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mercoledì 7 gennaio 2015

San Pietro in Montorio di Donato Bramante

Donato Bramante, nato a Fermignano nel 1444 e morto a Roma nel 1514, formatosi tra Urbino e Milano, è il primo importante architetto del '500. A Milano, nelle sue prime opere già troviamo tutti gli elementi propri del suo stile e soprattutto il suo tema principale: il concetto nuovo e solenne di espansione nello spazio. Da ricordare infatti, del periodo milanese. la chiesa di Santa Maria di San Satiro con il suo finto abside costruito già in prospettiva, creando così una soluzione di grande effetto spaziale in uno spazio inesistente. Ma sarà a Roma, a contatto con i monumenti dell'antichità, riscoperti e studiati da circa un secolo, che B. darà il meglio di sé, creando opere di cui è protagonista lo spazio puro. Nelle sue opere scompare l'ornamentazione di tradizione lombarda che aveva arricchito, sia pure con spirito abbastanza sobrio, le sue opere milanesi e anche l'accento di tensione plastica. Egli ormai ricerca l'armonia suprema delle forme nel ritmo del chiaroscuro e nell'assoluta regolarità della composizione delle forme e dei pieni e dei vuoti. Supremo risultato di questa visione e di questa ricerca spaziale è il Tempietto di San Pietro in Montorio nel cortile della chiesa che porta lo stesso nome, costruita sul Gianicolo, esistente già nel IX sec. annessa ad un convento. E pare costruita dove fu crocefisso San Pietro. Fu ricostruita da Papa Sisto IV perché in pessime condizioni. Per il primo cortile del convento venne commissionato al Bramante, intorno al 1502 dal re di Spagna per sciogliere un voto, una cappella: il Tempietto. La forma del Tempietto è circolare. Il tema spaziale è il ripetersi del cerchio che dal coronamento ornamentale e conclusivo della Lanterna cieca della cupola, si propaga ai cerchi che sottolineano la semisfera della cupola e discende pian piano al cornicione, alla balaustra, al colonnato giù fino ai gradini; quasi come onde concentriche di una goccia caduta in uno specchio d'acqua, che si espande sempre più allontanandosi dall'origine per svanire pian piano nell'ultimo gradino quasi impercettibile. Completamento ideale di questa espansione spaziale doveva essere il cortile anch'esso circolare, mai realizzato. L'espansione spaziale è inoltre sottolineata dall'alternarsi di vuoti e di pieni, di chiari e scuri, per cui l'atmosfera penetra nell'architettura e l'architettura nell'atmosfera in una poetica compenetrazione. Ne nasce una visione di forme pure di una bellezza ideale e profonda. La visione cosmica dell'Uomo del Cinquecento nasce e si conclude qui. Spazio cosmico dilatato e pur reale che ritroveremo presto in Raffaello. L'edificio è formato dall'inserirsi di due corpi cilindrici, uno svolto verticalmente, l'altro più ampio e basso, il tutto e coronato dalla cupola. Dai gradini, che pian piano si perdono nel selciato del cortile, nasce il porticato dalle eleganti colonne dorico-romane, elemento di luce. La parete di fondo del corpo cilindrico dell'edificio è scavato da nicchie e che hanno anch'esse valore spaziale perché fanno sì che l'atmosfera penetri anche oltre la parete chiusa e fa da sfondo e contraltare al colonnato. Il portico è coronato da una balaustra a colonnine, altro elemento di luce, mentre il corpo dell'edificio più sottile si eleva ripetendo il motivo della parete del portico con nicchie semicircolari e rettilinee alternate. Un cornicione lineare con l'alternarsi di zone chiare e scure prelude nel suo tremulo accenno di luce dello stemma e del cornicione più sporgente alla luminosità della cupola. La perfetta orchestrazione, le proporzioni serrate fanno sì che San Pietro in Montorio potrebbe essere portato in scala monumentale senza creare alcuna discordanza e certamente se fosse di dimensioni grandiose il suo valore, il suo significato, la sua classica serenità non verrebbero per nulla alterati. MARESA SOTTILE

giovedì 4 dicembre 2014

TRE GRANDI MOSTRE AL PALAZZO REALE DI MILANO: CHAGALL, SEGANTINI, VAN GOGH

A Palazzo Reale di Milano ci sono tre grandi Mostre: Chagall, Segantini e Van Gogh, e c'è una grande affluenza di pubblico, come sempre. Le mostre, per chi fosse interessato, si concludono nel 2015, quella di Segantini il 18/1, quella di Chagall l'8/2, infine Van Gogh l'1/3. La mostra di Chagall è piuttosto ricca con anche alcune delle opere più famose dell'artista. Chagall (1887/1985) è un unicum nell'arte, cosa comune ai più grandi. E' difficile non riconoscere le sue opere con quelle case a volte capovolte, i grandi mazzi di fiori, gli innamorati che spesso volano sulle case, come accade anche ad alcuni suoi violinisti... ma pure i Cristo, con il panno rigato che usa la sua gente a ricordarci quello che troppo spesso dimentichiamo. Tutte narrano del suo piccolo e lontano paese natio, Vitebsk sperduto nella vasta Russia, del suo mondo ebraico, dell'amore per Bella, sua moglie, che non si spense mai. Eppure questo mondo così personale diventa un luogo universale, dove M. C. narra le umane vicende, belle e brutte, tristi e gaie. Così i suoi mazzi di fiori, spesso rose, a volte inseriti nell'opera, a volte protagonisti unici, ricordano la bellezza, portano ottimismo, come i suoi colori che dai bruni un po' cupi pian piano si schiariranno e diverranno più vivaci. Chagall nel 1910 lasciò la Russia e andò a Parigi e nel '13 in Germania dove la sua opera fu accolta favorevolmente, ma con l'avvento del nazismo non potè neppure recuperare le opere che vi aveva lasciato, che, come quelle di molti altri artisti, furono imbrattate e distrutte come opere debosciate. Nato povero, in Russia non riuscì realmente a inserirsi, anche se creò un'Accademia d'Arte nel suo paese e per un po' partecipò alla vita artistica russa, ma sarà in Francia, anche se con un periodo a New York durante la 2° Guerra Mondiale, che C. avrà successo ed anche agiatezza, grazie a Vollard, il famosissimo mercante d'arte anche di Picasso, che lo ritrasse in un bellissimo quadro cubista. Nel 1858 ad Arco di Trento, grazioso paese nei pressi del lago di Garda, nasce Giovanni Segantini. La sua vita è segnata da lutti e miseria e ne fa uno sbandato finché ne 1874, uscito dal riformatorio, si iscrive all'Accademia di Brera e trova lavoro presso la bottega del pittore Tettamanzi. Nel 1894 si trasferisce con moglie e figlio in Engandina, a Maloja. Segantini ama la montagna e la racconta in tutta la sua maestà, ama e narra il lavoro umile e faticoso di contadini montanari e pastori, ama gli animali, buoi, mucche, pecore e le racconta con affetto, tanto che quando dipinge la serie de Le due madri dipinge una donna con un neonato in braccio e una mucca col vitellino accanto, in una stalla. Anche Segantini (si chiamava Segatini e nel '74 aveva modificato il cognome) ebbe successo e raggiunse una certa agiatezza, ma morì nel 1899 a soli 41 anni, per un attacco di peritonite. Le opere provengono in gran parte dal museo Segantini di S. Moritz. Non si potrebbero trovare due artisti più diversi di Chagall e Segantini, esposti così vicini a Milano. Quanto è fantastico e visionario il primo tanto è realistico il secondo. Uno usa un colore vivace a zone che poi si macchiano di altri colori, l'altro usa piccole pennellate di vari colori con la tecnica del Divisionismo. Tanto è ottimista l'uno tanto è cupo l'altro, tranne quando la sua opera incontra il bianco. Il bianco di Segantini è uno dei più bei bianchi che abbia mai visto in pittura: un bianco luminoso che travolge la cupezza dell'autore. Può essere il bianco della neve o di un ombrello e l'opera si illumina di una luce e di un fascino particolare. Chiude la mostra L'Angelo della vita, del 1894 con studi e varie versioni, un'opera completamente diversa per svolgimento del tema della maternità, sia per la tecnica pittorica sia per i colori, soprattutto grigi e cerulei, dolci e sfumati. Vien da pensare ad una rilettura della grande pittura del passato, addirittura si pensa ai Preraffaelliti, ma in effetti è una pittura diversa dolce e sognante, un modo nuovo per S. che rimane un momento particolare senza uno sviluppo. Vincent Van Gogh è uno degli artisti più conosciuti, i cui quadri hanno raggiunto le più alte quotazioni al mondo, pensare che da vivo vendette un'unica tela e al fratello Theodor, che lavorava nell'ambiente artistico e che lo supportò sempre economicamente e moralmente. Sappiamo tutti che Van Gogh ebbe una vita misera e infelice, afflitto anche da disturbi nervosi e che morì suicida. La sua pittura, paesaggi e ritratti per lo più, è carica di colore, movimento, anche se statica, dato dalle sue pennellate che cambiano direzione e che ci pare possano essere contate. Anche lui un unicum nell'arte, con connotazioni così personali che non può essere seguito da nessuno perché non avrebbe senso, sarebbe solo un'imitazione. La mostra di Van Gogh mi è parsa la meno riuscita, le opere sono del periodo in cui V.G. studia da autodidatta per diventare pittore, cosa che decise a 27 anni, senza aver combinato molto fino allora. Così la mostra segue i suoi studi, i suoi primi tentativi pittorici con tele che poco hanno a che fare col Van Gogh che tutti amano. Solo nell'ultima sala ci sono otto dipinti che ci fanno vedere l'artista che conosciamo, un po' poche e non tra le più famose, oltre un piccolo Autoritratto che ci accoglie, con una cornice che lo soffoca, all'inizio della mostra. E, purtroppo, si resta un po' delusi. Maresa Sottile

martedì 18 novembre 2014

GIOVANNI BOLDINI al MacManzoni di Milano

Giovanni Boldini (1842/1941) è un pittore molto particolare, meglio unico. E' ritenuto il massimo rappresentante della pittura della Belle Epoque, quel periodo 'favoloso', soprattutto per chi faceva parte di una certa società ricca. Figlio d'arte, a vent'anni si trasferisce, dopo i primi studi nella città natale di Ferrara, a Firenze dove frequenta l'Accademia di Belle Arti ed il mondo dei Macchiaioli al Caffè Michelangelo. Non ama insegnamento accademica e se ne allontana presto. A Giovanni piace il 'bel mondo' e riesce a crearsi frequentazioni altolocate e ricche. Lega infatti con Cristiano Banti, pittore dai grandi mezzi economici, pronto ad aiutare ed ospitare nelle sue ville gli amici, e collezionista d'arte. Con lui va a Napoli per fare i ritratti alle sue figlie, una delle quali un giorno vorrà sposare, ma la cosa non andrà in porto. G. B. non si sposerà se non a 87 anni con una giornalista trentenne. Naturalmente Boldini si reca a Parigi, nel 1867, cuore e centro motorio dell'arte del tempo. Viene quindi in contatto con vari artisti quali Degas, Manet, Sisley, e visita ovviamente l'Esposizione Universale. Poi va a Londra dove un ricco amico gli offre uno studio nel centro elegante degli affari. Tornato a Parigi aprirà uno studio a Place Pigalle e firmerà un contratto con l'importante mercante ed editore d'arte dell'epoca Goupil. La formazione artistica di B. fu ampia, dal '400 italiano ai Macchiaioli, agli impressionisti, a Goya e ai grandi del passato come Velasquez e Rembrandt, ma anche ai grandi ritrattisti inglesi e ai futuristi. E già dall'inizio mostrò grandi doti artistiche e grande perizia tecnica. Boldini fu soprattutto un ritrattista, e con i ritratti farà la sua fortuna. Non è da tutti essere bravi ritrattisti. Il ritratto è un genere per cui bisogna essere portati, non basta la semplice somiglianza del soggetto raffigurato, ci vuole una capacità particolare nel saper rendere la persona ritratta: renderlo psicologicamente. Non tutti i pittori, anche grandi, hanno questa dote. Lui ce l'ha, e in più crea un genere unico, soprattutto nei ritratti femminili. I suoi ritratti diverranno il simbolo della Belle Epoque. Donne bellissime, elegantissime, ingioiellate, in pose deliziose. Il trionfo della superficialità, dell'apparenza! E invece no. A parte la grande piacevolezza di ciò che si vede c'è altro. Sì, Boldini ama queste cose, ma è riuscito a creare qualcosa che va oltre. Un mondo fantastico, con donne fascinose, a volte misteriose nel loro sottile erotismo, avvolte da colori trasparenti, trascoloranti di sete, rasi, velluti, voille e spesso da una ventata di spensieratezza e di luce, soprattutto quando le racconta nella loro estrema intimità: nude. E il suo colore può diventare un fuoco artificiale sfavillante che sfalda parte dell'immagine. Una tecnica coloristica che crea dinamismo, quello tanto predicato, urlato da Marinetti. Ed anche le pose sono spesso dinamiche anche se il personaggio è seduto. No, i ritratti di G.B. non sono vacue rappresentazioni di ricchezza e bellezza, ma un poema sulla femminilità nelle sue sfaccettature anche intime, spesso erotiche, ma anche malinconiche a volte. Certo le sue donne sono ricche, privilegiate, ma sono sempre donne, con la loro femminilità, forse coi loro segreti, forse coi loro dispiaceri. B. dipingerà anche paesaggi, in essi la lezione di Canaletto, degli Impressionisti e dei Futuristi troverà un nuovo linguaggio espressivo legato a quelle pennellate saettanti, nervose, che li renderanno particolari, dinamici, sognanti, come avvolti in un'atmosfera speciale. Maresa Sottile Giovanni Boldini è in mostra alla Galleria GAM Manzoni via Manzoni 45 di Milano fino al 18/1/15.
                                                                                               Maresa Sottile

martedì 30 settembre 2014

Joseph Mallord William Turner

J. M. William Turner (1775-1851), fu un artista inglese complesso, con una profonda evoluzione artistica. Indubbiamente un grande. La sua vita fu dedicata totalmente alla vocazione pittorica, infatti tra pitture, disegni e acqueforti creò migliaia e migliaia di opere. Ebbe subito successo, non si sposò mai, pur avendo varie amanti da una delle quali ebbe due figlie, e nella casa di una di esse morì il 19 dicembre 1851. Visse invece con il padre fino alla morte di questi. Fece vari viaggi in Europa, soprattutto in Italia. T. nasce nel 1775 da famiglia molto modesta, il padre era un barbiere, e fu il primo a promuovere le capacità del figlio ancora adolescente mettendo i suoi lavori in esposizione nella vetrina della propria bottega. Rimasto orfano della madre, che morì pazza per il dolore della perdita di una figlia, T. andò a vivere da uno zio materno. A 14 anni iniziò a frequentare la Royal Accademy of Arts e già alla fine del suo primo anno fu scelto un suo lavoro da esporre alla Mostra annuale dell'Accademia, cosa che lui fece poi per il resto della vita. Ci sono artisti che vengono riconosciuti solo dopo la morte, non fu il caso di Turner che ebbe subito successo. Ma in un secondo tempo anche molte critiche. Indubbiamente T. era davvero dotato per il disegno, ne lascerà più di 19.000, e la sua dedizione al proprio lavoro fu molto forte, come in fondo per ogni vero artista in ogni tempo. Naturalmente nella sua formazione artistica e culturale erano quasi obbligatori i viaggi, soprattutto quello in Italia toccando Roma, Venezia, Firenze, Napoli. Ma visitò più volte anche Francia, Germania, Austria, Svizzera, Belgio, Olanda e fece vari viaggi nella stessa Inghilterra. Studiò le opere del Louvre e l'arte italiana e fu anche interessato e a volte amico di artisti del suo paese. A questa formazione è legata una gran parte delle sue opere e anche la scelta dei soggetti: paesaggi italiani, paesaggi alpini, e, secondo la moda del tempo, scene storiche, battaglie. La sua opera si svolse durante il Romanticismo e ne subì certamente l'influenza nei soggetti e nello stile. Ma col tempo la sua ricerca pittorica, l'uso dei colori e di una tecnica mista tra acquerello e olio, danno un risultato particolare, che molti hanno detto precorritore dell'Impressionismo. In realtà Turner va oltre, soprattutto nell'ultima parte del suo lavoro, quando nelle sue opere le immagini bisognerà andarle a cercare, di solito alla base della composizione perché l'opera è in realtà una deflagrazione di colore e luce, veri, soli, unici protagonisti. Turner vedeva nella luce, nel sole Dio, dicono gli storici e i critici d'arte, ma sono solo le motivazioni che forse lo stesso artista si dava, ma, oltre ad un certo Espressionismo, secondo me innegabile, che il suo colore crea, si può leggere nella sua opera una ricerca coloristica e artistica molto “avanti” molto “moderna”. Immagini quasi inesistenti e una sarabanda di colore e luce che più “fuori” dalla pittura del suo tempo, non potrebbe essere. Di Turner è questo di cui ci si innamora: quei luminosi, quei cupi, spesso drammatici colori rutilanti e trascolaranti. E di ciò si innamorò John Ruskin, che giovanissimo, lo difese dalle forti critiche con cui fu accolta ad un certo punto l'evoluzione del suo stile, che ormai dava spazio più alle emozioni che alle immagini. Ruskin è stato un complesso personaggio della cultura inglese, saggista, pittore, critico d'arte, che a soli 17 anni, nel 1826, difese Turner con forza con una lettere al giornale che aveva criticato l'opera dell'artista, lettera che ebbe grande risonanza. Nacque una grande amicizia tra i due e Ruskin fu addirittura nominato dall'artista suo esecutore testamentario. Gli Impressionisti amano le immagini, amano la luce e il colore, il paesaggio, la vita quotidiana, sono tutto tranne che drammatici, sia in ciò che raffigurano sia nel modo di trattare il colore. Loro raccontano la vita, il mondo. Realisticamente, anche se poeticamente. Forse solo proprio con Monet, che l'amò prima e si ricredette dopo, c'è una qualche affinità per quel valore del colore come protagonista dell'arte e lo sfaldamento totale delle 'cose' (in Monet solo in alcune opere: Impression, soleil levant) che ebbero talvolta in comune, ma è Monet che viene dopo. Turner racconta l'interiorità, il conflitto interiore, attraverso e con la scusa della violenza della natura, in modo drammatico. La scena rappresentata, quando si distingue, è per lo più irrilevante. Il parallelo si può comunque comprendere, si parla di luce, colore e impressioni. Impressioni più concrete da un lato e impressioni più emotive dall'altro. In una pagina su Rotko, Gillo Dorfles parla delle vibrazioni coloristiche che si sprigionano dalla vicinanza dei colori nelle sue tele. Certo, a mio avviso, le vibrazioni che si sprigionano dai colori di Turner sono davvero assai più forti.
             Maresa Sottile

martedì 9 settembre 2014

La Rotonda di Andrea Palladio

L'architettura, come la scultura e la pittura, nel '400 ha una vita propria non collegata all'ambiente circostante. L'artista pensa alla propria opera e non dà importanza al luogo che l'accoglierà. La sua visione non va oltre la propria opera che resta bloccata nello spazio, autosufficiente e spesso senza alcun legame e immedesimazione con l'ambiente circostante. Nel '500 le cose cambiano pian piano grazie al plasticismo di Michelangelo e grazie alle perfette proporzioni e il giusto contrasto tra vuoti e pieni delle opere del Bramante. Dall'immergere l'edificio nello spazio e lo spazio nell'edificio nasce pian piano un nuovo elemento, che non è solo architettonico ma anche pittorico, che è la scenografia ed il gusto per essa. Andrea Palladio (1508-1580) di origine vicentina fu il più grande architetto della seconda metà del '500. Egli aveva in sé tutte le caratteristiche proprie degli architetti veneti, con in più uno spiccato senso classico, riscontrabile in quasi tutte le sue opere. Fu autore di molte opere importanti, dal Teatro Olimpico alla Basilica a Vicenza, alla chiesa del Redentore a Venezia, ma indubbiamente la più famosa e rappresentativa è La Rotonda, cioè Villa Valmarana, nella campagna vicentina. La Rotonda meglio di ogni altra racchiude ed esprime, in una sintesi stringata e perfetta, la personalità e la concezione architettonica del Palladio. La villa fu costruita su commissione del canonico Paolo Almerico intorno al 1550 e terminata dallo Scamozzi (1548-1616) che subentrò alla morte del Palladio, e che interpretò a suo modo i disegni del predecessore, vero ideatore del progetto. I lavori furono terminati nei primi del '600 da Mario Capra come risulta dalle scritte sulle lastre di marmo. Il progetto, nella sua grande linearità e semplicità, è in realtà un'idea di grande originalità concettuale e grande armonia formale. E potremmo dire che l'idea del Palladio ebbe un successo planetario. Infatti la villa fu molto copiata dagli architetti inglesi e portata poi in America dai coloni britannici. Vedi anche la Casa Bianca. La Rotonda fu concepita dal Palladio come edificio a pianta centrale, una croce greca innestata su un dado quadrato. Al centro l'incrociarsi dei due bracci crea il vastissimo salone circolare illuminato dall'alto e gravitante intorno alla cupola emisferica, per accentuarne ancor più il senso di accentramento intorno all'elemento circolare. Lo Scamozzi, completando i lavori, preferì una cupola ribassata e l'effetto che voleva il Palladio venne così sminuito. I bracci della croce escono dal dado e terminano in quattro vasti pronai ionici con sei colonne, preceduti da ampie scalee. Dagli ingressi, attraverso quattro corridoi si giunge nel vasto salone circolare la cui cupola, divisa in riquadri da vistose cornici fu decorata dalle sculture del Ridolfi e del Rubini, e da pitture del Maganza. Ai quattro angoli della villa corrispondono quattro saloni dai magnifici camini con stucchi del Ridolfi, pitture del Maganza, del Dorigny e dell'Aviani. Lo spazio che i vestiboli e le scalinate occupano è maggiore di quello della villa, tanto che ogni singolo pronao potrebbe essere la giusta facciata di un tempio. Le statue che li adornano sono di Lorenzo Rubini e quelle sui timpani sono dei primi del '600 eseguite dall'Albanese. La villa è dipinta di bianco con due finestre per facciata, una per ogni lato del pronao; un lieve cornicione disegna, in grigio sul muro pieno, la continuazione dell'architrave del pronao. Nei muri laterali dei pronai si aprono delle ampie arcate e lo Scamozzi fece aprire altre finestrature più piccole e quadrate sotto i poggi creati dalle scalee. Queste aperture nell'edificio creano un effetto di inclusione del paesaggio nell'architettura, dando un nuovo senso alla costruzione e creando il presupposto, coniugato in effetti in ogni sua opera, dello studio dell'ambiente dove una costruzione sorgerà. La Rotonda appartiene al gruppo delle ville-tempio che saranno molto in voga prendendo spunto proprio da essa, ed è sicuramente la più bella fra queste. Nell'accentrarsi dell'edificio intorno al nucleo della sala circolare e della cupola e nel contrasto tra la curva interna e la linea dritta del corpo esterno si ritrova il movimento del Pantheon. I motivi greco-romani usati dal Palladio e composti in maniera nuova dall'artista acquistano valori nuovi, contemporanei ai tempi. Prima di progettare Palladio guardò il luogo ove l'edificio doveva sorgere e ideò poi la sua opera senza dimenticare lo spazio in cui essa avrebbe avuto vita. L'ondulato anfiteatro della valle vicentina la circonda e accoglie ed essa sembra esserne parte naturale. La villa è ben visibile da tutta la valle e tutta la valle è ben visibile dalla villa. Lento il Bacchiglione scorre per la dolce campagna ondulata portando al Brenta le barche di Verona. Sembra che La Rotonda abbia sempre fatto parte della campagna che si svolge intorno e pare riflettersi sulle pareti bianche, appena chiaroscurate dai vuoti delle finestre e dai cornicioni, nei porticati ariosi e lievemente ombreggiati, nelle linee sobrie, serene, piene di semplice e classica eleganza. E l'aria vive e vibra intorno e nell'edificio, come l'edificio vive nell'aria in una continua reciproca immedesimazione che è la principale bellezza dell'opera. La luce si modula in tono pittorico sulle calme superfici con passaggi lievi e dall'insieme spira una serenità un po' malinconica ed una dolce, solenne monumentalità. Le masse sporgenti dei pronai creano un movimento dei volumi, che rende viva e plastica la costruzione e la anima di ombre e luci che ne articolano le facciate. Tutti questi elementi, che hanno millenni, ritrattati da un altro artista avrebbero potuto dare un'opera che avrebbe giustificato in pieno la parola “manierismo” che comprende proprio il periodo in cui opera Palladio. Ma qui vi è quella giusta misura, la disposizione che rende fresco e nuovo il tema, il perfetto equilibrio di pieni e vuoti, di piani lisci e luminosi e di piani movimentati e ombrati, che insieme a quel misterioso “quid” che è l'arte, danno per risultato un autentico capolavoro. Nel 2004 l'UNESCO ha dichiarato La Rotonda patrimonio dell'umanità.
                                                                    Maresa Sottile

domenica 10 agosto 2014

Architettura gotica a Napoli

Napoli nell'età Romanica non presenta caratteri particolari, né, a causa di particolari condizioni storiche, la città si arricchisce di monumenti o di opere d'arte romaniche. Dopo la battaglia di Benevento, con la quale viene abbattuta la dominazione sveva nell'Italia meridionale, gli Angioini, vincitori, conquistato il regno trasportarono la capitale da Palermo, legata alla casa Normanna ed a quella Sveva, a Napoli. Ne venne conseguenziale un abbellirsi ed un espandersi della città, la quale, a partire da questo momento si arricchirà di chiese, palazzi, monumenti pubblici. Dei numerosi edifici costruiti dagli Angioini a Napoli ne restano un numero limitato, ma sempre sufficientemente ampio per caratterizzare l'architettura gotica napoletana, che rimane davvero un esempio unico in Italia. Il gotico, nato da una trasformazione avvenuta in terra di Francia, delle forme romaniche, importate in tutta Europa dai Maestri Comacini, costruttori che dal nostro paese si recarono a lavorare in altri paesi, andati in cerca di lavoro o chiamati per la loro perizia, si diffuse a sua volta in tutta Europa. In Italia però subì una forte contaminazione con il romanico e le caratteristiche locali e si distinse da quello che si diffondeva nel resto d'Europa conosciuto come Gotico Fiorito o Flammant (fiammante). Persino il Duomo di Milano, il più vicino al gotico europeo per la sua ricca decorazione e le sue guglie, è comunque pur sempre legato alla tradizione romanica italiana già nella sua stessa forma. Ma a Napoli il gotico giunge direttamente dalla Francia meridionale, dove è nato, portato dagli architetti francesi chiamati a lavorare in città dagli angioini. Quindi potremmo dire che il gotico napoletano è il gotico più puro, più vicino alle sue forme originali, quelle della Provenza da cui provengono i dominatori e i loro architetti, molto più moderate di quelle che si diffondono altrove. Ma gli angioini chiamano anche architetti napoletani a lavorare alle loro fabbriche, anche per motivi 'politici'. Ne nascerà uno stile unico: il gotico napoletano, che si differenzierà da quello del resto dell'Italia. Da un lato è il più vicino a quello nato in Francia. Dall'altro vive nelle sue strutture delle contraddizioni. Contraddizioni che nascono dalla contrapposizione di due identità differenti, quelle dei loro architetti. I francesi legati al nuovo stile architettonico nato nel loro paese, figlio di una concezione spirituale, culturale, diverse da quelle locali. I napoletani contrari alla dominazione francese, indispettiti forse da quello stile straniero, poco vicino alla loro tradizione. Gli angioini non furono mai molto amati dai napoletani, anche se in realtà sono stati discreti governanti, migliori dei futuri spagnoli che davvero non fecero molto bene alla città. Negli anni del loro dominio la città visse un periodo di floridezza soprattutto culturale. Giotto, Boccaccio e molti altri soggiornarono e lavorarono in città, attirati proprio dalla fama di una città culturalmente e artisticamente vivace e interessante e di alto livello. Fra le chiese che mantengono evidenti gli originali caratteri ricordiamo: San Lorenzo Maggiore, S. Maria Donnaregina, Sant'Eligio, Santa Chiara, San Pietro a Maiella, l'Incoronata, San Domenico Maggiore, il Duomo. Quest'ultima è giunta a noi alterata da rifacimenti barocchi, come lo fu Santa Chiara, che poi distrutta nella II° Guerra Mondiale, restaurata negli anni '50 è ritornata alle sue forme originarie. Anche il Castello angioino cioè Maschio Angioino nel tempo ha subito molti rimaneggiamenti. Per comprendere meglio la particolarità dell'architettura gotica napoletana possiamo fare un paio di esempi: nella chiesa di San Lorenzo tra navata e presbiterio l'arco di trionfo ribassato, a grande contrasto con gli archi a sesto acuto propri dello stile, che sembra proprio uno sfregio degli architetti nostrani verso i colleghi stranieri e il loro lavoro. Se poi vogliamo sottolineare la vicinanza del gotico napoletano a quello francese si può ammirare l'abside radiale nella stessa chiesa di San Lorenzo Maggiore. Voglio concludere questi brevi cenni sul gotico napoletano parlando di Internet. Oggi oltre che nei libri si fa ricerca anche sul web. Ho notato che facendola sul gotico in Italia nelle opere non vengono quasi mai nominate quelle napoletane; è pur vero che poi ci sono molti siti su questo argomento, ma questo è un altro discorso. E' come se quello di questa città non fosse allo stesso livello di quello di Firenze o Orvieto, e ciò non è vero. E' solo diverso per i motivi che abbiamo detto ed è forse il gotico più gotico d'Italia.