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mercoledì 27 aprile 2016

Il Campanile della Pietrasanta e cenni sulla Chiesa di Santa Maria della Pietrasanta


   
Rara testimonianza a Napoli di costruzione risalente all'XI sec. il Campanile della Pietrasanta si erge nel Centro Storico della città nello spiazzo davanti alla omonima chiesa, che però non è più quella originale.
Percorrendo via dei Tribunali venendo da Portalba, dopo Piazza Miraglia, sulla sinistra vi è un'altra piccola piazzetta con la chiesa di Santa Maria Maggiore, affiancata dalla Cappella del Pontano, e così chiamata per distinguerla da altre due della città con la stessa denominazione. La strada è ricca di costruzioni notevoli, interessanti e di pregio
La  costruzione della Chiesa risalirebbe al VI sec. per volontà del Vescovo della città: Pomponio. Pare sia stata eretta su un tempio romano della dea Diana, che si narra fosse eretto a sua volta su uno precedente greco della dea nera Iside. Papa Giovanni II, che la consacrò, la elesse diaconia e fu la più importante delle sette chiese della città del tempo. Ebbe nel IX sec. come diacono un santo: San Atanasio, per cui divenne meta di pellegrinaggio. Fu elevata a basilica nel e in questo frangente prese il nome di S. Maria Maggiore.
Passata ad un ordine monastico, fondato da un nobile napoletano, venne ricostruita sui resti della chiesa paleocristiana tra il '653 e il '678 da Cosimo Fanzago, il più importante architetto e scultore napoletano e tra i massimi del '600 italiano.
Nell'800 dismesso l'ordine monastico fu sede della Compagnia Napoletana dei Pompieri. La chiesa, bombardata durante la II° Guerra Mondiale, è stata restaurata negli anni '70/'80.
La chiesa ha anche il nome di S. Maria della Pietrasanta perché pare vi fosse una Pietra che dava l'Indulgenza a chi la baciava, pietra che però non è stata ritrovata. Invece sono stati ritrovati i resti dell'antico edificio sotto di essa, che fanno ora parte della Napoli Sotterranea, meta di turisti.
Sulla chiesa vi è ancora da dire, ma voglio parlare del suo interessantissimo campanile
Il Campanile, discosto dalla attuale chiesa, è sul limitare tra la via e la piazzetta, e come dicevo, risale all'XI sec. ed è l'unico edificio di epoca romanica della città. Epoca nella quale Napoli è avvolta in una nebbia storica per quanto riguarda le fonti dei monumenti del tempo. Ne viene che questa costruzione dell'XI sec. È davvero un pezzo unico e raro da ammirare e conservare con cura.
Non tutta la costruzione del campanile è puramente romanica in quanto appare alquanto originale la disposizione delle colonne intorno alla costruzione in laterizi. In origine le colonne dovevano essere quattro e collocate agli spigoli della costruzione quadrangolare. Da un punto di vista statico il campanile è elegante sia per lo slancio delle colonne sia per la loro posizione, perché appunto tagliando gli spigoli della costruzione tolgono all'edificio la rigidità dell'esatta quadratura.
La base del campanile ha ancora un fregio floreale di pietra bianca su un lato, che forse correva lungo tutti i lati, ma del quale resta solo la parte sul lato che dà su via dei Tribunali, ma potrebbe anche trattarsi solo di un inserto di spoglio come le varie sculture inserite a decorare la torre campanaria. Ricordiamoci che nel sito vi erano templi pagani e che i materiali 'di risulta' (presi da edifici precedenti) venivano molto utilizzati nel periodo sia paleocristiano sia romanico. Il campanile è a tre piani con finestre arcuate. però al primo piano tamponate ed al terzo sostituite da una grande bifora anch'essa creata da una colonnina bianca.
La copertura del campanile è costituita da uno slanciato tronco di piramide con delle strette finestre con arco a tutto sesto, la sua forma non è geometricamente squadrata ma ammorbidita nelle sue linee da curve leggere. Questa particolare soluzione ricorda le coperture 'a dorso d'asino' che caratterizzano le costruzioni del tempo nel sud e di vaga memoria araba a riprova delle commistioni di stili che nel tempo hanno caratterizzato il romanico.
La facciata nella parte bassa della torre è aperta e sormontata da un grande arcone in laterizi che evidentemente costituiva l'ingresso al campanile e che consentiva il passaggio dei pedoni.
I materiali usati, laterizi rossi e pietra bianca, danno al Campanile un tocco vivace che fa risaltare la sua presenza nell'antica strada in cui dominano il grigio e il bianco dei materiali di costruzione. 
                                   Maresa Sottile

 

mercoledì 24 febbraio 2016


Castel Sant'Elmo

Uno dei quattro Castelli

di Napoli


Napoli ha ben quattro castelli ancora efficienti e visitabili: Castel Nuovo o Maschio Angioino, Castel dell'Ovo, Castel Capuano, Castel Sant'Elmo.
Il Maschio Angioino è nel centro della città, vicino al mare. Ha una mole possente, un bellissimo portale firmato dal Laurana un museo cittadino, locali usati per esposizioni ed eventi, uffici, e la famosa Sala dei Baroni, sede del Consiglio Comunale, con spettacoli estivi nel suo grande cortile. Il Castel dell'Ovo, nato come convento su una lussuosa villa di Lucullo e diventato poi baluardo difensivo, è in mezzo al mare e dai suoi spalti si gode un panorama spettacolare del golfo. Vi si fanno mostre d'arte in vari locali. Castel Capuano, nel XVI sec. trasformato nel Tribunale detto della Vicaria, è nel cuore della Città e per secoli è stato tribunale cittadino, ora sede della Pretura, ha una gloriosa biblioteca in splendide sale.
Infine Castel Sant'Elmo, sulla collina del Vomero, ha il privilegio di dominare la città ed il territorio circostante a trecentosessanta gradi sorgendo sul punto più alto del Vomero. Il Vomero è, con Posillipo, un quartiere posto nella parte alta dell'anfiteatro del golfo di Napoli.
Fu infatti scelto questo sito per poter avere una visione totale del territorio, sia dal mare che da terra. Il Castello aveva infatti funzione di sorveglianza e difensiva. Non è infatti un castello dove abitare anche se aveva un castellano che lo governava.
Accanto vi sorge il complesso del Convento di San Martino, con la chiesa più rappresentativa del Barocco Napoletano (v. art. blog) con un giardino dal panorama splendido e un bellissimo Museo.
Il Castello sorge dove pare ci fosse già dal XII sec. una torre d'avvistamento detta Belforte. Fu costruito per volere di Roberto d'Angiò all'inizio del '300 ed uno dei suoi primi architetti fu Tino da Camaino, grande architetto e scultore che per molto tempo lavorò a Napoli. Il Castello fu costruito in una quindicina d'anni e finito sotto la regina Giovanna I. Il nome del Castello è un mistero perché Sant'Elmo non esiste, infatti inizialmente era detto di Sant'Erasmo, comunque nonostante varie ipotesi non si sa con certezza da cosa venga il nome.
Il Castello è stato edificato su uno spuntone di roccia, infatti le sue mura sembra che 'nascano' dalla trasformazione della roccia stessa su cui si poggia. La sua forma a stella, realizzata nel rifacimento del '500 per volere del Vicerè aragonese Pedro de Toledo dall'architetto spagnolo Scrivà, fu molto criticata. Si dimostrò invece pratica e funzionale.
Rampe, sale immense, una struttura complessa e affascinante in tufo e piperno, porta fin sugli spalti del castello, una volta sede della polveriera che nel 1587 saltò in aria per un fulmine causando gravi danni e 150 morti.
La storia del castello è complessa: da luogo di gite di re Alfonso e la sua coorte per la bellezza del luogo e del panorama, a bastione assediato, a luogo di congiure, a prigione politica: vi furono rinchiusi infatti i componenti della fallita Repubblica del '99: tra i più bei nomi dell'aristocrazia e della intelligentia della città.
Ma su tutto, storia, architettura, e quant'altro, quando si sale fin sul 'tetto' e si guarda il panorama della città tutta e del suo golfo, del golfo di Pozzuoli, dell'entroterra, si resta senza fiato e non ci sono parole per descrivere la sensazione di stare così in alto da non avere confini in quello che si vede se non nel cielo e nel mare.
Dal 1993 in un edificio su questi spalti c'è la Biblioteca Bruno Molajoli di Storia dell'Arte. Vi è inoltre una chiesetta che non si può visitare ed il Museo Napoli Novecento, molto interessante, con opere dal 1910 al 1980 di artisti napoletani contemporanei.
Il castello, il luogo in cui sorge, il Museo, gli antichi spalti e la vista che vi si gode fanno di Castel Sant'Elmo uno dei più suggestivi e bei siti della città.
                              Maresa Sottile

mercoledì 6 gennaio 2016

A Napoli la Cappella Sansevero e il Cristo Velato, per volere e opera di Raimondo de Sangro principe di Sansevero

                 

Nel cuore della Napoli antica, il centro storico, partendo da piazza San Domenico si imbocca la salita San Domenico Maggiore e nella traversa a destra si trova uno dei luoghi più straordinari della città: la Cappella Sansevero, un gioiello del '700 napoletano e luogo di leggende.
Da fuori la Cappella non fa neppure lontanamente immaginare i tesori particolari che si troveranno entrandovi. Una volta era collegata con un piccolo ponte al palazzo che aveva di fronte del quale era la Cappella: Palazzo Sansevero di Sangro eretto nel XVI sec. dal Principe di Sansevero don Paolo de Sangro. La famiglia Sansevero è un'antica famiglia nobiliare napoletana con una lunga storia e legata anche al Museo Duca di Martina nella Villa Floridiana. La cappella, divenuta chiesa nel 1608 per accogliervi le spoglie dei de Sangro, fu chiamata Santa Maria della Pietà per la Madonna posta sull'altare che era parte di un affresco prima nel giardino del palazzo, o La Pietatella, per la leggenda legata ad essa: un ladro sorpreso e arrestato, pentito chiese la grazia a quella immagine della Madonna di salvarlo e siccome fu realmente scarcerato dopo poco, caso assai raro, a quell'immagine, e quindi alla chiesetta in cui era stata trasferita, venne dato quel nome.
La Cappella fu costruita da Francesco de Sangro nel 1590, per essere stato guarito dopo aver pregato la stessa immagine della Madonna che fece così trasferire nella Cappella, ma fu don Raimondo de Sangro, personaggio affascinante e particolare, nel 1750 a renderla quella che oggi ammiriamo. .
La figura di Raimondo di Sangro è avvolta da mistero e leggende. Certo è che era un uomo con molti interessi piuttosto particolari. Si occupava di alchimia, ideò una carrozza 'galleggiante' della quale resta un bellissimo disegno che la vede nel mare, e si dice che ci andasse 'a spasso' nelle acque del golfo. Il popolino non lo amava, lo temeva e diceva che nei sotterranei del suo palazzo facesse esperimenti pericolosi e 'diabolici' uccidendo persone e bambini rapiti, e lo chiamava Principe Diavolo. Ai suoi tempi interessarsi di certe cose era abbastanza pericoloso, la scienza confusa con l'occulto. Di certo era una persona con molte curiosità e una genialità non comune, personaggio unico ed eccezionale, massone, astronomo, inventore, si interessò di palingenesi, il suo campo di interessi era illimitato. Su di lui e le sue scoperte o invenzioni ancora c'è poca chiarezza e certezza. Famoso già ai suoi tempi, creò a Napoli uno dei monumenti più belli, ricchi e pieni di mistero della città, ma anche del paese per non dire del mondo.
La Cappella, costruita da un antenato, era accanto al palazzo collegata ad esso con un arco, che Raimondo arricchì con un orologio racchiuso in una edicola, arco successivamente abbattuto perché poco stabile anche per il peso aggiuntivo dell'orologio.
Se esternamente la costruzione è quasi anonima, appena se ne varca l'ingresso si è colpiti dal fasto interno. Non vi è un centimetro quadrato che non sia ricoperto di decorazioni marmoree e pitture per non parlare delle statue che ne arricchiscono gli spazi. Certamente un luogo ben rappresentativo del Barocco Napoletano. Il de Sangro chiamò a lavorarvi tra i migliori artisti ed artigiani che operavano in città. Ma il regista dell'opera fu lui. Si dice che la Cappella sia organizzata seguendo schemi massonici, alchemici, esoterici. Un discorso dettagliato sarebbe troppo lungo e complesso e si allontanerebbe dal discorso dell'arte che è indubbiamente il più importante. La Cappella accoglie il visitatore sfoggiando tutto il suo splendore di marmi policromi, pitture e statue in un'unica navata con quattro finte Cappelle laterali poco profonde, alle quali si accede da quattro grandi arcate, e sormontate da ampie finestre quadrate. Dietro l'altare un abside semicupolato, il soffitto è voltato. La volta è affrescata con una fastosa e complessa Gloria del Paradiso da Nicola Maria Russo, che inserisce nell'affresco scenografici effetti architettonici. Le Cappelle laterali contengono i complessi sarcofagi della famiglia, e tra cappella e cappella sono poste grandi statue, il pavimento e di marmi policromi, anch'esso, pare, eseguito su disegno del de Sangro. Molte delle opere, anche di artisti noti come quella del Celebrano di Cecco de Sangro, pare siano state eseguite su disegno del de Sangro.
Al centro della Cappella vi è l'oggetto più famoso, prezioso e stupefacente: Il Cristo Velato di Giuseppe Sammartino. Si tratta di una statua che rappresenta il Cristo morto disteso e coperto da un sudario velato. G. Sammartino è tra i maggiori scultori del '700 italiano, ma anche qui pare che il de Sangro lo istruisse e guidasse nell'esecuzione dell'opera da lui voluta. La cosa stupefacente è quel velo da cui il nome. Infatti ha un effetto di trasparenza che sbalordisce. Si vedono le vene, i muscoli come se davvero un velo coprisse il corpo dolente di Cristo morto. E naturalmente ci sono leggende su questo velo. Si narra che il de Sangro avesse inventato un modo per 'pietrificare' il tessuto, che però resta trasparente, insegnandolo al Sammartino. Nella Cappella ci sono altre statue di cui alcune straordinarie: la Pudicizia e il Disinganno di F. Quierolo e se nella prima, che pare raffiguri la madre del principe, si ripete la trasparenza di un altro velo, nel Disinganno composto da un uomo (l'ingannato) che si libera da una rete che lo ingabbia ed un fanciullo, (l'intelligenza), anche qui si resta stupefatti perché rete e uomo sono un unico blocco di marmo, ma la rete è distante dalla figura e ci si pone subito la domanda di come abbia fatto lo scultore. Anche per questa opera si dice che il bozzetto sia del de Sangro. E ancora una lapide di marmo rosa, di un rosa unico che probabilmente è stato creato ancora da Raimondo che la scolpì anche.
Infine nella Cappella sono custoditi due corpi in una teca, oggi, in un armadio un tempo. In realtà i due corpi non esistono più, di loro c'è lo scheletro e il sistema arterioso in blu e venoso in rosso, una volta anche quello di un feto, come metallizzati.
Anche qui la storia è misteriosa. Forse due servitori uccisi per l'esperimento? Di certo c'è che i due sistemi sanguigni sono esatti e completi e non si è ancora oggi potuto accertare come il de Sangro abbia potuto ottenere questo risultato. Molti studiosi li hanno esaminati senza giungere a nulla.
Di certo c'è che questa Cappella delle meraviglie è piena di misteri, segreti e domande senza risposte. Ed è anche bellissima.
                                 Maresa Sottile 

sabato 12 dicembre 2015

Ferdinando Mastriani, pittore napoletano quasi sconosciuto. Una difficile ricerca

Di Ferdinando Mastriani (1838/?), pittore napoletano dell''800, le notizie sono assai poche. Alcuni dicono sia fratello di Francesco, Mastriani, lo scrittore, ma la cosa è impossibile. Ferdinando il pittore è nato nell'838, Francesco nel 1819 e suo fratello Ferdinando nel '18 essendo il secondogenito e Francesco il terzogenito. Quindi non sono d'accordo con questa attribuzione. Credo che Ferdinando fosse il figlio di Raffaele (n.1797), funzionario borbonico dei dazi, scrittore e più importante corografo a livello europeo, cugino di Filippo padre di Francesco.


Nella famiglia Mastriani l'albero genealogico è molto complesso, si ripetono nomi e ci sono molti matrimoni fra consanguinei. Ad esempio lo scrittore Francesco sposò la figlia del cugino del padre, Raffaele, funzionario borbonico che scriveva. Filippo, padre di Francesco, ebbe sette figli di cui uno si chiamava Ferdinando nato nel 1818, un anno prima di Francesco e molti hanno detto che era lui il pittore. Altro non si sa, Raffaele ebbe un figlio nato nel 1838 con lo stesso nome, e sembra più logico che invece fosse lui il pittore in quanto nel 1850 risulta dall'Archivio storico dell'Accademia di Belle Arti che vi fosse iscritto. Sembra più logico che fosse lui a dodici anni ad iscriversi, avendo probabilmente dimostrato la sua attitudine (anche il padre disegnava molto bene) e non esistendo, come oggi, il Liceo Artistico ma solo l'Accademia. Il Ferdinando fratello dello scrittore nel '50 aveva 32 anni e non ci sembra possibile si iscrivesse all'Accademia. Inoltre il figlio di Pia Mastriani, figlia di Raffaele, possedeva molti quadri del pittore e diceva che erano opera del fratello della madre, Ferdinando. Gli eredi di Francesco invece hanno molte notizie e materiale sul loro avo, ma non posseggono alcuna opera di Ferdinando. La convinzione che Ferdinando Mastriani pittore fosse il cugino-cognato di Francesco appare sempre più giusta. Sono giunta a questa conclusione per le date e perché il figlio, ormai defunto, di Pia, sorella di Ferdinando, il pittore, fece quell'affermazione, indicando anche il ritratto della madre tra le opere in suo possesso. Francesco non aveva sorelle di nome Pia, ma Raffaele aveva una figlia Pia e un figlio Ferdinando. Quindi Ferdinando Mastriani pittore non è fratello ma cugino di 2° grado, (o nipote come si diceva a quei tempi, essendo Filippo e Raffaele - loro genitori- cugini) del famosissimo e amatissimo dai napoletani, ma sfortunatissimo, giornalista e scrittore assai prolifico, Francesco Mastriani.
  Sorte di famiglia perché consultando molti libri sulla pittura napoletana dell'epoca  Ferdinando non è mai citato, tranne che in Pittori a Napoli nell'Ottocento di Roberto Rinaldi Libri&Libri con poche righe. Nella Biblioteca B. Molajoli a Castel Sant'Elmo, che è dedicata proprio alla Storia dell'Arte, si trovano sole poche notizie su una Mostra della Promotrice del 1867 di Napoli con alcuni commenti del pittore Del Bono che era in giuria. Ferdinando ha partecipato a varie di queste Promotrici a Napoli, dal 1867 fino 1879 quasi tutti gli anni, ma anche a Torino, Firenze, Genova, Milano e si conoscono anche alcuni titoli di sue opere: Pia de' Tolomei ed il marito Nello che le toglie l'anello che ho potuto visionare è del suo primo periodo pittorico, ma già nel '72 i titoli delle sue opere cambiano: Una confidenza, Ortensia, Il mio modello... Si sa anche che era molto attivo a Napoli e provincia, una sua opera eseguita per la Congrega dei Frati che venera San Sossio, l'unica della quale si abbia notizia, trafugata nel 1990 da Frattamaggiore e non ci sono immagini fotografiche di quest'opera, della quale si sa solo grazie al libro dello studioso Franco Pezzella: 'Presenze pittoriche a Frattamaggiore tra la 2°metà dell'800 e il 1° cinquantennio del '900. Ferdinando Mastriani a 12 anni, nel 1850, fu iscritto ai corsi dell'Accademia di Belle Arti della città, quindi la sua professionalità è accertata. Come è accertato che ha iniziato la sua carriera artistica in modo accademico seguendo la tendenza artistica neoclassica del tempo. Stile che oggi non gode di grande stima da parte di storici e amanti dell'arte. Ma in quel tempo un giovane artista non poteva che seguire quello stile di pittura. Poi è avvenuta una svolta nel lavoro di Ferdinando. Come ciò sia avvenuto non ci è dato saperlo. E' andato a Parigi dove gli Impressionisti andavano imponendosi, o ha solo saputo della svolta che la Pittura stava prendendo? O maturando ha trovato istintivamente la propria strada, il proprio modo di esprimersi? Avendo visto una sua opera neoclassica ho potuto notare il cambiamento palese da una pittura enfatica ad una pittura intimista, vicina al suo tempo anche nella tecnica pittorica.
Ho anche avuto la fortuna di vedere una serie di sue opere in una collezione privata e ne sono rimasta colpita. Le ho trovate tra le più belle che abbia mai visto della pittura napoletana dell'epoca. Nella serie di quadri che ho visionato, una trentina, molti ritratti anche piccoli come miniature, per lo più di giovani donne, ma anche maschili, compreso uno di Garibaldi. Che poi non si sa se lo fece dal vivo data la presenza del Generale in città, o da una fotografia. Quadro che è anche inserito nello sfondo di un'altra tela con figura femminile. E donne, donne malinconiche, donne allegre e qualche scena, di quelle dette 'di genere', quasi sempre interni appena accennati e anche un paio di esterni non molto definiti: la sua attenzione è sempre rivolta alle persone. Tutto l'interesse è sui volti, sulle posture dei personaggi per studiare lo stato d'animo. Una pittura piuttosto intimista.
 Oli, ma anche tempere su tela. Dall'eroismo retorico delle pitture accademiche è passato allo studio, attraverso i volti e gli atteggiamenti, dell'intimo dei personaggi che ritrae, la pennellata è veloce, i particolari dettagliati svaniti, dominano i grigi, i bruni, ogni tanto i colori si addolciscono nei cilestrini e qua e là squilla un rosso o un bianco. Il Maestro Armando De Stefano che vide con me questi quadri, disse che certamente il Mastriani aveva visto gli Impressionisti. Non lo sappiamo e non capiamo perché della sua vita non ci siano notizie. Su Internet vi è un suo paesaggio montano, forse un viaggio, un soggiorno in qualche località montana, e anche un paesaggio di Ischia con una antica torre. Vi sono anche delle pitture nella chiesa di Santa Restituta a Lacco Ameno (Ischia) con storie della vita della Santa attribuite a lui. Ma la discrepanza fra queste immagini e quelle che conosco, mi ha lasciato molto perplessa. Qui i colori sono chiari, quasi elementarei, le composizioni e le figure non hanno nessun elemento che le accosti alle tele da me visionate. Una pittura ingenua, popolare, nelle forme, nei colori, nelle composizioni, quasi da ex-voto. Il mistero di questo pittore mi appare sempre più fitto. E viene da porsi una domanda. Ma queste opere di S. Restituta sono di Ferdinando Mastriani? Non è la stessa mano dei dipinti che conosco. Ma siamo sicuri che si tratti della stesso pittore? Il nome è lo stesso ed anche l'epoca, ma forse si tratta di persone diverse. In una famiglia talentuosa come quella Mastriani, dove oltre Francesco molti altri nel tempo hanno scritto e dipinto, anche se non raggiungendo la notorietà di Francesco, perché non potevano esserci due pittori? Magari quello di Ischia è il fratello di Francesco, Ferdinando. Su vari siti le tele di Santa Restituta sono attribuite a Ferdinando Mastriani, ma sui siti della chiesa, che è molto importante sull'isola, l'attribuzione dei dipinti è a Francesco Mastroianni, un modesto pittore, forse locale. Ed io credo che sia questa la giusta attribuzione e che Ferdinando Mastriani non abbia nulla a che fare con i dipinti della chiesa ischitana, per sua fortuna. Mastriani e Mastroianni sono due cognomi spesso confusi tra loro. Sullo scrittore sappiamo tanto della vita, dei suoi guai e delle sue delusioni, il figlio Filippo ha documentato tanti momenti della sua storia, ma non solo. Della storia di Ferdinando Mastriani pittore non sappiamo nulla e di quella artistica pochissimo. Non si sa se si sia sposato, cosa che credo improbabile e non ebbe figli. La sua memoria non fu curata da alcuno come avvenne per Francesco. Non aveva fratelli ma solo tre sorelle, quindi nessuno che si interessasse della memoria dell'artista come fece Filippo col padre Francesco. Non era compito femminile nella mentalità del tempo  fare certe cose. Sulla sua vita privata ho trovato solo un libro con scritti di vari personaggi, compreso Francesco Mastriani, che Ferdinando dedica ad Amina Boschetti ballerina classica del San Carlo che diverrà étoile all'Opera di Parigi e sulla quale scriverà anche Baudelaire. Un amore o un'avventura? Non ci sono date. Comunque la danzatrice aveva due anni più del Mastriani. Ciò che ho scritto è documentato da vari eredi Mastriani, che mi hanno fornito materiali e notizie, dal Fondo Mastriani creato dalla donazione che il figlio di Pia Mastriani fece alla Biblioteca Nazionale di Napoli o da personale conoscenza.
                                                                                 Maresa Sottile

                                              


 
 


sabato 7 novembre 2015

MILANO EXPO 2015 da una visitatrice innamorata dell'Arte

Sono andata a visitare l'EXPO e ne sono contenta. Un evento di rilievo al quale mi sarebbe dispiaciuto non partecipare. Ed è stato bello. Anche se ho delle critiche da fare, come in fondo penso sia per qualsiasi cosa ed è anche giusto. Però voglio cominciare dalle cose positive, belle, almeno a mio parere. Il tema dell'Expo è stato “nutrire il pianeta, energia per la vita”, quindi il cibo. Entrati si è accolti da un immenso e lungo viale, il Decumano, coperto da teloni sfalsati che creano dei piacevoli giochi di piani dritti o un po' curvi, ad altezze diverse che riparano i visitatori da sole e anche pioggia, ai lati i Padiglioni. I Padiglioni sono stati allestiti da gran parte dei Paesi del mondo, 127, dai più noti, a quelli poco conosciuti ed anche piuttosto piccoli. Ma ognuno ha detto la sua sui propri prodotti, coltivazioni, tradizioni. Ognuno dicendo la sua sul tema. E questo era scontato. La cosa più interessante secondo me, e credo secondo tutti, sono le strutture esterne dei padiglioni, alcune straordinarie per inventiva, altre eccentriche, qualcuna anche brutta o anonima. Dipende, penso, anche dai mezzi economici a disposizione. Ma qualcuno anche sulla struttura più semplice ha saputo trovare soluzioni interessanti e piacevoli, come l'Ecuador, che ha ricoperto un semplice parallelepipedo di frange di perline colorate di vetro che riproducono i disegni tipici dei tessuti del paese con un effetto piacevolissimo, lucente ed elegante. Il Padiglione, molto grande, che accoglie il visitatore appena entrato è il Padiglione Zero su cui spiccano le parole DIVINUS HALITUS TERRAE, che è il padiglione nel quale è coinvolto l'ONU. Davvero affascinante, in qualche momento stupefacente, col suo ingresso in una sala molto grande e molto alta in legno, nella quale è incluso l'enorme tronco di un albero - che buca il soffitto e la cui chioma svetta su uno dei tetti delle unità della grande struttura – con pareti con archi classici e cassetti chiusi e aperti che contengono metaforicamente il sapere e i prodotti. E poi una serie di passaggi in varie sale con ricostruzioni di habitat naturali, pareti con colorate composizioni astratte alla Mondrian di prodotti della natura, con immagini e scritte digitali sulle problematiche del cibo, delle multinazionali ecc. ecc., fino ad una sala con un enorme schermo semicircolare su cui vengono proiettate splendide immagini della natura e dei prodotti in cui ci si sente proiettati, come un campo di grano agitato dal vento da cui ci si trova avvolti. Davvero tutto molto bello. Bellissimo anche all'esterno: una serie di costruzioni collegate tra loro di forma conica dalle pareti arrotondate e ricoperte da una struttura lignea a fasce distanziate. Fanno un po' pensare ai trulli nella forma e nell'effetto. Anche il Padiglione della Francia è bello, divertente. E' una forma curvilinea con più aperture e una struttura di travi di legno intrecciate e curvilinee e all'interno negli interspazi tra le travi c'è di tutto, di più: dal grano agli strumenti per la campagna, dalle pentole alle stoviglie, ai prodotti alimentari, ai vini, a tutto ciò che ha a che fare col cibo e i prodotti francesi. Mi sarebbe piaciuto visitare la Mostra ideata da Sgarbi sulla pittura e il cibo, ma anche lì coda troppo lunga. Bello il padiglione della Gran Bretagna con pareti con pannelli mobili che si aprono e chiudono in consecutiva e che sono ricoperti di piante poste in verticale: pareti verdi in movimento. Il padiglione Italia è enorme, tra i più grandi e tutto bianco. Non l'ho visitato -5 ore di fila – però ci sono entrata ed è molto bello, imponente ed aereo ad un tempo. Mi ha fatto pensare alla hall con un soffitto altissimo di un grattacielo, forse più bello all'interno che all'esterno con la soluzione dei vari corpi dell'edificio che sembrano impacchettati da chilometri di spago bianco che ogni tanto si allargano lasciando spazi geometrici vuoti, magari traversati da un solo filo, almeno a me così è apparso. C'erano delle statue antiche e moderne sparse nei suoi spazi. Una delle opere d'arte contenuta nel Padiglione è il Trapezophros, splendido basamento di mensola del IV sec. a.C., trovato e subito trafugato negli anni '70 in Puglia ad Ascoli Satriano e restituito all'Italia nel 2007 dal Paul Getty Museum di Malibù. Il punto è che non si può parlare di ogni padiglione sia che lo si sia visto solo da fuori o anche visitato. Sono 15.000 mq di esposizione e ci vorrebbe un libro per parlare di tutto. Ci sono strutture bellissime, alcune molto originali, molto difficili da raccontare. Indubbiamente è stato affascinante vedere le soluzioni adottate dai vari paesi per raccontarsi e parlare di cibo nel tempo, nelle coltivazioni, nelle proprie particolarità di prodotti. Alcune sono strepitose per creatività o per originalità. Ecco il problema dell'EXPO. Ci sarebbe voluta una settimana, almeno, per visitarla tutto. Sia per la vastità degli spazi, il numero dei Padiglioni da visitare, per non parlare delle 'code' per visitarli. Una vera follia 5-6 ore di fila. Cosa c'è stato di sbagliato? Anche per andare a mangiare o in bagno, file allucinanti. Mi ha salvato il bagno del ristorante, però nello stesso non bastavano tavolini e sedie. E anche per mangiare file, ovunque si provasse. Sapevano che ci sarebbero stati milioni di visitatori, più di centomila al giorno. Ci voleva qualche soluzione per queste cose, più consapevolezza di quanto sarebbe successo con una simile moltitudine di persone. Quanto al famosissimo Albero, vi dirò che personalmente l'ho trovato assai brutto, nonostante la sua “chioma” riproduca il geniale disegno di Michelangelo per la pavimentazione di Piazza del Campidoglio a Roma. Carino lo spettacolo di musica che regola gli zampilli d'acqua e le luci. Brutti quei fiori (di carta, di plastica?) che fuoriescono e si schiudono tra le parti della struttura. Almeno per me. Non l'ho visto di notte. Ne ho visto le fotografie. Bellissimi effetti di luce e acqua ma quando questi finiscono tutto svanisce. Per l'Esposizione del 1889 a Parigi fu costruita la Torre Eiffel. Un po' più di 37 m. e sta ancora là, anzi è diventato simbolo della città e uno dei monumenti più visitati e famosi al mondo, anche se i francesi non lo amano è però una grande attrazione ancora oggi. L'Albero non credo. Però nonostante le critiche che si possono indubbiamente fare, vi ripeterò che sono stata assai contenta di averla visitata e mi è piaciuta. Le cose positive e belle davvero tante. Hanno fatto nel complesso un gran lavoro, tutti.
                                                                        Maresa Sottile

domenica 18 ottobre 2015

Sonia (Rosenthal) Gordon Brown, scultrice.

Sonia (Rosenthal) Gordon Brown nasce a Mosca nel 1890 da antica famiglia russa di origine polacca. Portata per le arti figurative, la famiglia non la osteggia e studia con Nicolas Andrieff, poi a Parigi, dove si trasferisce con la famiglia, con Antoine Bourdelle, del quale diventa allieva prediletta. Guardando le opere del Maestro la lettura delle opere della G.B. diviene più semplice. Il temperamento impetuoso (artisticamente) del Maestro è ben recepito dall'allieva. La G.B. preferisce la scultura, sia in pietra che in bronzo. E' raro che le donne si dedichino alla scultura, in passato addirittura inammissibile. Infatti resta quasi unico nel '500 il caso di Diana Scultori Ghisi (vedi artic. Preced. sulle donne artiste del tempo). La famiglia si sposta nuovamente e va in America nel 1914, dove Sonia sposerà appunto mister Gordon Brown, nome col quale è conosciuta nella sua attività artistica. Donna di temperamento, colta, aperta e volitiva, nonché talentuosa, Sonia suscita simpatie e rispetto in chi la conosce e conserverà queste doti per tutta la vita. Insegna alla New School for Social Research di N.Y. La sua prima personale è del 1924 alla Galleria Kingore di NY. Prese parte alla prima Biennale Exibition Sculptores Watercolors and Prints e fu membro e poi Presidente della New York Society of Women Artists nel 1927. Il suo lavoro viene esposto nel Whitney Museum of America Art. Espose ogni anno, fino al 1953, con la Società degli Artisti Indipendenti Americani dalla loro prima Mostra. Firmataria della Scultori Guild nel 1937 con Berta Margoulies, Aroon J. Goodelman, Ehain Grass, Minna Harkavy, Milton Horn, Concetta Scaravaglione, Warren Wheelock, William Zoroch, vi espose dalla prima Mostra allestita in un terreno abbandonato di Park Avenue il 12/4/38 che ebbe ben 40mila visitatori paganti. Un vero successo. Il successo ottenuto fece sì che le opere venissero esposte dal 21/10 al 27/11 1938 al Brooklyn Museum. Leggendo questi eventi si capisce come negli Stati Uniti la condizione della donna artista nei primi decenni del '900 sia migliorata, grazie - bisogna riconoscerlo - alle stesse donne che nel frattempo hanno lottato per il voto, per i salari e via dicendo, ed anche alle stesse artiste che non hanno mai mollato. La G.B. divise il suo tempo tra famiglia, insegnamento alla New School for Social Research, scultura - aveva aperto uno studio in Mac Dougal Alley - ed attività per promuovere l'arte oltre che se stessa. I pochi scritti che ho letto su di lei sono sempre molto positivi sia sulla sua persona che sul suo lavoro. Dalle opere che ho visionato fotograficamente della G.B., l'influenza del maestro Bourdelle pare evidente, anche se appaiono meno legate allo stile naturalistico. Bourdelle era stato assistente di Rodin. La G.B. ha un tocco più moderno, influenzato probabilmente dalle mostre sull'arte africana e primitiva che a fine '800 e primi '900 influenzò gli artisti del tempo. La sua scultura a mio avviso risente anche della sua conoscenza dell'arte italiana vista nei suoi viaggi. Alcune sue opere hanno la monumentalità compositiva dell'arte romanica e nel contempo sono più avanti, moderne. Era indubbiamente anche molto brava come ritrattista, le sue teste non so se somigliassero davvero ai modelli, ma mi sembrano impregnate di un eroismo romantico e spirituale che le distinguono dal resto delle sue opere. Le opere della G.B. sono in molti Musei, come il Whitney Museum, il Brooklin Museum, lo Smithsonian Archives af American Art, ma anche in Francia a Reims, in Belgio, in gallerie private in Francia. Sappiamo anche che eseguì un ritratto di Eleonora Duse. Lasciò il marito ed i figli, penso ormai adulti, e venne a vivere in Italia, a Firenze, dove la troviamo nel '52. Nel '45 era rimasta paralizzata nel lato destro, ma non si era scoraggiata e tanto esercitò la mano destra che riuscì ad usarla nuovamente continuando così a lavorare e ad esporre. Era anche rimasta impedita nella parola, ma aveva un carattere indomito e non ci fu nulla, pare, che fermasse la sua attività artistica. Morì intorno agli anni '60. Ma nonostante tanto lavoro, partecipazione attiva alla vita culturale di NY, e probabilmente anche di Firenze, dove partecipò a varie Mostre, il suo nome e la sua opera sono ancora oggi poco noti. E' la solita storia, come tutte le sue colleghe anche se raggiunta in vita la notorietà e l'apprezzamento, morta venne dimenticata.
                                                                          Maresa Sottile

sabato 10 ottobre 2015

Mary Cassatt, la prima Impressionista statunitense

Anche Mary Cassatt (1844-1926) era una ragazza di buona famiglia. Come la protagonista del mio romanzo “Malefizio d'amore”, la calligrafa Esther Inglis, realmente esistita, la C. veniva da una famiglia ugonotta francese fuggita nel '600 in America per sfuggire alle persecuzioni. La famiglia l'aveva fatta viaggiare perché convinta che vedere il mondo fosse importante per una buona formazione culturale. Aveva visitato l'Europa, imparato francese e tedesco, preso lezioni di musica e disegno come si conveniva ad una giovane ricca della buona società. Però quando lei disse che voleva fare della pittura la sua professione fu meno aperta, non l'approvò né appoggiò, ma neanche l'avversò. E lei seguì la sua strada. Studiò sotto maestri noti, in America frequentò l'Accademia di Belle Arti di Philadelfia ma non le piacque il tipo di insegnamento. Espose delle opere ma non riuscì a venderle, rimanendo senza il denaro per poter acquistare i materiali per continuare a lavorare. Rimase inoperosa e depressa per qualche tempo, poi l'arcivescovo di Pittsburg le commissiona la copia di due opere del Correggio e le finanzia il viaggio in Italia. Tornata in Europa, esaurito il suo compito, si trasferisce a Parigi dopo dei viaggi per l'Europa. A Parigi, centro nevralgico dell'Arte nell'800, non potendo frequentare, essendo donna, l'Accademia, fu allieva di J. L. Gerome e conobbe Degas, incontrando così e frequentando gli Impressionisti ed esponendo nelle loro Mostre. Fu allieva anche di T. Couture e di C. Chaplin. Ma è Degas che le insegna il pastello e la introduce anche nella tecnica dell'acquaforte e della stampa, nella quale diventerà molto brava eseguendo opere molto belle. Diventa nota, tanto che americani collezionisti d'arte si rivolgono a lei per consiglio, così opere Impressioniste, traversano l'Atlantico per arricchire le loro collezioni. La Cassatt non si sposò, rimase molto legata alla famiglia e quando ritornò in Francia la madre ed una sorella la raggiunsero. Per quanto presa dalla sua passione artistica, la famiglia e gli amici furono per lei importanti, direi fondamentali. Anche in Francia ebbe difficoltà con le idee ufficiali dell'ambiente accademico che criticò con tagliente ironia. Dopo aver esposto nel '66 un suo lavoro al Salon, fu per anni rifiutata dal Salon e quando finalmente fu accettata nuovamente ma non espose per solidarietà a Degas che non lo era stato. Non potendo frequentare i Cafè, centri d'incontro di artisti e intellettuali, la C. frequenta in privato i colleghi e resta in contatto con alcuni di loro anche quando il gruppo degli Impressionisti si scioglierà. Alla prima Mostra degli Impressionisti a New York c'è anche lei con una sua opera. Continua ad esporre in questa città. Negli anni '80 è ormai discretamente affermata, vende e guadagna col suo lavoro. Nel 1904 le viene assegnata la Legion d'Onore. Un viaggio in Egitto nel 1910, la sconvolge quasi e reputa questa arte la più grande dell'antichità, ma al rientro è spossata dalle fatiche del viaggio. Si ammala comincia a perdere la vista e passerà gli ultimi dieci anni e più amareggiata da questa condizione che le impediva di lavorare, lei che tanto aveva lottato contro tutto e tutti per la sua vocazione artistica. La Cassatt è conosciuta come una pittrice Impressionista, ma in realtà non lo è poi tanto. Gli impressionisti dipingono en plein air la vita, i paesaggi, il movimento, la loro pennellata è rapida e a tocchi brevi per non perdere il 'momento' della luce, del movimento. Mary fa una pittura legata al mondo femminile, spesso alla maternità, abbastanza. Forse anche frutto delle Madonne studiate nell'arte italiana rinascimentale. Interni con mamme e bambine, molto raramente maschietti, bimbe, donne, nella loro vita quotidiana, quasi sempre in interni e statiche. La escludono dalla vita ufficiale dell'arte al maschile, lei esclude gli uomini dal suo mondo in una specie di rivalsa, o di disinteresse. Le sue composizioni pittoriche sono compatte, spesso usa i pastelli, colori luminosi e vivaci. Certo segue la nuova tecnica pittorica che si fa strada nel mondo dell'arte, ma nel contempo crea un mondo suo nel quale la donna è protagonista assoluta. E' la donna del tempo, relegata in un ruolo secondario, un mondo casalingo, salvata dall'amore materno. Non è la donna inquieta della Morissot. Ha trovato, secondo me, un equilibrio suo malgrado.