora tutto diventato Museo. Il quadro è di Jean Jaoseph Xavier Bidauld (1758-1846) e si chiama: Castello al chiaro di luna. E' un bellissimo paesaggio rischiarato dalla luna, con sullo sfondo un castello con alcune finestre illuminate. E mi è subito venuto alla mente il, bellissimo anche questo, dipinto di Magritte molto affascinante: L'impero delle luci, tema che l'artista riprese in più tele (cosa che accade per molti suoi dipinti), che ha una discreta somiglianza con quello del Bidauld in questa 'notturnità' illuminata da un fanale davanti all'edificio e le finestre illuminate che rilucono sul nero dei muri, ma il cielo è diurno con nuvole bianche. Il punto è che all'inizio non ci si rende nemmeno conto del non-sense. E mi sono ancor più convinta che già tutto è stato fatto, detto, vissuto. Eppure tutto è diverso da tutto.
E ci sono i quadri dell'angoscia, quelli avvolti dal panno bianco che nasconde i volti o che 'vestono' parti di corpi nudi.
Ci sono immagini di cose e oggetti monocrome perché tutti della stessa materia, che nulla ha a che vedere con essi. E ci sono i quadri ironici, come La notte di Pisa, dove in un paesaggio non paesaggio la Torre di Pisa è sorretta nella sua pendenza da una morbida piuma.
Maresa Sottile
Maresa Sottile
giovedì 27 marzo 2014
FORTUNATO DEPERO un grande artista del FUTURISMO
Fortunato Depero (Fondo 1892-1960 Rovereto), è uno degli artisti più versatili e interessati del grande Movimento Artistico che è stato il Futurismo, per anni un po' “dimenticato” per certi suoi legami con il fascismo, gli viene ormai da tempo riconosciuto il giusto ruolo che gli spetta nel panorama artistico italiano e internazionale. Infatti è stato il solo grande movimento artistico italiano della prima metà del '900, che ha anche influenzato l'arte d'Europa, sino alla Russia, e agli Stati Uniti, dove proprio in questo periodo viene ricordato con una grande mostra al Guggennheim di N.Y.. E sempre a New York, proprio con opere di Depero, si è inaugurata la fondazione italiana CIMA (Center of Italian Modern Art) voluta da Laura Mattioli, figlia di un grande collezionista e amico dell'artista.
Depero, nato in Val di Non, nel Trentino ancora austriaco, manifestò le sue attitudini artistiche sin da ragazzino. Spirito davvero poliedrico, e con una visione dell'arte figurativa a trecentosessanta gradi.
La famiglia si trasferisce a Rovereto, città nella quale, dopo viaggi e permanenze in altre città e all'estero, si fermerà, fondando anche il Museo Galleria Depero, ancora esistente.
Dopo gli studi alla Scuola Reale Elisabettiana, cioè in una scuola d'arte, non viene accettato dall'Accademia di Belle Arti di Venezia e se ne va a lavorare a Torino per l'Esposizione Internazionale. Naturalmente come decoratore, poi torna a casa e lavora con un marmista, facendo tesoro di quest'esperienza.
Depero è uno sperimentatore, ama le arti applicate, cioè le cosidette arti minori.
Ed è un vulcano di idee, forse ancora un po' confuse e influenzate dal mondo in cui vive, influenzate dalle mode del momento, come è giusto che sia per un ragazzo, meglio un adolescente.
Ma, venuto a contatto con i Futuristi, troverà presto la sua strada, mescolando le influenze di Boccioni e di Balla, ma non imitando nessuno e trovando una sua cifra, che avrà varie fasi, ma che sarà sempre chiaramente riconoscibile e solo sua.
Depero sarà un artista instancabile, che produrrà una gran varietà di tipi di opere, dalla pittura ai tappeti, agli arazzi, ai manifesti pubblicitari, agli oggetti, ai costumi e scene teatrali, all'abbigliamento: Renzo Arbore, ad esempio, possiede alcuni dei gilet indossati da Marinetti e Cangiulli, opere di Depero, e beviamo ancora il Campari dalla bottiglietta da lui disegnata.
Le arti applicate non sono per lui meno importanti di quelle con l'A maiuscola. Cosa che quasi tutti gli artisti hanno sempre conseguito, d'altronde, ma che in Depero è fondamentale, perché davvero per lui non vi è differenza tra l'Una e l'Altra.
Depero trova nel Futurismo quello che più di ogni altro Movimento, Corrente Artistica gli avrebbe potuto dare, il Futurismo era già in lui, nella sua ricerca, ancor prima di venirne a contatto.
Entrò nel Movimento giovanissimo esponendo alla galleria futurista di Sprovieri, ma viene definito un artista del 2° futurismo. Il primo, quello 'eroico', finiva con la morte di Umberto Boccioni, Antonio Sant'Elia e Carlo Erba, ma è in questo periodo che il Futurismo verrà davvero a contatto col pubblico e la vita di tutti, proprio con quella parte di Arti applicate che tanto frequentava con passione e da sempre Depero.
Le opere di Depero sono inconfondibili, come lo sono sempre quelle dei grandi artisti. Se si conosce un po' di storia dell'arte e si vede un'opera di Leonardo o di Morandi o di Pollock, non si potrà mai confonderla con quella, anche se similare, di un altro artista.
Le opere di Depero sono dinamiche, estremamente gradevoli da guardare, quindi molto decorative, ma non solo. Hanno in loro una visione personale. Le sue immagini molto geometrizzate, a volte robot e manichini, e prendono vita dalla vivacità dei colori, dalle sue variazioni a volte apparentemente incongruenti, che danno loro, invece, un senso anche estetico molto forte. Molte sue opere trasmettono gioia, altre angoscia, a seconda dei colori soprattutto, ma tutte hanno una grande valenza compositiva e cromatica.
I suoi oggetti, le sue pubblicità e così via, ci danno un'idea del suo talento creativo e fantasioso, a volte penso anche ironico.
In “Colpo di vento” o in “Natura morta accesa”, o in “Rotazione di ballerina e pappagalli” o in uno qualsiasi dei suoi arazzi o gilet o nel progetto per un Padiglione della Venezia Tridentina alla Fiera di Milano, o ancora in “Architettura di gobbo” scultura creata con sagome di metallo piegate e assemblate, o in quelle assemblate in legno e colorate, giusto per fare qualche esempio della sua vasta produzione, possiamo anche riscontrare influenze cubiste, surrealiste, persino un po' dadaiste, ed anche di Escher, tutte puntualmente rielaborate nel personalissimo Futurismo di Depero. Guardando le sue immagini si entra in un mondo magico narrato con immagini fantastiche.
Maresa Sottile
Maresa Sottile
martedì 4 marzo 2014
Arte ed Economia
Dario Franceshini, nuovo Ministro ai Beni Culturali, subito dopo la sua nomina ha dichiarato ai giornalisti che il suo è un Ministero di grande importanza per la ripresa economica di questo Paese.
Sono molto contenta che un Ministro del mio Paese faccia questa dichiarazione, ma il punto è: gli faranno fare quello che dovrebbe fare, e soprattutto se pensa realmente quello che ha detto. Infine se ha davvero le idee chiare e le capacità per rendere reali le sue parole. Purtroppo siamo tutti un po' disincantati dopo decenni di promesse, non realizzate, dei politici.
Inoltre, in un paese che per tanto tempo ha fatto così poco per la cultura, quasi ritenendola un optional e neanche importante e redditizio, si riuscirà mettere in gioco questa opportunità?
Tutte le attività culturali si dichiarano in crisi. L'editoria cartacea è alla frutta, ne ho parlato con un giornalista che lavora da quarant'anni in una grande casa editrice; teatri di prosa e lirici vivono una profonda crisi, il cinema altrettanto. Mancano fondi.
Ma, ovviamente quello che mi interessa di più è quel patrimonio artistico che l'Italia possiede e che non è davvero curato e sfruttato come un bene comune che può produrre, come dice il Ministro, economia, posti di lavoro.
Si parte da lontano con questa situazione. L'Italia che per secoli è stata il centro artistico dell'Occidente, che ha dato grandi artisti, quando non geni, ad un certo punto ha perso il suo primato, cadendo in un'irrazionale stato di trascuratezza. A volte persino i grandi geni del passato e le loro opere sono finiti nel dimenticatoio. Il disinteresse ha avvolto quel mondo che ci ha reso primi e i più grandi per secoli.
E una parte di questa colpa è stata anche di coloro i quali si occupavano dell'argomento. Ad un certo punto la Storia dell'Arte è diventato un argomento solo per “iniziati”. Ci sono stati anni in cui leggere un libro di Storia dell'Arte, anche scolastico, era quasi un impresa. Come se gli argomenti che trattavano non potessero essere divulgati al volgo, appunto. Questo ha creato una barriera tra gli addetti ai lavori e coloro i quali avrebbero potuto avvicinarsi all'argomento. Per fortuna alcuni lo hanno capito ed ora, anche chi non è molto attrezzato, ha la possibilità di leggere opere comprensibili
Altra grande colpa, se non la principale, è stata quella di dare pochissime ore di insegnamento della materia nelle scuole.
Ho avuto figli al Classico, uno dei migliori della città. Ho toccato con mano quello che facevano ed il loro grado conseguenziale di preparazione.
Ad un certo punto la Storia dell'Arte è stata messa nei programmi delle Scuole Medie, naturalmente erano più che altro nozioni per ragazzini, eppure molti insegnanti continuavano a farli disegnare 'per esprimere la loro creatività', ma non svolgevano l'altra parte del programma. E anche questo l'ho constatato di persona. Anche se comunque non escludo che ci siano stati insegnanti preparati e coscienziosi. Adesso poi è stata addirittura tolta dai programmi. Eccellente! E allora come si può facilmente comprendere la maggior parte della gente ha pochissima cognizione, e sempre meno ne avrà, di quale sia il nostro patrimoni artistico, e, di conseguenza, la possibilità di capirne l'immenso valore che ha, compreso quello economico.
D'altra parte abbiamo avuto un ministro dell'Economia che ha detto, tempo fa, che con la cultura non si mangia, un tipo molto snob e anche con l'erra moscia, che mi pare sia arrivato dove è arrivato perché dicevano fosse preparato. Vorrei tanto sapere quanto ha studiato, lui.
Noi non abbiamo miniere, non abbiamo il petrolio, né il gas. Abbiamo da sempre, però quattro grandi ricchezze: l'Arte, la Natura, l'Artigianato e l'Agricoltura. Erano queste grandi ricchezze che dovevamo curare. Oltre tutto si mangia sempre, anche in era tecnologica.
Uscendo un po' dal tema, a proposito di tecnologia, vorrei dire una cosa, divertente se non fosse, a mio parere, quasi tragica. Ogni giorno di più stanno informatizzando tutto, non si va più in molti uffici, tanto si può fare col pc. Ad esempio i pensionati hanno la possibilità da casa di sapere tutto tramite computer sulla pensione e quant'altro. Ma si è chiesto qualcuno se 'gli anziani' sanno usare il pc, o addirittura se lo hanno? Ma glielo può fare il figlio, la nipote! A parte che che spesso figli e nipoti non hanno tempo o voglia, ma chi è solo? Chiudiamo questa parentesi, che però secondo me dimostra come spesso la razionalità non anima le nostre azioni.
Della prima ricchezza. l'Arte, grossomodo, abbiamo già detto; della Natura cioè del paesaggio abbiamo, dal dopoguerra in poi, fatto spesso scempio; l'Artigianato è andato a rotoli, ricordiamo che per gli artigiani era sempre più difficile trovare qualcuno che volesse imparare e lavorare nel settore, poi la crisi economica ne ha costretto migliaia e migliaia a chiudere; l'Agricoltura è stata mandata a rotoli come sappiamo tutti dopo la guerra, con la riforma agraria fatta coi piedi e l'industrializzazione, anche se fortunatamente oggi molti giovani stanno cercando di rianimarla.
Concludendo, noi abbiamo sprecato, la maggior parte del nostro patrimonio tra incuria, ignoranza, incompetenza e ci metterei anche burocrazia.
Abbiamo sciupato in parte il nostro potenziale, le nostre ricchezze e la maggior parte di noi non ne ha neppure coscienza. E questa è una vera e grande tragedia nazionale.
Speriamo che questi piccoli ragionamenti, quasi elementari, che ho fatto, aiutino la dichiarata (buona) volontà del Ministro. Con molti auguri a lui ma soprattutto a noi italiani.
Maresa Sottile
Maresa Sottile
giovedì 23 gennaio 2014
Una divertente lettera scritta da Francesco Mastriani (1819_1891 Na. Giornalista, scrittore) a sua madre
Carissima Madre,
Il tempo è sempre tempo, e in questi tempi di cattivo tempo si perde tempo e non si ha tempo di acquistare un poco di tempo per mettere a profitto il tempo. Ora, per non perder tempo,essendo che il tempo non ci permette di recarci da voi a tempo, avrete la bontà di avvalervi di un minuto di tempo, per ammazzare il tempo, e farvi un mercante, giuoco adatto al tempo. Mi manca il tempo di scrivervi più a lungo. Salutatemi Papà.
Venite con Emilia e Giulia.
Vostro devotissimo figlio
Se non avete tempo di venire, o il tempo non ve lo permette, avrò il tempo di venire da voi
Francesco Mastriani
Iscriviti a:
Post (Atom)