Quest'anno ricorre il IV centenario della morte di Domenikos Theotokòpulos, è questo il nome di un pittore che tutti conosciamo come El Greco (Isola di Creta 1541, non è certo se a Fodele o a Candia - Toledo 1614). La Spagna ricorderà questo evento con mostre sia al Prado di Madrid che a Toledo con opere provenienti da tutto il mondo; sia con una mostra itinerante “Tra il cielo e la terra. Dodici sguardi su El Greco. E opere esposte nei luoghi per cui furono eseguite. Un gran fermento in tutta la Spagna per questo suo figlio adottivo che tanta arte le ha donato.
Pittore piuttosto originale, studiò ed esercitò nell'isola, dove era iscritto anche alla Gilda, fino al 1560 c. poi approdò a Venezia, dove venne a contatto con la pittura ed i Manieristi veneti, ma anche con Tiziano e, forse, fu per breve periodo suo allievo.
Naturalmente l'ambiente artistico veneto è tutt'altra cosa da quello cretese. E' vivace e ricco di grandi artisti che lo affascinano.
Prima influenzato dalla pittura bizantina, dipingeva icone a Creta, ora subisce ovviamente lo splendore dei colori e della luce dei pittori veneti, Tintoretto e Jacopo Bassano, lo conquistano più dello stesso Tiziano, che è di lui che forse scrive a Filippo II dicendo: ”...molto valente mio discepolo”.
Ma sarà più sensibile alla ricerca manieristica che al gigante del colore che forse frequenta come allievo.
Nel '70 va a Roma, e vive un'altra esperienza importante. Vede ovviamente l'opera di Michelangelo, che però non stima come pittore. Certo Michelangelo in ogni sua manifestazione artistica è fortemente scultoreo e forse questo non intrigava un uomo come El Greco, anche perché già a quel tempo il 'vero' colore del grande fiorentino era offuscato dal fumo grasso delle candele, tant'è che forse neppure Giulio II forse vide i veri squillanti colori del grande Buonarroti.
Né deve averlo particolarmente colpito la pittura calda, la composizione ampia di Raffaello, la sua intima serenità anche nelle composizioni drammatiche, mai veramente tragiche.
El Greco viaggia per l'Italia e infine approda in Spagna a Toledo.
Ha completato la sua maturità artistica, ha visto tante cose, ha trovato quelle che si avvicinano più al suo spirito tormentato. Ha formato il suo stile.
La luce è uno dei problemi, delle sfide, delle ricerche dei pittori. La luce è una delle protagoniste più importanti della pittura del '500/'600, e El Greco uno degli artisti che ha fatto della luce un uso particolare rendendola protagonista della sua pittura.
Ha visto Tintoretto dipingere i contorni con un raggio di luce, Tiziano impastare il colore con la luce, Veronese invadere di luce le sue composizioni grandiose. Lui illuminerà le immagini con guizzi luminosi che renderanno le sue figure allungate e movimentate, drammatiche e surreali. Dopo di lui Caravaggio illuminare le sue scene con proiettori invisibili, fasci di luce che metteranno in evidenza l'azione, la drammaticità e il senso dell'opera. Due modi diversi che portano ad uno stesso risultato in un certo senso: la luce attrice principale delle loro scene fortemente e teatralmente drammatiche. Eppure non potrebbero essere più diversi formalmente. Caravaggio ha alle spalle Cimabue, Giotto, Mantegna, El Greco il mondo bizantino. Le sue composizioni saranno sempre convulse, più verticali che orizzontali ed i suoi colorir lividi.
Sperò molto, El Greco, di conquistare la corte spagnola, ma al re non piacque il suo lavoro, che dopo avergli commissionate due tele: l'Allegoria della Lega Santa e il Martirio di San Maurizio relegò quest'ultima nella Sala Capitolare invece che nella Cappella per la quale era stata commissionata.
Rimase a Toledo ed ebbe commissioni importanti, ma il sogno di lavorare per il re e raggiungere quindi il riconoscimento più importante che gli avrebbe portato fama e gloria, svanì.
Le figure allungate, tormentate, le luci guizzanti che colpiscono i corpi, la pittura sfaldata, i cieli tormentati da nubi apocalittiche, l'inquietudine che c'è nelle sue composizioni, creano una cifra unica nella pittura. E' ciò che contraddistingue i grandi artisti: l'inconfondibilità del loro lavoro.
Tra le sue opere più famose Il seppellimento del duca di Orgaz (Toledo S. Tommaso), L'Adorazione dei pastori al Prado di Madrid, Il sogno di Filippo II a Madrid all'Escorial, la Natività alla Galleria Barberini Roma... e i magnifici ritratti di grande acutezza psicologica. Davvero tanti e bellissimi.
Maresa Sottile
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mercoledì 23 aprile 2014
giovedì 10 aprile 2014
RENE' MAGRITTE un artista Surrealista-Metafisico
La pittura surrealista ha due nomi che credo tutti conoscano: Salvador Dalì e Renè Magritte. Certo non sono gli unici surrealisti, ma di sicuro i più noti. E anche molto diversi. Il primo è molto più drammatico, a volte cupo, non molto ironico, quasi barocco. Spagnolo.
Renè Magritte è belga, un'anima diversa, e questo ha il suo peso a mio parere. Il surrealismo di Magritte si avvicina alla metafisica, sotto l'impatto della pittura di De Chirico. E la sua pittura è spesso anche ariosa, luminosa, in qualche caso a primo acchito quasi divertente nella sua grande ironia. Chi dipinge una pipa e scrive sulla tela “Ceci n'est pas une pipe”, ha ragione èd è ironico e divertente, e mette in discussione molte cose.
Magritte nasce a Lessin nel 1898 in una famiglia borghese. Ma per lui il destino ha una brutta sorpresa. Nell'età più delicata della vita, l'adolescenza, non ha ancora quattordici anni, sua madre si suicida gettandosi nel fiume Sambre, e cosa ancora più terribile è presente al ritrovamento del suo corpo: quando la ripescano la camicia le copre il volto, lasciando il suo corpo nudo.
Una esperienza del genere non la si dimentica e condiziona per sempre. Anche se Magritte non vorrà parlarne, minimizzerà l'influenza del fatto. Ma non sarà vero. Non sarà mai uno spirito allegro, anche se la sua non sarà una vita molto problematica o infelice, e la sua pittura metafisica-surreale (credo che sia più giusto 'etichettarla' così che semplicemente surrealista) ricorderà spesso nelle sue opere, più che l'evento in sé di quell'episodio terribile, ciò che gli sconvolse la vita: il trauma dell'abbandono, dell'incomprensibile dolore, dell'incomprensione del mondo.
Magritte farà regolari studi artistici iscrivendosi all'Accademia di Belle Arti di Bruxelles, e, come qualsiasi artista subirà le influenze del suo tempo e dell'arte del suo tempo: Cubismo e Futurismo, anche se in lui c'è già la vena Surrealista. Grande influenza avrà su di lui la visione di un quadro di Giorgio de Chirico: Canto d'amore.
E fino a tarda età, con un breve periodo negli anni '40 in cui si darà all'Impressionismo, racconterà nei suoi quadri un mondo spesso onirico e nel contempo molto realistico nella sostanza pittorica, e metterà in evidenza l'incongruenza delle cose, del sentire, del mondo con i suoi interrogativi.
La Metamorfosi sarà un'altra sua caratteristica: scarpe che diventano piedi o piedi che diventano scarpe, umani che diventano altro. E ci saranno bare sedute che riprendono quadri di altri artisti, come Prospettiva: Madame Récamier di J.L.David che riprende quello di David o Prospettiva: il balcone di E. Manet, che sempre con bare sedute al balcone ripiglia l'opera dell'impressionista che ritrae una famiglia borghese al balcone. Ma anche sonagli da soli che volano o nei corpi, nelle piante: metamorfosi di che? Le interpretazioni della critica e degli storici sono tante, ma forse ognuno guardando deve dare la sua, perché le opere di Magritte sono tutte misteriose e da interpretare, parlano all'inconscio ed anche alla mente di ognuno, e ognuno è diverso dall'altro.
E sono belli e luminosi i suoi cieli dove si stagliano nuvole luminosamente candide, omini di spalle in bombetta che vi volano, o vi si staglia una coppa da champagne in cui sosta e straborda una nuvola.
Sono stata al Museo di Capodimonte stamane e, improvvisamente, sono stata colpita da un enorme quadro in uno dei saloni dell'appartamento reale, ora tutto diventato Museo. Il quadro è di Jean Jaoseph Xavier Bidauld (1758-1846) e si chiama: Castello al chiaro di luna. E' un bellissimo paesaggio rischiarato dalla luna, con sullo sfondo un castello con alcune finestre illuminate. E mi è subito venuto alla mente il, bellissimo anche questo, dipinto di Magritte molto affascinante: L'impero delle luci, tema che l'artista riprese in più tele (cosa che accade per molti suoi dipinti), che ha una discreta somiglianza con quello del Bidauld in questa 'notturnità' illuminata da un fanale davanti all'edificio e le finestre illuminate che rilucono sul nero dei muri, ma il cielo è diurno con nuvole bianche. Il punto è che all'inizio non ci si rende nemmeno conto del non-sense. E mi sono ancor più convinta che già tutto è stato fatto, detto, vissuto. Eppure tutto è diverso da tutto.
E ci sono i quadri dell'angoscia, quelli avvolti dal panno bianco che nasconde i volti o che 'vestono' parti di corpi nudi.
Ci sono immagini di cose e oggetti monocrome perché tutti della stessa materia, che nulla ha a che vedere con essi. E ci sono i quadri ironici, come La notte di Pisa, dove in un paesaggio non paesaggio la Torre di Pisa è sorretta nella sua pendenza da una morbida piuma.
Maresa Sottile
Maresa Sottile
giovedì 27 marzo 2014
FORTUNATO DEPERO un grande artista del FUTURISMO
Fortunato Depero (Fondo 1892-1960 Rovereto), è uno degli artisti più versatili e interessati del grande Movimento Artistico che è stato il Futurismo, per anni un po' “dimenticato” per certi suoi legami con il fascismo, gli viene ormai da tempo riconosciuto il giusto ruolo che gli spetta nel panorama artistico italiano e internazionale. Infatti è stato il solo grande movimento artistico italiano della prima metà del '900, che ha anche influenzato l'arte d'Europa, sino alla Russia, e agli Stati Uniti, dove proprio in questo periodo viene ricordato con una grande mostra al Guggennheim di N.Y.. E sempre a New York, proprio con opere di Depero, si è inaugurata la fondazione italiana CIMA (Center of Italian Modern Art) voluta da Laura Mattioli, figlia di un grande collezionista e amico dell'artista.
Depero, nato in Val di Non, nel Trentino ancora austriaco, manifestò le sue attitudini artistiche sin da ragazzino. Spirito davvero poliedrico, e con una visione dell'arte figurativa a trecentosessanta gradi.
La famiglia si trasferisce a Rovereto, città nella quale, dopo viaggi e permanenze in altre città e all'estero, si fermerà, fondando anche il Museo Galleria Depero, ancora esistente.
Dopo gli studi alla Scuola Reale Elisabettiana, cioè in una scuola d'arte, non viene accettato dall'Accademia di Belle Arti di Venezia e se ne va a lavorare a Torino per l'Esposizione Internazionale. Naturalmente come decoratore, poi torna a casa e lavora con un marmista, facendo tesoro di quest'esperienza.
Depero è uno sperimentatore, ama le arti applicate, cioè le cosidette arti minori.
Ed è un vulcano di idee, forse ancora un po' confuse e influenzate dal mondo in cui vive, influenzate dalle mode del momento, come è giusto che sia per un ragazzo, meglio un adolescente.
Ma, venuto a contatto con i Futuristi, troverà presto la sua strada, mescolando le influenze di Boccioni e di Balla, ma non imitando nessuno e trovando una sua cifra, che avrà varie fasi, ma che sarà sempre chiaramente riconoscibile e solo sua.
Depero sarà un artista instancabile, che produrrà una gran varietà di tipi di opere, dalla pittura ai tappeti, agli arazzi, ai manifesti pubblicitari, agli oggetti, ai costumi e scene teatrali, all'abbigliamento: Renzo Arbore, ad esempio, possiede alcuni dei gilet indossati da Marinetti e Cangiulli, opere di Depero, e beviamo ancora il Campari dalla bottiglietta da lui disegnata.
Le arti applicate non sono per lui meno importanti di quelle con l'A maiuscola. Cosa che quasi tutti gli artisti hanno sempre conseguito, d'altronde, ma che in Depero è fondamentale, perché davvero per lui non vi è differenza tra l'Una e l'Altra.
Depero trova nel Futurismo quello che più di ogni altro Movimento, Corrente Artistica gli avrebbe potuto dare, il Futurismo era già in lui, nella sua ricerca, ancor prima di venirne a contatto.
Entrò nel Movimento giovanissimo esponendo alla galleria futurista di Sprovieri, ma viene definito un artista del 2° futurismo. Il primo, quello 'eroico', finiva con la morte di Umberto Boccioni, Antonio Sant'Elia e Carlo Erba, ma è in questo periodo che il Futurismo verrà davvero a contatto col pubblico e la vita di tutti, proprio con quella parte di Arti applicate che tanto frequentava con passione e da sempre Depero.
Le opere di Depero sono inconfondibili, come lo sono sempre quelle dei grandi artisti. Se si conosce un po' di storia dell'arte e si vede un'opera di Leonardo o di Morandi o di Pollock, non si potrà mai confonderla con quella, anche se similare, di un altro artista.
Le opere di Depero sono dinamiche, estremamente gradevoli da guardare, quindi molto decorative, ma non solo. Hanno in loro una visione personale. Le sue immagini molto geometrizzate, a volte robot e manichini, e prendono vita dalla vivacità dei colori, dalle sue variazioni a volte apparentemente incongruenti, che danno loro, invece, un senso anche estetico molto forte. Molte sue opere trasmettono gioia, altre angoscia, a seconda dei colori soprattutto, ma tutte hanno una grande valenza compositiva e cromatica.
I suoi oggetti, le sue pubblicità e così via, ci danno un'idea del suo talento creativo e fantasioso, a volte penso anche ironico.
In “Colpo di vento” o in “Natura morta accesa”, o in “Rotazione di ballerina e pappagalli” o in uno qualsiasi dei suoi arazzi o gilet o nel progetto per un Padiglione della Venezia Tridentina alla Fiera di Milano, o ancora in “Architettura di gobbo” scultura creata con sagome di metallo piegate e assemblate, o in quelle assemblate in legno e colorate, giusto per fare qualche esempio della sua vasta produzione, possiamo anche riscontrare influenze cubiste, surrealiste, persino un po' dadaiste, ed anche di Escher, tutte puntualmente rielaborate nel personalissimo Futurismo di Depero. Guardando le sue immagini si entra in un mondo magico narrato con immagini fantastiche.
Maresa Sottile
Maresa Sottile
martedì 4 marzo 2014
Arte ed Economia
Dario Franceshini, nuovo Ministro ai Beni Culturali, subito dopo la sua nomina ha dichiarato ai giornalisti che il suo è un Ministero di grande importanza per la ripresa economica di questo Paese.
Sono molto contenta che un Ministro del mio Paese faccia questa dichiarazione, ma il punto è: gli faranno fare quello che dovrebbe fare, e soprattutto se pensa realmente quello che ha detto. Infine se ha davvero le idee chiare e le capacità per rendere reali le sue parole. Purtroppo siamo tutti un po' disincantati dopo decenni di promesse, non realizzate, dei politici.
Inoltre, in un paese che per tanto tempo ha fatto così poco per la cultura, quasi ritenendola un optional e neanche importante e redditizio, si riuscirà mettere in gioco questa opportunità?
Tutte le attività culturali si dichiarano in crisi. L'editoria cartacea è alla frutta, ne ho parlato con un giornalista che lavora da quarant'anni in una grande casa editrice; teatri di prosa e lirici vivono una profonda crisi, il cinema altrettanto. Mancano fondi.
Ma, ovviamente quello che mi interessa di più è quel patrimonio artistico che l'Italia possiede e che non è davvero curato e sfruttato come un bene comune che può produrre, come dice il Ministro, economia, posti di lavoro.
Si parte da lontano con questa situazione. L'Italia che per secoli è stata il centro artistico dell'Occidente, che ha dato grandi artisti, quando non geni, ad un certo punto ha perso il suo primato, cadendo in un'irrazionale stato di trascuratezza. A volte persino i grandi geni del passato e le loro opere sono finiti nel dimenticatoio. Il disinteresse ha avvolto quel mondo che ci ha reso primi e i più grandi per secoli.
E una parte di questa colpa è stata anche di coloro i quali si occupavano dell'argomento. Ad un certo punto la Storia dell'Arte è diventato un argomento solo per “iniziati”. Ci sono stati anni in cui leggere un libro di Storia dell'Arte, anche scolastico, era quasi un impresa. Come se gli argomenti che trattavano non potessero essere divulgati al volgo, appunto. Questo ha creato una barriera tra gli addetti ai lavori e coloro i quali avrebbero potuto avvicinarsi all'argomento. Per fortuna alcuni lo hanno capito ed ora, anche chi non è molto attrezzato, ha la possibilità di leggere opere comprensibili
Altra grande colpa, se non la principale, è stata quella di dare pochissime ore di insegnamento della materia nelle scuole.
Ho avuto figli al Classico, uno dei migliori della città. Ho toccato con mano quello che facevano ed il loro grado conseguenziale di preparazione.
Ad un certo punto la Storia dell'Arte è stata messa nei programmi delle Scuole Medie, naturalmente erano più che altro nozioni per ragazzini, eppure molti insegnanti continuavano a farli disegnare 'per esprimere la loro creatività', ma non svolgevano l'altra parte del programma. E anche questo l'ho constatato di persona. Anche se comunque non escludo che ci siano stati insegnanti preparati e coscienziosi. Adesso poi è stata addirittura tolta dai programmi. Eccellente! E allora come si può facilmente comprendere la maggior parte della gente ha pochissima cognizione, e sempre meno ne avrà, di quale sia il nostro patrimoni artistico, e, di conseguenza, la possibilità di capirne l'immenso valore che ha, compreso quello economico.
D'altra parte abbiamo avuto un ministro dell'Economia che ha detto, tempo fa, che con la cultura non si mangia, un tipo molto snob e anche con l'erra moscia, che mi pare sia arrivato dove è arrivato perché dicevano fosse preparato. Vorrei tanto sapere quanto ha studiato, lui.
Noi non abbiamo miniere, non abbiamo il petrolio, né il gas. Abbiamo da sempre, però quattro grandi ricchezze: l'Arte, la Natura, l'Artigianato e l'Agricoltura. Erano queste grandi ricchezze che dovevamo curare. Oltre tutto si mangia sempre, anche in era tecnologica.
Uscendo un po' dal tema, a proposito di tecnologia, vorrei dire una cosa, divertente se non fosse, a mio parere, quasi tragica. Ogni giorno di più stanno informatizzando tutto, non si va più in molti uffici, tanto si può fare col pc. Ad esempio i pensionati hanno la possibilità da casa di sapere tutto tramite computer sulla pensione e quant'altro. Ma si è chiesto qualcuno se 'gli anziani' sanno usare il pc, o addirittura se lo hanno? Ma glielo può fare il figlio, la nipote! A parte che che spesso figli e nipoti non hanno tempo o voglia, ma chi è solo? Chiudiamo questa parentesi, che però secondo me dimostra come spesso la razionalità non anima le nostre azioni.
Della prima ricchezza. l'Arte, grossomodo, abbiamo già detto; della Natura cioè del paesaggio abbiamo, dal dopoguerra in poi, fatto spesso scempio; l'Artigianato è andato a rotoli, ricordiamo che per gli artigiani era sempre più difficile trovare qualcuno che volesse imparare e lavorare nel settore, poi la crisi economica ne ha costretto migliaia e migliaia a chiudere; l'Agricoltura è stata mandata a rotoli come sappiamo tutti dopo la guerra, con la riforma agraria fatta coi piedi e l'industrializzazione, anche se fortunatamente oggi molti giovani stanno cercando di rianimarla.
Concludendo, noi abbiamo sprecato, la maggior parte del nostro patrimonio tra incuria, ignoranza, incompetenza e ci metterei anche burocrazia.
Abbiamo sciupato in parte il nostro potenziale, le nostre ricchezze e la maggior parte di noi non ne ha neppure coscienza. E questa è una vera e grande tragedia nazionale.
Speriamo che questi piccoli ragionamenti, quasi elementari, che ho fatto, aiutino la dichiarata (buona) volontà del Ministro. Con molti auguri a lui ma soprattutto a noi italiani.
Maresa Sottile
Maresa Sottile
giovedì 23 gennaio 2014
Una divertente lettera scritta da Francesco Mastriani (1819_1891 Na. Giornalista, scrittore) a sua madre
Carissima Madre,
Il tempo è sempre tempo, e in questi tempi di cattivo tempo si perde tempo e non si ha tempo di acquistare un poco di tempo per mettere a profitto il tempo. Ora, per non perder tempo,essendo che il tempo non ci permette di recarci da voi a tempo, avrete la bontà di avvalervi di un minuto di tempo, per ammazzare il tempo, e farvi un mercante, giuoco adatto al tempo. Mi manca il tempo di scrivervi più a lungo. Salutatemi Papà.
Venite con Emilia e Giulia.
Vostro devotissimo figlio
Se non avete tempo di venire, o il tempo non ve lo permette, avrò il tempo di venire da voi
Francesco Mastriani
domenica 12 gennaio 2014
La grande Mostra di Rodin a Palazzo Reale di Milano articolo su ALBATROS MAGAZINE di gennaio 2014
Veramente una mostra molto ricca quella dedicata ad Auguste Rodin al Palazzo Reale di Milano, titolata 'Il marmo, la vita' e inaugurata il 17/10, e che sarà visitabile fino al 26 gennaio. Nella Sala delle Cariatidi, su impalcature metalliche che sostengono lunghe assi di legno (allestimento di Didier Faustino) sono esposte 62 opere, prestate da Musei francesi, in testa il Museo Rodin, testimonianti il percorso dell'artista, che partendo dallo studio di Michelangelo e adottandone il 'non finito', diede una svolta alla scultura europea del suo tempo. E proprio a Milano, al Castello Sforzesco, si può ammirare la dolorosa 'Pietà Rondanini', nella quale il 'non finito' michelangiolesco raggiunge il punto più alto nel suo valore artistico di espressione dell'umana sofferenza, e che si può vedere proprio in collegamento con la Mostra di Rodin con un biglietto ridottissimo,
Nato nel 1840 a Parigi, Rodin frequentò la Scuola Nazionale di Arti Decorative e dopo un lungo apprendistato presso vari artisti, perché bocciato all'esame di ammissione alla Scuola di Belle Arti, fece un viaggio in Italia nel 1875 e fu affascinato da Michelangelo, del quale adottò per sempre il 'non finito', che però in lui assumerà una valenza diversa da quella dell'artista italiano.
Attraverso questa tecnica, creando composizioni di piani, spesso in una forma chiusa e dalle linee e forme tese, e al contempo in forte movimento, creando forti chiaroscuri, Rodin liberò la scultura dalla glacialità del neoclassicismo. Col tempo il 'non finito' 'invaderà' l'opera di Rodin, forse per le influenze impressioniste della pittura che esplode a Parigi nella seconda metà dell'800, e della quale sarà testimone, lasciando, sempre più, parti dell'opera appena affioranti dal marmo e appena delineate.
L'effetto del 'non finito' di Rodin è quasi l'opposto di quello del 'non finito' michelangiolesco. Mentre le opere del genio italiano esprimono l'oppressione della materia dalla quale l'Uomo tenta con fatica di liberarsi, nell'opera di Rodin dalla materia grezza sorgono, si materializzano immagini articolate, che si muovono con leggerezza, si contorcono, si avvinghiano, si espandono. In esse si ritrovano le esperienze dell'arte classica, ma anche del romanticismo, nonché una carica piuttosto sensuale ed erotica e anche qualche anticipo di surrealismo ed espressionismo.
Nella sua vita, morì a settantasette anni nel '17, Rodin lavorò molto, ebbe molte commissioni ufficiali tanto da arrivare ad usare dei collaboratori, eseguì molti monumenti come 'I borghesi di Calais', il ritratto di Honoré de Balzac, 'Il pensatore', ma certo questa mostra è un panorama ampio del suo lavoro, infatti è la più ricca mai realizzata.
La prima opera che si incontra nella Mostra è proprio 'L'uomo col naso rotto', ritratto del grande toscano, che gli suggerì la chiave della sua cifra artistica. Ci sono poi il famosissimo 'Il bacio', 'Le mani di Dio', 'Amore e Psiche' in varie versioni, ritratti, 'Illusione, sorella di Icaro', 'Paolo e Francesca ' e tante altre. Davvero un ricco excursus del suo lavoro, che permette al visitatore di farsi una idea ben precisa dell'opera e dello stile dell'artista.
La mostra arriverà alle Terme di Diocleziano a Roma.
Maresa Sottile
Maresa Sottile
Pollock e gli Irascibili Interessante Mostra a Milano Articolo su ALBATROS MAGAZINE di Gennaio 2014
Non c'è dubbio che Milano ogni anno proponga splendide e importanti mostre davvero da non perdere. Nella seconda metà di quest'anno ce ne sono quattro, tutte a Palazzo Reale e tutte importanti e soprattutto interessanti: Rodin Il marmo, la vita, fino al 26 gennaio; Il volto del '900 da Matisse a Bacon, fino al 19 gennaio; Warhol, dalla Collezione di Peter Brant, fino al 2 marzo; Pollock e gli Irascibili, fino al 24 febbraio.
Pollock e gli Irascibili è, indubbiamente, una mostra molto interessante, curata da Carter E. Foster e Luca Beatrice, che comprende la famosa fotografia di Nina Leen pubblicata da Life nel gennaio del '51, che rappresenta quindici dei diciotto pittori, chiamati dall'Herald Tribune 'irascibili' per la protesta, espressa in una lettera dell'anno prima al direttore del Metropolitan Museum di N.Y., per essere stati esclusi da una grande mostra sull'arte contemporanea americana. Nella foto ci sono quindici dei diciotto firmatari, vestiti da banchieri. Al centro Jackson Pollock, intorno a lui tra i più famosi artisti americani del '900: Rothko, de Kooning, Brooks, Newman, Motherwell, Tomlin, Ernst, Still, Baziotes, Reinhardt, Paussette-Dart, Stamos, Gottlieb e la Stern, sola donna del gruppo.
Jackson Pollock è il personaggio principale della mostra e il suo famoso Untitle 27, opera lunga tre metri, per questo non facilmente trasportabile, è una delle sue più importanti. La pittura di Pollock vista dal vivo emana un fascino che le riproduzioni fotografiche non gli rendono: le sue tele hanno un fattore emotivo che coinvolge.
Nell'arco di poco più di dieci anni l'originalità del suo pensiero e delle sue opere sconvolge il mondo artistico americano ed europeo. Il suo dripping, sgocciolamento dei colori, e l'uso di strumenti non tradizionali, crea quella che è chiamata action painting, nella quale la pittura nasce dal gesto, dal corpo. Ma il gesto, il corpo non fanno che riflettere lo stato emotivo dell'artista che lo esegue, come una scrittura dell'anima. Ancora una volta un innovatore cambia modi e contenuti dell'arte. Quell'intrico di colori, che sembrano non rappresentare nulla, hanno invece forte valenza espressiva e grande pittoricità.
Pollock non dipinge più sul cavalletto, stende a terra le sue, spesso ampie, tele e ad un certo punto del suo lavoro usa addirittura colori industriali, eppure le sfumature dei suoi colori sono spesso preziose.
Nella New York della prima metà del '900 si concentra e riparte l'arte del nuovo secolo. Grandi artisti dell'epoca vi passeranno, in fuga da un'Europa in preda alla follia hitleriana, diventando ciò che era stata Parigi nell'Ottocento.
In questo clima, ancora una volta un artista, Pollock, cambierà i modi espressivi dell'arte, che spesso si ferma nella ripetitività di precedenti innovatori, creando una sua cifra inconfondibile, ma che al tempo stesso servirà da imput ad altri artisti che riusciranno a loro volta a creare, nello stesso filone, un proprio linguaggio, come de Kooning, Kline, Newman, Rothko, Hofmann, e altri, presenti nella mostra con opere molto interessanti.
Pollock ebbe molto successo, anche se non diventò mai ricco, supportato anche da una delle più generose e lungimiranti 'mecenate' del '900, Peggy Guggenheim.
Jackson Pollock, nato nel '12 nel Wyoming, muore nel '56, a soli quarantaquattro anni, al volante della sua auto. L'incidente fu causato dal suo stato di ubriachezza.
Maresa Sottile
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