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mercoledì 22 aprile 2015

Frida Kahlo, il dolore e la passione

Frida Kahlo (1907/1954) è un'artista messicana molto nota al grande pubblico soprattutto perché la sua vita è stata immortalata in un film e sono state fatte delle mostre delle sue opere molto pubblicizzate. La sua storia, davvero tragica, ha colpito la fantasia di tanti. E non poteva essere diversamente. Tutti sanno del terribile incidente che subì a diciott'anni e che condizionò tutta la sua vita portandola anche ad una morte precoce. L'incidente cambiò davvero la sua vita. Voleva fare il medico invece fu lei per sempre nelle mani dei medici con 32 operazioni sùbite a causa di quell'incidente: lo scontro dell'autobus sul quale era con il ragazzo che amava. I danni che Frida subì furono davvero allucinanti, la inchiodarono per mesi al letto, le fratture che subì furono molteplici: tre alla colonna vertebrale, al femore, all'osso pelvico solo per dirne qualcuna. Non poté mai avere figli anche se ebbe una gravidanza, che non poté portare a termine e, da quello che dipinse in vari quadri, sappiamo che questo fu un ulteriore dolore. Inoltre pare avesse la colonna vertebrale bifida, che le comportò altri gravi problemi, scambiati in gioventù dai suoi per polio. Della sua vita è anche famoso il letto a baldacchino che le procurarono i genitori con uno specchio in alto: nei lunghi mesi in cui fu costretta a letto aveva cominciato a disegnare così quello specchio in cui si rifletteva la sua immagine fu la sua fonte di ispirazione: cominciò a dipingere se stessa. Quando finalmente si alzò aveva un busto per reggere la colonna vertebrale e soffriva molto, sarebbe stato sempre così, visse accompagnata dal dolore tutta la vita, ad un certo punto le misero persino un sostegno di ferro alla colonna. Rendersi conto del dolore fisico che Frida ha sùbito non è facile. Ma era una donna forte, giovane e la voglia di vivere la sostenne. Abbandonati gli studi per fare il medico continuò invece a dipingere e ad essere coinvolta nella politica: era ormai una convinta comunista. Oltre che dipingere aveva molto letto a questo proposito. Aveva bisogno di guadagnare e decise di far vedere i propri quadri al più importante pittore del momento: Diego Rivera, che restò colpito dai lavori di quella ragazza, l'accolse e la lanciò nel mondo artistico del tempo ed anche nella politica essendo anche lui un fervente comunista. Frida si innamorò di Rivera e si sposarono nel 1929. La Kahlo e Rivera si lasciarono e ripresero per tutta la vita, addirittura sposandosi due volte. Si tradirono reciprocamente tutta la vita. Cosa abbia affascinato Frida resta per me un mistero. Rivera era molto più grande, brutto, quasi repellente e infedele, anche come artista, invero, Rivera non era, secondo me, un genio della pittura, anche se celebre. L'arte di Rivera, molto apprezzata al tempo anche fuori del suo paese, personalmente non mi ha colpito più di tanto. Certamente il suo linguaggio non è molto originale né unico. Quello di Frida invece è personalissimo ed emozionante, anche se a volte molto crudo. Unico forse come unica fu Frida anche come donna. Guardare il suo aspetto fisico lascia perplessi: le donne tendono ad abbellirsi, lei oltre a non separare i sopraccigli, che sul suo viso diventano una barra nera sugli occhi, non depilava neppure i baffi che risaltano molto anche perché era molto scura di pelle e capelli. Pare piacessero al marito. Se i primi possono assumere una caratteristica quasi accettabile, quella peluria nera sul labbro era terribile (almeno secondo me), eppure il fascino di Frida andava oltre ogni cosa, era personale e attraeva uomini e donne. I critici d'arte volevano etichettare la sua opera come surrealista, lei non fu mai d'accordo, anche se per un periodo accettò questa etichetta, ma poi scrisse che non ci si sentiva e non lo era. La Kahlo raccontò con le immagini il suo dramma, la sua vita dolorosa, il suo corpo straziato e la sua mente presa totalmente da Rivera e dalla sua ossessione d'amore. Racconta i suoi pensieri, il suo mondo colorato e caldo nel quale, però, regna egualmente il dolore. Colori caldi e accesi, derivanti dalla cultura Sud Americana, impregnano la sua opera. Frida raccontò in un modo unico, inimitabile. Mi fa pensare a Chagal (vedi articolo) che nelle sue opere anche lui, nella sua lunga vita, dipinse quasi sempre il suo mondo perduto, i suoi ricordi. Forse erano due egocentrici perché si sentivano al centro di ogni cosa, uno coi suoi ricordi, l'altra col suo dolore ed il suo amore infelice. Due egocentrici certamente, come quasi tutti gli artisti. Ma ci hanno lasciato opere che sono tra le più interessanti ed inconfondibili dell'arte del '900. Rivera comprese il suo valore e Frida ebbe successo. Ma davvero la salute è la ricchezza più grande e lei non la ebbe. Morì a 47 anni. Rivera si risposò (era il suo 4° matrimonio, anzi 5° se contiamo che con Frida si sposò 2 volte). Maresa Sottile

mercoledì 15 aprile 2015

Il Genio più grande: Leonardo da Vinci

Il 15 aprile 1452 nasceva a Vinci Leonardo, quindi oggi 15/4/2015 cade il 563° anniversario della sua nascita, e oggi a Palazzo Reale di Milano si inaugura una grande mostra su di lui, in concomitanza con l'evento dell'Expo. Mostra che gli organizzatori hanno preparato per 5 anni con opere pittoriche e grafiche e opere di altri artisti del suo tempo per ricreare lo spirito, l'atmosfera culturale dell'epoca, i rapporti artistici fra coloro che agivano in quel mondo e in quel tempo. Ma non è della mostra che voglio parlare, infatti ancora non l'ho visitata, ma di lui, di Leonardo, di colui che tempo fa, in una specie di referendum, fu definito il più grande genio dell'Umanità. E soprattutto dell'uomo e dell'artista che sin da quando ero ragazzina mi ha affascinato come nessun altro. Di lui ho visto le opere del Louvre, alcune pagine dei suoi Codici, alcune macchine costruite sui suoi disegni, oltre ad una edizione di uno dei libri più completi sulla sua opera omnia, cioè artistica, ingegneristica, scientifica. Da ragazzina lessi il libro di Dimitri Merezkovskij Leonardo Genio , libro che si rivelò poi con varie imprecisioni ed errori storici, ma di indubbio fascino. Poi l'ho studiato ed è rimasto, se non il mio artista preferito, uno dei miei prediletti. Poi ho avuto in casa uno splendido volume intitolato Leonardo da Vinci pubblicato nel '57 dall'Istituto Geografico De Agostini con le riproduzioni oltre che dei suoi dipinti, anche dei suoi Codici. Un libro davvero bellissimo e interessantissimo, oltre che di dimensioni notevoli. La cosa che, ovviamente, mi ha più affascinato in lui è stata la poliedricità del suo genio. Capace di dipingere la Vergine delle Rocce e nel contempo di inventare il sottopassaggio o l'elicottero, ma soprattutto capace di riprodurre nelle sue opere i suoi studi e saperi: di botanica o di geologia che sia, facendone un capolavoro. Forse proprio questa è la cosa che mi affascina di più. Sapere che quell'erba, quei fiori, quei monti, ad esempio nella Vergine delle Rocce, potrebbero illustrare un libro scientifico, ma al contempo sono di una bellezza e poesia artistica eccezionali. In lui le sue conoscenze partecipano della sua arte e la sua arte partecipa del suo genio scientifico. E poi è stupefacente il senso dell'atmosfera nei suoi dipinti. Come si può dipingere l'aria? Eppure Leonardo l'ha fatto e chi ha visto le sue opere lo sa. Non è solo un fatto di tridimensionalità, di prospettiva, le sue figure sono avvolte dall'aria che il suo sfumato è in grado di creare. Si dice che Raffaello abbia tentato di dipingere con questa tecnica, con il risultato di rendere lo sfondo della sua opera nero e di non riuscire a ricreare quell'effetto di pulviscolo atmosferico leonardesco. Quando studiavo l'immagine sui libri, ad esempio, della Gioconda il dipinto non mi appariva così eccezionale come si diceva. Ma quando sono stata davanti a quel quadro mi sono resa conto, anzi ho sentito, di essere davanti ad una delle opere più belle e affascinante che un artista in ogni tempo abbia mai creato. La mostra a Milano, ho letto, pare voglia un po' sfatare la “solitudine” del grande artista. Probabilmente sarà vero che non fosse così incompreso come si è sempre detto, anche se non lo credo. Certo che sapevano che era un grande artista, ma l'incomprensione era per lo scienziato, per lo studioso. Durante un soggiorno, mi pare in Veneto ma non lo ricordo bene, lui scoprì delle conchiglie ed elaborò la tesi che dove ci sono le Alpi, c'era il mare. E aveva ragione. Ma chi mai poteva credergli al tempo? Il suo grande mecenate Ludovico il Moro, fu scacciato dai francesi, distruggendo, come fa l'ISIS, il monumento equestre che stava elaborando per lui Leonardo, che dovette fuggire anche lui da Milano. Michelangelo, brutto e gobbo, lo dileggiava, mentre lui oltre che bello era anche di buon carattere, accomodante e pacifico, ma non ebbe mai una gran fortuna e neppure grandi riconoscimenti. Era lento nel dipingere, distratto dai suoi mille studi: la dinamica, l'anatomia, la botanica, la geologia, l'ingegneria meccanica e civile, ecc. ecc., intanto il suo sistema di canali per l'irrigazione è ancora in funzione in Lombardia. Come artista sapevano che era grande, ma non era affidabile per i suoi tempi lunghi e per le sue sperimentazioni, vedi Il Cenacolo a Milano. L'ho visto come tanti di voi, spero, ed è l'unica Ultima Cena che valga la pena vedere in assoluto. E' l'unica in cui le immagini disposte tutte dietro il tavolo non risultino forzate e noiose (non parliamo di quelle con i convitati disposti intorno alla tavola che si girano, come si fa per fare una foto di gruppo oggi). L'unica nella quale la monotonia delle figure non esista per quel movimento che le raggruppa a tre per commentare le parole di Gesù: “...qualcuno di voi mi tradirà.”. A tre formando ancora una volta la composizioni a piramide, altra sua geniale invenzione pittorica seguita da tutti gli artisti, anche i più grandi, del tempo. Ma quante peripezie ha avuto questo capolavoro eseguito con tecniche sperimentali che hanno subito di più le offese del tempo e delle vicissitudini, che già lo deteriorarono durante l'esecuzione, come l'allagamento del refettorio in cui è sito, mentre ancora Leonardo lo dipingeva. Il Papa non lo volle al suo servizio né gli commissionò mai nulla, non lo ricevette nemmeno. Leonardo emigrò, molto infelice e frustrato. Credo sia inconfutabile, morì infatti in Francia nel castello di Aboise, del quale progettò, dicono le guide, una splendida scala elicoidale, nel 1519 a 67 anni. Oggi sarebbe ritenuto giovane per morire, ma per quei tempi era vecchio, come d'altra parte ci appare nel suo famosissimo autoritratto con lunghi capelli e lunga barba bianca, sembra almeno un ottuagenario. Avrei da dire ancora tante cose sul genio e sull'arte di Leonardo, ma ho imparato che su un blog non si può essere troppo lunghi, inoltre la lunga lettura al pc stanca più di quella della carta stampata, così mi fermo qui. Semmai andrò a vedere la mostra riscriverò sull'argomento. Maresa Sottile

lunedì 16 marzo 2015

A Roma al Vittoriano grande mostra di Giorgio Morandi

Il 27 febbraio si è inaugurata la Mostra di Giorgio Morandi al Vittoriano con 150 opere. Si chiuderà il 21 giugno 2015. Giorgio Morandi (1890-1964) è un artista riconosciuto in tutto il mondo tra i più grandi del '900 e come accade per tutti i grandi artisti è un unicum. La sua vita è lontana dallo stereotipo di quella dell'artista stravagante, sregolato. Non si arricchì pur essendo affermato come artista. Fece vita molto ritirata, lavorando come insegnante di disegno, prima alle scuole inferiori, poi - chiamato per meriti - alla Cattedra di Incisione all'Accademia di Belle Arti di Bologna, città in cui visse tutta la vita con le due sorelle di cui si occupò tutta la vita dopo la morte dei genitori, e dalla quale si mosse raramente. Studiò l'arte antica italiana ma anche le innovazioni degli Impressionisti e i movimenti artistici del suo tempo. Condivise la vita culturale del '900 e della sua città, ma visse in modo assai schivo, lavorando senza subire molto le influenze del modo artistico del tempo, restando fedele tutta la vita ad un suo mondo poetico e metafisico. Morandi per lo più dipinse oggetti quali bottiglie, vasetti, coppette, scatole che cercava e comprava nei mercatini per poi creare le sue composizioni, molto studiate per i rapporti di colore, forme, spazio. Nel suo studio di via Fondazza colorava quegli oggetti e li conservava. Creava poi le sue composizioni disponendo su un piano quelle cose da lui raccolte e trasformate, così gli stessi oggetti appaiono in più opere. E sembra strano che un artista che ha dipinto tutta la vita le stesse cose - tranne qualche paesaggio e qualche ritratto - cambiandone l'accoppiamento e il numero, possa essere ritenuto un grande artista. Eppure guardare un'opera di M. si entra in un mondo a parte, silenzioso, luminoso, pieno di sospesa atmosfera, un mondo che va oltre l'apparenza. Oggetti umili e comuni in una variazione di forme e tonalità che fa entrare chi guarda in una dimensione rarefatta e al contempo reale. Si resta affascinati a guardare quelle bottiglie, quei vasi, quelle scatole, dalle tonalità polverose, dagli accostamenti di tinte che variano di poche tonalità tra di loro, magari poi interrotte nel loro dialogo di forma e colore da una tonalità diversa, più vivace o più scura che le esalta, o da una forma contrastante che esalta il tutto. La luce nei suoi quadri pare nasca dalle cose. Bisogna essere un genio se dipingendo tutta la vita quasi la stessa cosa si affascina il mondo. Ma poi a pensarci bene non hanno fatto sempre questo tanti artisti, geni dell'arte? Che per lo più hanno usato il corpo umano, però. Si va da una tela all'altra per ritrovare le stesse movenze, gli stessi personaggi, gli stessi panneggi, gli stessi paesaggi, gli stessi colpi di luce o luci soffuse, si guardano le figure che un artista ha imitato da un altro per farne un capolavoro proprio. Questa è l'Arte, non quello che si rappresenta, ma come si rappresenta. Morandi con le sue bottiglie, vasi, scatole, ci fa entrare in un mondo poetico, in un'atmosfera rarefatta in cui tutto diventa altro e ci rapisce. Il suo, potremmo dire, minimalismo è ricco di suggestioni avvolte da colori polverosi, una casualità apparente di forme che creano composizioni bilanciate in una costruzione dello spazio e dei piani più complessa di quanto appaia al primo sguardo. Morandi è un poeta che con parole apparentemente semplici ma ben accordate tra loro, dice cose profonde. Anche i suoi paesaggi essenziali hanno molta atmosfera, vien in mente anche Carrà per l'essenzialità delle forme e dei colori; e sono molto belle le incisioni, tecnica di cui era davvero un maestro, nelle quali è riuscito a ricreare l'atmosfera che c'è nelle sue tele, anche se la mancanza del suo colore magico si fa sentire. Maresa Sottile

mercoledì 11 marzo 2015

Jan Vermer

Pittore olandese del XVII sec. Jan Verneer (1632-1675) per un certo tempo rimase poco conosciuto. L'interesse degli storici dell'arte per lui è stata tardiva ed è giunta solo alla fine dell'800 grazie allo studioso dell'arte Pieter Van Ruijven ed anche a Marcel Proust che apprezzò la calma silenziosa dei suoi interni che portava ad una profonda riflessione. La sua conoscenza da parte di un vasto pubblico è legata ad un libro ed a un film, passato anche più volte in televisione, che lo ha reso popolarissimo. Nato a Delft non andò mai fuori dell'Olanda, forse dalla sua città e la sua fama rimase infatti circoscritta ad essa. La sua arte non lo arricchì, e quando morì, ancora giovane, lasciò la moglie e i numerosi figli in pessime acque tanto che la vedova chiese di pagare i debiti del marito con i suoi dipinti. Pur avendo ereditato dal padre le sue attività commerciali, egli si trasferì in casa della suocera che sin dall'inizio mantenne la sua famiglia e poi economicamente lo aiutò sempre. In effetti della sua vita non si sa molto. Vermeer comunque si conquistò un certo prestigio, tanto da diventare Sindaco della Gilda di Delft (Corporazione in cui si riunivano gli artigiani e gli artisti), ed ebbe alcuni facoltosi clienti tra cui un vero e proprio mecenate in un ricco signore della città,Théophile Thoré-Burger. Le notizie su Vermeer sono però assai poche e quasi mai certe sia per la lunga dimenticanza sia per la mancanza di documenti. Andò a bottega per studiare presso un pittore locale piuttosto noto, come già in Italia non si faceva più. Probabilmente venne in contatto con importanti artisti del suo tempo e conobbe l'opera del Caravaggio, ma non direttamente visto che non lasciò mai il suo Paese. I suo dipinti sono quasi tutti interni domestici, restano solo due paesaggi. Essi hanno sempre inquadrature particolari, sembrano quasi degli scatti fotografici: splendide inquadrature di interni che colgono momenti sempre assai intimi e familiari. Pare che usasse la “Camera Ottica” ormai largamente usata soprattutto per i paesaggi. Inoltre nelle sue opere fa un uso della luce di derivazione caravaggesca. Nei suoi interni è molto attento e preciso nella descrizione dell'ambiente e a ciò che esso contiene, oggetti, quadri, tessuti. E spesso questi elementi si ritrovano in più opere. E a volte collegate alla scena rappresentata le danno un significato diverso da quello apparente. La vita domestica e la gente comune sono uno degli argomenti preferiti nella pittura fiamminga già da tempo, diversamente dall'Italia dove la religione ha un peso fondamentale. Caravaggio, pur dipingendo soggetti religiosi aveva portato i suoi personaggi e l'ambiente in cui si svolgeva la scena in un mondo più realistico e contemporaneo, vedi La vocazione di San Matteo, nella quale la scena si svolge in un ambiente chiuso, una stanza che poteva essere una taverna, aveva introdotto anche lui un elemento realisticamente di attualità anche nell'abbigliamento e nei personaggi rappresentati, ma solo nel '700 in Italia nascerà quella che si chiama 'pittura di genere' e che parla del quotidiano e della gente comune. L'arte fiamminga invece ha avuto da sempre questa connotazione di quotidianità, di personaggi comuni, rappresentando anche il lavoro più umile, l'abito del povero, la fisionomia dell'uomo comune. Vermeer in un certo senso inserisce il concetto di luce di tipo quasi caravaggesco alla quotidianità della sua tradizione fiamminga. Ma questa è solo l'apparenza. In realtà le opere di Vermeer non sono proprio quello che rappresentano. In quella puntualità nel descrivere ambienti ed oggetti che ne fanno parte c'è spesso il probabile significato delle sue opere. Un significato più alto che non ha a che fare con la pittura realistica 'di genere'. Già l'uso del colore è particolare, fatto a piccoli punti e con dei puntini bianchi che danno effetti di luce particolare. Colori che spesso si ripetono, ama il giallo e l'azzurro. Questi squarci di vita e attività quotidiane, narrate quietamente come delle istantanee, assumono un valore universale più alto. Hanno a che vedere col senso della vita, con l'anelito dello spirito umano verso significati più profondi. Sentimenti, cultura e desiderio di sapere. Sono opere colte quelle di Vermeer, cariche di simboli, di notizie, di richiami culturali. Ambienti silenziosi in cui si è portati a pensare, a riflettere, ad interrogarsi. Le opere attribuite a Vermeer sono circa una quarantina, ma molti non le credono tutte sue perché un famoso falsario pare che abbia dipinto vari Vermeer. Eppure anche nel numero esiguo dei dipinti certi l'artista ha creato un suo mondo che è un vero e proprio caso artistico ancora studiato oltre che ammirato da molti.
    Maresa Sottile

mercoledì 4 marzo 2015

Paola Levi Montalcini un'artista affascinata dalla scienza

Il nome di Rita Levi Montalcini è noto certamente a tutti, soprattutto in Italia, dopo che nel 1986 ricevette il Premio Nobel per la Medicina, dimostrando ancora una volta che intellettualmente le donne sono eguali agli uomini e che la loro intelligenza può assurgere a livelli altissimi, anche nel mondo scientifico, ambito nel quale un tempo le donne non erano ammesse. Le donne per secoli sono state escluse da questi studi perché ritenute incapaci, con doti intellettive inferiori. Anche se già dall'antichità avevano dimostrato il contrario. Meno noto è il nome della sua gemella Paola. E soprattutto non molti sanno che è stata una pittrice e scultrice, un'artista di indubbio talento. Allieva del grande Casorati, assieme a quella che diverrà la moglie di lui, la nipote del famoso scrittore Somerset Maugham, ma anche a Lalla Romano ed altre. Partecipa al movimento futurista, poi al MAC (Movimento Arte Concreta), conosce e frequenta l'Intelligentia artistica del suo tempo da Argan a De Chirico. Sposa un poeta futurista. Dopo il periodo della guerra riprende il suo lavoro guardando all'astrattismo, alla fotografia e, come la gran parte degli artisti dell'epoca, a nuovi materiali con cui esprimersi. Molto informata su quanto accade nel mondo dell'arte e non solo in Italia, quindi a conoscenza di tutte le filosofie ed i movimenti artistici del suo tempo, è però molto influenzata dalle attitudini familiari: cioè dal mondo scientifico e matematico. Padre, fratello, sorella sono interessati alla matematica ed alla scienza e Paola sente il fascino dei numeri, dei misteri che celano il mondo della matematica e delle Scienze, che stimolano la sua fantasia d'artista. Mondi misteriosi e fascinosi, che sembrano non legare con l'espressione artistica nel concetto che mi sembra superato (vedi anche Escher), che l'Arte sia espressione di sentimento, e la Scienza fredda espressione intellettuale, e in cui invece la Levi trova ispirazione diventandone il contraltare artistico. Ed è affascinata, oltre che dai numeri e dalle figure geometriche, dalle possibilità espressive dei materiali, dai metalli a quelli plastici, fino alla luce, alla cinesi e alla computer grafica. Di lei hanno scritto grandi storici e critici dell'arte come Argan e Dorfless e la stessa sorella Rita, che ha donato, alla sua morte alla Galleria d'Arte Moderna quaranta sue opere.
                                                                              Maresa Sottile

mercoledì 7 gennaio 2015

San Pietro in Montorio di Donato Bramante

Donato Bramante, nato a Fermignano nel 1444 e morto a Roma nel 1514, formatosi tra Urbino e Milano, è il primo importante architetto del '500. A Milano, nelle sue prime opere già troviamo tutti gli elementi propri del suo stile e soprattutto il suo tema principale: il concetto nuovo e solenne di espansione nello spazio. Da ricordare infatti, del periodo milanese. la chiesa di Santa Maria di San Satiro con il suo finto abside costruito già in prospettiva, creando così una soluzione di grande effetto spaziale in uno spazio inesistente. Ma sarà a Roma, a contatto con i monumenti dell'antichità, riscoperti e studiati da circa un secolo, che B. darà il meglio di sé, creando opere di cui è protagonista lo spazio puro. Nelle sue opere scompare l'ornamentazione di tradizione lombarda che aveva arricchito, sia pure con spirito abbastanza sobrio, le sue opere milanesi e anche l'accento di tensione plastica. Egli ormai ricerca l'armonia suprema delle forme nel ritmo del chiaroscuro e nell'assoluta regolarità della composizione delle forme e dei pieni e dei vuoti. Supremo risultato di questa visione e di questa ricerca spaziale è il Tempietto di San Pietro in Montorio nel cortile della chiesa che porta lo stesso nome, costruita sul Gianicolo, esistente già nel IX sec. annessa ad un convento. E pare costruita dove fu crocefisso San Pietro. Fu ricostruita da Papa Sisto IV perché in pessime condizioni. Per il primo cortile del convento venne commissionato al Bramante, intorno al 1502 dal re di Spagna per sciogliere un voto, una cappella: il Tempietto. La forma del Tempietto è circolare. Il tema spaziale è il ripetersi del cerchio che dal coronamento ornamentale e conclusivo della Lanterna cieca della cupola, si propaga ai cerchi che sottolineano la semisfera della cupola e discende pian piano al cornicione, alla balaustra, al colonnato giù fino ai gradini; quasi come onde concentriche di una goccia caduta in uno specchio d'acqua, che si espande sempre più allontanandosi dall'origine per svanire pian piano nell'ultimo gradino quasi impercettibile. Completamento ideale di questa espansione spaziale doveva essere il cortile anch'esso circolare, mai realizzato. L'espansione spaziale è inoltre sottolineata dall'alternarsi di vuoti e di pieni, di chiari e scuri, per cui l'atmosfera penetra nell'architettura e l'architettura nell'atmosfera in una poetica compenetrazione. Ne nasce una visione di forme pure di una bellezza ideale e profonda. La visione cosmica dell'Uomo del Cinquecento nasce e si conclude qui. Spazio cosmico dilatato e pur reale che ritroveremo presto in Raffaello. L'edificio è formato dall'inserirsi di due corpi cilindrici, uno svolto verticalmente, l'altro più ampio e basso, il tutto e coronato dalla cupola. Dai gradini, che pian piano si perdono nel selciato del cortile, nasce il porticato dalle eleganti colonne dorico-romane, elemento di luce. La parete di fondo del corpo cilindrico dell'edificio è scavato da nicchie e che hanno anch'esse valore spaziale perché fanno sì che l'atmosfera penetri anche oltre la parete chiusa e fa da sfondo e contraltare al colonnato. Il portico è coronato da una balaustra a colonnine, altro elemento di luce, mentre il corpo dell'edificio più sottile si eleva ripetendo il motivo della parete del portico con nicchie semicircolari e rettilinee alternate. Un cornicione lineare con l'alternarsi di zone chiare e scure prelude nel suo tremulo accenno di luce dello stemma e del cornicione più sporgente alla luminosità della cupola. La perfetta orchestrazione, le proporzioni serrate fanno sì che San Pietro in Montorio potrebbe essere portato in scala monumentale senza creare alcuna discordanza e certamente se fosse di dimensioni grandiose il suo valore, il suo significato, la sua classica serenità non verrebbero per nulla alterati. MARESA SOTTILE

giovedì 4 dicembre 2014

TRE GRANDI MOSTRE AL PALAZZO REALE DI MILANO: CHAGALL, SEGANTINI, VAN GOGH

A Palazzo Reale di Milano ci sono tre grandi Mostre: Chagall, Segantini e Van Gogh, e c'è una grande affluenza di pubblico, come sempre. Le mostre, per chi fosse interessato, si concludono nel 2015, quella di Segantini il 18/1, quella di Chagall l'8/2, infine Van Gogh l'1/3. La mostra di Chagall è piuttosto ricca con anche alcune delle opere più famose dell'artista. Chagall (1887/1985) è un unicum nell'arte, cosa comune ai più grandi. E' difficile non riconoscere le sue opere con quelle case a volte capovolte, i grandi mazzi di fiori, gli innamorati che spesso volano sulle case, come accade anche ad alcuni suoi violinisti... ma pure i Cristo, con il panno rigato che usa la sua gente a ricordarci quello che troppo spesso dimentichiamo. Tutte narrano del suo piccolo e lontano paese natio, Vitebsk sperduto nella vasta Russia, del suo mondo ebraico, dell'amore per Bella, sua moglie, che non si spense mai. Eppure questo mondo così personale diventa un luogo universale, dove M. C. narra le umane vicende, belle e brutte, tristi e gaie. Così i suoi mazzi di fiori, spesso rose, a volte inseriti nell'opera, a volte protagonisti unici, ricordano la bellezza, portano ottimismo, come i suoi colori che dai bruni un po' cupi pian piano si schiariranno e diverranno più vivaci. Chagall nel 1910 lasciò la Russia e andò a Parigi e nel '13 in Germania dove la sua opera fu accolta favorevolmente, ma con l'avvento del nazismo non potè neppure recuperare le opere che vi aveva lasciato, che, come quelle di molti altri artisti, furono imbrattate e distrutte come opere debosciate. Nato povero, in Russia non riuscì realmente a inserirsi, anche se creò un'Accademia d'Arte nel suo paese e per un po' partecipò alla vita artistica russa, ma sarà in Francia, anche se con un periodo a New York durante la 2° Guerra Mondiale, che C. avrà successo ed anche agiatezza, grazie a Vollard, il famosissimo mercante d'arte anche di Picasso, che lo ritrasse in un bellissimo quadro cubista. Nel 1858 ad Arco di Trento, grazioso paese nei pressi del lago di Garda, nasce Giovanni Segantini. La sua vita è segnata da lutti e miseria e ne fa uno sbandato finché ne 1874, uscito dal riformatorio, si iscrive all'Accademia di Brera e trova lavoro presso la bottega del pittore Tettamanzi. Nel 1894 si trasferisce con moglie e figlio in Engandina, a Maloja. Segantini ama la montagna e la racconta in tutta la sua maestà, ama e narra il lavoro umile e faticoso di contadini montanari e pastori, ama gli animali, buoi, mucche, pecore e le racconta con affetto, tanto che quando dipinge la serie de Le due madri dipinge una donna con un neonato in braccio e una mucca col vitellino accanto, in una stalla. Anche Segantini (si chiamava Segatini e nel '74 aveva modificato il cognome) ebbe successo e raggiunse una certa agiatezza, ma morì nel 1899 a soli 41 anni, per un attacco di peritonite. Le opere provengono in gran parte dal museo Segantini di S. Moritz. Non si potrebbero trovare due artisti più diversi di Chagall e Segantini, esposti così vicini a Milano. Quanto è fantastico e visionario il primo tanto è realistico il secondo. Uno usa un colore vivace a zone che poi si macchiano di altri colori, l'altro usa piccole pennellate di vari colori con la tecnica del Divisionismo. Tanto è ottimista l'uno tanto è cupo l'altro, tranne quando la sua opera incontra il bianco. Il bianco di Segantini è uno dei più bei bianchi che abbia mai visto in pittura: un bianco luminoso che travolge la cupezza dell'autore. Può essere il bianco della neve o di un ombrello e l'opera si illumina di una luce e di un fascino particolare. Chiude la mostra L'Angelo della vita, del 1894 con studi e varie versioni, un'opera completamente diversa per svolgimento del tema della maternità, sia per la tecnica pittorica sia per i colori, soprattutto grigi e cerulei, dolci e sfumati. Vien da pensare ad una rilettura della grande pittura del passato, addirittura si pensa ai Preraffaelliti, ma in effetti è una pittura diversa dolce e sognante, un modo nuovo per S. che rimane un momento particolare senza uno sviluppo. Vincent Van Gogh è uno degli artisti più conosciuti, i cui quadri hanno raggiunto le più alte quotazioni al mondo, pensare che da vivo vendette un'unica tela e al fratello Theodor, che lavorava nell'ambiente artistico e che lo supportò sempre economicamente e moralmente. Sappiamo tutti che Van Gogh ebbe una vita misera e infelice, afflitto anche da disturbi nervosi e che morì suicida. La sua pittura, paesaggi e ritratti per lo più, è carica di colore, movimento, anche se statica, dato dalle sue pennellate che cambiano direzione e che ci pare possano essere contate. Anche lui un unicum nell'arte, con connotazioni così personali che non può essere seguito da nessuno perché non avrebbe senso, sarebbe solo un'imitazione. La mostra di Van Gogh mi è parsa la meno riuscita, le opere sono del periodo in cui V.G. studia da autodidatta per diventare pittore, cosa che decise a 27 anni, senza aver combinato molto fino allora. Così la mostra segue i suoi studi, i suoi primi tentativi pittorici con tele che poco hanno a che fare col Van Gogh che tutti amano. Solo nell'ultima sala ci sono otto dipinti che ci fanno vedere l'artista che conosciamo, un po' poche e non tra le più famose, oltre un piccolo Autoritratto che ci accoglie, con una cornice che lo soffoca, all'inizio della mostra. E, purtroppo, si resta un po' delusi. Maresa Sottile