Maria
Sibylla Meryan (1647-1717)
Nasce a Francoforte sul Meno e muore ad Amsterdam. E' stata un caso
molto particolare ed
affascinante
nel panorama delle arti figurative, perché fu nel contempo
naturalista e pittrice. Figlia di un incisore famoso,
Matthaeus
Meryan il Vecchio, alla sua morte ebbe
un patrigno anche
lui pittore,
e
un marito pittore, la figlia Johanna Helena sposò
a sua volta con un pittore, infine la seconda figlia Dorothea Henrica
fu
sua
principale collaboratrice. Interessata sin da bambina agli insetti e
alla loro evoluzione, cominciò a disegnare ciò che studiava,
creando splendidi disegni di piante e insetti con i quali illustrò i
libri di scienze naturali che scrisse usando
penna,
acquerelli e puntasecca.
Vivendo
in un ambiente artistico così intenso acquisì le tecniche del
disegno, della pittura, dell'incisione. Afflitta
da problemi economici aprì una scuola di ricamo per signore.
Pubblicò da sé alcuni dei suoi libri. I rapporti col marito non
erano buoni e lei con le figlie si trasferì in una comunità
labadista, una
setta religiosa calvinista.
Il marito non condivise quella scelta e chiese il divorzio ponendo
fine ad un matrimonio mal riuscito.
Donna indipendente, quando
la comunità chiuse tornò ad Ammsterdam dove lei e le figlie
guadagnarono disegnando fiori e insetti. Inoltre
è a contatto con tutto il mondo scientifico come autrice di libri
scientifici ed ha accesso a collezioni di fiori e insetti.
Nel
1701 affrontò
con la figlia Dorothea un viaggio molto avventuroso per i tempi andando per due anni
nell'America del Sud
nel Suriname, all'epoca colonia olandese, viaggiando nel paese, per
studiarne gli insetti, la
loro evoluzione ed
il loro habitat, ma anche le piante ed i loro effetti medicamentosi,
usate dagli indigeni. Nessuno finanziò il suo viaggio, fosse stato
un uomo sarebbe stato diverso, penso. I suoi studi furono molto
importanti, nel
suo tempo gli
insetti erano definiti 'le bestie del Diavolo' e la Meryan aprì la
scienza verso questi studi. Le illustrazioni che mise nei suoi libri
sono ritenute dei capolavori pur nella loro precisione scientifica.
Raggiunse
la fama ma non la tranquillità economica. Il
suo volto è stato messo sulle banconote da 500 marchi e su un
francobollo, ed il suo nome dato ad una nave per ricerche nel mar
Baltico.
Maresa SottileVisualizzazioni totali
martedì 13 settembre 2016
domenica 21 agosto 2016
La Grotta di Seiano e la villa di Pollione nella meraviglia di Posillipo
Posillipo sale dal mare nella zona ovest della città. Sin da epoca romana fu molto apprezzata per la sua bellezza. Ancora oggi la zona è molto bella con un panorama splendido di tutto il Golfo fino a Capri, l'isolotto di Nisida, Procida ed Ischia, ma certo doveva essere paradisiaco nell'epoca in cui i maggiorenti romani vi costruirono le loro ville a picco sul mare. Quelle ville non ci sono più per molte ragioni: la costa è stata in parte sommersa dal mare, nel tempo c'è stata molta incuria e infine molte nuove costruzioni sono sorte sulla costa. Insomma oggi lo stato della costa è molto diverso e probabilmente meno bello di come era in epoca romana, ciononostante è un luogo bellissimo.
La strada che la percorre fu fatta costruire da Gioacchino Murat e finita da Ferdinando II, tra il 1812 e il 1840 espropriando e demolendo ciò che trovava sul suo percorso. Va da Mergellina fino a Capo Posillipo da cui si scende verso Coroglio e lungo questo tratto di strada si trova l'ingresso della Grotta di Seiano che è un traforo di epoca romana realizzato per rendere più comodo l'ingresso alla villa Pausylipon di Publio Vedio Pollione ed ad altre, agevolando la vicinanza con i porti di Pozzuoli e Cuma e che prende il nome dal prefetto romano dell'imperatore Tiberio, Lucio Elio Seiano che la fece allargare nel I sec. d.c..
La Grotta è lunga quasi 800 m., è piuttosto alta, ma altezza e larghezza variano durante il percorso che è anche fornito di aperture per dare aria e luce, da cui si vede il mare. Devo dire che la trovo spettacolare per la sua altezza e la sua fattura. Il lungo percorso è premiato da quello che si trova uscendo sul complesso architettonico che si trova, dalla bellezza del luogo sul mare e dal panorama spettacolare.
Publio Vedio Pollione era un liberto che era riuscito a fare una gran carriera e ad accumulare una immensa ricchezza. Decise di finire la vita a Napoli e si fece costruire nel I sec a.C. una 'villa' a Posillipo tra la Gaiola e Trentaremi, due cale della costa, fino a Marechiaro, altro sito famoso di Posillipo. Quello che resta di un complesso di costruzioni molto fastose è poco purtroppo. Ci sono due anfiteatri, uno più grande (2000 posti) con la postazione per l'imperatore Augusto, del quale Pollione era un fedelissimo tanto che alla morte gli lasciò il sito, anche se negli ultimi tempi l'imperatore lo aveva un po' allontanato perché davvero personaggio particolare e piuttosto crudele. Infatti si narra che Augusto si fosse infuriato con lui perché durante un suo soggiorno alla villa uno schiavo ruppe un vaso prezioso e Pollione per punirlo voleva fosse gettato in pasto alle murene che allevava nell'enorme vasca di fronte all'anfiteatro, cosa che Augusto non permise, anzi pare che facesse distruggere tutti i preziosi vasi di vetro che Pollione possedeva.
I resti della villa sono in parte sott'acqua, in parte distrutti, ma resta ancora parte dell'enorme edificio posto su un'area molto vasta che raggiunge Marechiaro nelle cui vicinanze ci sono i resti del Palazzo degli Spiriti che faceva parte del Ninfeo della villa. Ci sono escursioni che permettono di ammirare i resti sotto il livello del mare, come ad esempio uno splendido pavimento. Nel sito fu rinvenuta la bellissima scultura di una Nereide ora al Museo Nazionale. Di fronte alla baia del sito vi sono due isolotti collegati da un ponticello con una villa, decisamente più recente e molto romantica che è stata di proprietà di grandi personaggi italiani e stranieri, oggi anch'essa malridotta.
Sempre in questa zona pare ci fosse anche 'la Scuola di Virgilio', il poeta mago che visse molto a Napoli, proprio nella zona di Posillipo, e volle esservi sepolto. Virgilio che in questa villa si dice abbia letto i suoi versi dell'Eneide Pare inoltre che il nome del sito Gaiola, più precisamente Cajola, venga proprio dal latino Caveola, cioè cava che Lucullo aveva fatto scavare per ripararsi dalle tempeste, questo almeno a quanto scrive il Celano nel '600 sull'etimologia del nome. Certo è che Posillipo fu molto amata dai romani e poi da chiunque vi approdasse in ogni tempo. Ancora oggi, oltre ai purtroppo trascurati e scomparsi resti romani, vi sono ville splendide a picco sul mare avvolti da magnifici parchi, come villa Rosbery, residenza in città del Presidente della Repubblica, dopo esserla stata dei Savoia.
Maresa Sottile
domenica 7 agosto 2016
La Reggia di Capodimonte ed il suo Museo Nazionale
Bisogna
proprio dirlo: i Musei di Napoli oltre le opere che contengono, sono
di per sé opere d'arte e luoghi di grande bellezza: San Martino,
antico convento con una ricca collezione d'arte e una delle più
belle e preziose chiese colma di opere artistiche (ved. Art.del
9/4/13) ed un panorama magnifico della città su cui si affacciano le
finestre ed il giardino; La Floridiana, la bella villa neoclassica
col museo della ceramica Duca di Martina col suo parco affacciato sul
golfo (ved. Art.11/5/12), Il Museo Novecento sulla sommità di
Castel Sant'Elmo da cui si gode un panorama della città e dintorni a
trecentosessanta gradi (ved. Art.24/2/16). Ed anche il maggior Museo,
quello nella Reggia di Capodimonte, oltre a contenere grandi
capolavori artistici, posto in zona collinare, circondato da un
bellissimo parco e affacciato su un panorama splendido della città,
è esso stesso un'opera d'arte. Voluta da re Carlo di Borbone, prima
solo come Casino di Caccia, fu poi destinata a sede reale. I lavori
iniziarono ne 1738 in un luogo allora irraggiungibile per mancanza
di strade e terreno accidentato. Infatti fu estremamente complicato
portare i blocchi di piperno da Pianura per costruirla. Inoltre la
collina non aveva impianto idrico.
La
storia della reggia, nata per contenere la vasta Collezione Farnese
ereditata dalla madre, Elisabetta Farnese, è lunga e complessa. Il
grande disagio per raggiungere il sito ha avuto la sua parte,
l'enormità del progetto anche, senza parlare del modesto interesse
del successore di Carlo tornato in patria. Nonostante ciò grandi e
famosi architetti hanno collaborato al progetto: Giovanni A. Medrano,
Antonio Canevari, Ferdinando Fuga, Ferdinando Sanfelice occupato a
sistemare il parco. Il famoso parco conteneva di tutto e di più
oltre a viali immersi in splendida vegetazione: la fabbrica di
ceramiche (che Carlo alla sua partenza smantellò portando con sé
macchinari e personale), una fabbrica di tappeti, una stamperia, una
fabbrica di armi, una chiesa. Inoltre nel territorio preso per
realizzare il parco preesistevano delle fattorie.
Nella
Reggia nel 1755 viene aperta anche la Reale Accademia di Nudo diretta
dal famoso pittore G. Bonito e nel 1758 vengono portate le prime
opere destinate alla collezione. E oltre alla Collezione Farnese,
l'organizzatore del Museo, G. M. della Torre, fece acquistare la
Collezione di Giovanni Carafa che era la migliore delle collezioni
private che si potesse trovare, e fu anche eseguito il restauro delle
opere che ne avevano bisogno.
L'edificio
è a pianta rettangolare e include all'interno tre cortili identici,
la struttura è sottolineata dalla pietra grigia (piperno) aggettante
a contrasto delle mura rosso pompeiano, tutto il piano nobile è
balconato. Al primo piano c'è l'appartamento reale, visitabile e
pieno di mobili, quadri soprammobili di gran pregio.
Ma
Ferdinando I succeduto a Carlo III, non amò Capodimonte.
Alla
fine del decennio francese la reggia, residenza di Giuseppe Bonaparte
e poi di Gioacchino Murat, fu saccheggiata. Infatti nel 1799 i
francesi lasciarono la città, ma il generale Championnet depredò il
Museo, nonostante la strenua difesa di un popolano: Pagliuchella.
Fortunatamente le opere furono recuperate dopo poco a Roma e
riportate a Napoli. Anche i nazisti depredarono il Museo. Durante la
2°guerra mondiale le opere erano state nascoste nell'Abbazia di Cava
dei Tirreni e poi di Montecassino, ma i tedeschi egualmente
riuscirono a trafugarne parte, che, ritrovate nascoste in Germania
alla fine della guerra, furono restituite all'Italia. Nel 1861 la
Reggia divenne di proprietà dei Savoia, ma divenne poi residenza
degli Aosta. Infine nel '920 passò al Demanio e nel '50 si passò al
progetto a cura di Bruno Molajoli, allora Sovrintendente.
Quando
Il Museo fu ufficialmente inaugurato era, per tecnologia (trattamento
dell'illuminazione e apparecchiature deumidificanti ed anche per la
sistemazione delle opere), il più all'avanguardia d'Europa. Il
Museo contiene opere che vanno dal romanico fino alla nuova sezione
che include opere di grandi del '900: Masaccio, Bruegel il Vecchio,
Raffaello, Tiziano, El Greco, Parmigianino, Gemito...Warhol,
Paladino… Così qualche nome tra i più noti a tutti.
E
poi ci sono la sala degli arazzi del XVIII sec., il Boudoir delle
porcellane della regina Amalia portato dalla Reggia di Portici, il pavimento della villa di Tiberio a Capri, anche questo trasferito dalla Reggia di Portici… E
dalle splendide sale in cui si ammirano queste opere straordinarie,
si può guardare il panorama della città dall'alto del lato
nord-est. Arte, natura e carattere di una città speciale in un mix
davvero unico, tutto in un edificio dalle sale barocche ma
dall'esterno neoclassico.
Fare
una visita al Museo di Capodimonte non è solo andare a vedere delle
opere artistiche, ma si visita la storia di una città che per secoli
è stata una capitale di un regno molto importante e agognato da
molti re europei. Questo vasto edificio rosso nel verde, costruito in
modo che una delle sue facciate lunghe, goda di un panorama
splendido, contenga opere d'arte, e sia anch'esso un monumento
artistico scenografico avvolto dal suo parco chiamato in città
Bosco.
Nel mese di luglio, all'ombra delle sue mura nel Parco si tengono splendidi concerti di musica classica.
Maresa Sottile
.
mercoledì 27 aprile 2016
Il Campanile della Pietrasanta e cenni sulla Chiesa di Santa Maria della Pietrasanta
Rara testimonianza a Napoli di costruzione risalente all'XI sec. il Campanile della Pietrasanta si erge nel Centro Storico della città nello spiazzo davanti alla omonima chiesa, che però non è più quella originale.
Percorrendo via dei Tribunali venendo da Portalba, dopo Piazza Miraglia, sulla sinistra vi è un'altra piccola piazzetta con la chiesa di Santa Maria Maggiore, affiancata dalla Cappella del Pontano, e così chiamata per distinguerla da altre due della città con la stessa denominazione. La strada è ricca di costruzioni notevoli, interessanti e di pregio
La costruzione della Chiesa risalirebbe al VI sec. per volontà del Vescovo della città: Pomponio. Pare sia stata eretta su un tempio romano della dea Diana, che si narra fosse eretto a sua volta su uno precedente greco della dea nera Iside. Papa Giovanni II, che la consacrò, la elesse diaconia e fu la più importante delle sette chiese della città del tempo. Ebbe nel IX sec. come diacono un santo: San Atanasio, per cui divenne meta di pellegrinaggio. Fu elevata a basilica nel e in questo frangente prese il nome di S. Maria Maggiore.
Passata ad un ordine monastico, fondato da un nobile napoletano, venne ricostruita sui resti della chiesa paleocristiana tra il '653 e il '678 da Cosimo Fanzago, il più importante architetto e scultore napoletano e tra i massimi del '600 italiano.
Nell'800 dismesso l'ordine monastico fu sede della Compagnia Napoletana dei Pompieri. La chiesa, bombardata durante la II° Guerra Mondiale, è stata restaurata negli anni '70/'80.
La chiesa ha anche il nome di S. Maria della Pietrasanta perché pare vi fosse una Pietra che dava l'Indulgenza a chi la baciava, pietra che però non è stata ritrovata. Invece sono stati ritrovati i resti dell'antico edificio sotto di essa, che fanno ora parte della Napoli Sotterranea, meta di turisti.
Sulla chiesa vi è ancora da dire, ma voglio parlare del suo interessantissimo campanile
Il Campanile, discosto dalla attuale chiesa, è sul limitare tra la via e la piazzetta, e come dicevo, risale all'XI sec. ed è l'unico edificio di epoca romanica della città. Epoca nella quale Napoli è avvolta in una nebbia storica per quanto riguarda le fonti dei monumenti del tempo. Ne viene che questa costruzione dell'XI sec. È davvero un pezzo unico e raro da ammirare e conservare con cura.
Non tutta la costruzione del campanile è puramente romanica in quanto appare alquanto originale la disposizione delle colonne intorno alla costruzione in laterizi. In origine le colonne dovevano essere quattro e collocate agli spigoli della costruzione quadrangolare. Da un punto di vista statico il campanile è elegante sia per lo slancio delle colonne sia per la loro posizione, perché appunto tagliando gli spigoli della costruzione tolgono all'edificio la rigidità dell'esatta quadratura.
La base del campanile ha ancora un fregio floreale di pietra bianca su un lato, che forse correva lungo tutti i lati, ma del quale resta solo la parte sul lato che dà su via dei Tribunali, ma potrebbe anche trattarsi solo di un inserto di spoglio come le varie sculture inserite a decorare la torre campanaria. Ricordiamoci che nel sito vi erano templi pagani e che i materiali 'di risulta' (presi da edifici precedenti) venivano molto utilizzati nel periodo sia paleocristiano sia romanico. Il campanile è a tre piani con finestre arcuate. però al primo piano tamponate ed al terzo sostituite da una grande bifora anch'essa creata da una colonnina bianca.
La copertura del campanile è costituita da uno slanciato tronco di piramide con delle strette finestre con arco a tutto sesto, la sua forma non è geometricamente squadrata ma ammorbidita nelle sue linee da curve leggere. Questa particolare soluzione ricorda le coperture 'a dorso d'asino' che caratterizzano le costruzioni del tempo nel sud e di vaga memoria araba a riprova delle commistioni di stili che nel tempo hanno caratterizzato il romanico.
La facciata nella parte bassa della torre è aperta e sormontata da un grande arcone in laterizi che evidentemente costituiva l'ingresso al campanile e che consentiva il passaggio dei pedoni.
I materiali usati, laterizi rossi e pietra bianca, danno al Campanile un tocco vivace che fa risaltare la sua presenza nell'antica strada in cui dominano il grigio e il bianco dei materiali di costruzione.
Maresa Sottile
mercoledì 24 febbraio 2016
Castel Sant'Elmo
Uno
dei quattro
Castelli
di
Napoli
Il Maschio Angioino è nel centro della città, vicino al mare. Ha una mole possente, un bellissimo portale firmato dal Laurana un museo cittadino, locali usati per esposizioni ed eventi, uffici, e la famosa Sala dei Baroni, sede del Consiglio Comunale, con spettacoli estivi nel suo grande cortile. Il Castel dell'Ovo, nato come convento su una lussuosa villa di Lucullo e diventato poi baluardo difensivo, è in mezzo al mare e dai suoi spalti si gode un panorama spettacolare del golfo. Vi si fanno mostre d'arte in vari locali. Castel Capuano, nel XVI sec. trasformato nel Tribunale detto della Vicaria, è nel cuore della Città e per secoli è stato tribunale cittadino, ora sede della Pretura, ha una gloriosa biblioteca in splendide sale.
Infine Castel Sant'Elmo, sulla collina del Vomero, ha il privilegio di dominare la città ed il territorio circostante a trecentosessanta gradi sorgendo sul punto più alto del Vomero. Il Vomero è, con Posillipo, un quartiere posto nella parte alta dell'anfiteatro del golfo di Napoli.
Fu infatti scelto questo sito per poter avere una visione totale del territorio, sia dal mare che da terra. Il Castello aveva infatti funzione di sorveglianza e difensiva. Non è infatti un castello dove abitare anche se aveva un castellano che lo governava.
Accanto vi sorge il complesso del Convento di San Martino, con la chiesa più rappresentativa del Barocco Napoletano (v. art. blog) con un giardino dal panorama splendido e un bellissimo Museo.
Il Castello sorge dove pare ci fosse già dal XII sec. una torre d'avvistamento detta Belforte. Fu costruito per volere di Roberto d'Angiò all'inizio del '300 ed uno dei suoi primi architetti fu Tino da Camaino, grande architetto e scultore che per molto tempo lavorò a Napoli. Il Castello fu costruito in una quindicina d'anni e finito sotto la regina Giovanna I. Il nome del Castello è un mistero perché Sant'Elmo non esiste, infatti inizialmente era detto di Sant'Erasmo, comunque nonostante varie ipotesi non si sa con certezza da cosa venga il nome.
Il Castello è stato edificato su uno spuntone di roccia, infatti le sue mura sembra che 'nascano' dalla trasformazione della roccia stessa su cui si poggia. La sua forma a stella, realizzata nel rifacimento del '500 per volere del Vicerè aragonese Pedro de Toledo dall'architetto spagnolo Scrivà, fu molto criticata. Si dimostrò invece pratica e funzionale.
Rampe, sale immense, una struttura complessa e affascinante in tufo e piperno, porta fin sugli spalti del castello, una volta sede della polveriera che nel 1587 saltò in aria per un fulmine causando gravi danni e 150 morti.
La storia del castello è complessa: da luogo di gite di re Alfonso e la sua coorte per la bellezza del luogo e del panorama, a bastione assediato, a luogo di congiure, a prigione politica: vi furono rinchiusi infatti i componenti della fallita Repubblica del '99: tra i più bei nomi dell'aristocrazia e della intelligentia della città.
Ma su tutto, storia, architettura, e quant'altro, quando si sale fin sul 'tetto' e si guarda il panorama della città tutta e del suo golfo, del golfo di Pozzuoli, dell'entroterra, si resta senza fiato e non ci sono parole per descrivere la sensazione di stare così in alto da non avere confini in quello che si vede se non nel cielo e nel mare.
Dal 1993 in un edificio su questi spalti c'è la Biblioteca Bruno Molajoli di Storia dell'Arte. Vi è inoltre una chiesetta che non si può visitare ed il Museo Napoli Novecento, molto interessante, con opere dal 1910 al 1980 di artisti napoletani contemporanei.
Il castello, il luogo in cui sorge, il Museo, gli antichi spalti e la vista che vi si gode fanno di Castel Sant'Elmo uno dei più suggestivi e bei siti della città.
Maresa Sottile
mercoledì 6 gennaio 2016
A Napoli la Cappella Sansevero e il Cristo Velato, per volere e opera di Raimondo de Sangro principe di Sansevero
Nel cuore della Napoli antica,
il centro storico, partendo da piazza San Domenico si imbocca la
salita San Domenico Maggiore e nella traversa a destra si trova uno
dei luoghi più straordinari della città: la Cappella Sansevero, un
gioiello del '700 napoletano e luogo di leggende.
Da fuori la Cappella non fa
neppure lontanamente immaginare i tesori particolari che si
troveranno entrandovi. Una volta era collegata con un piccolo ponte
al palazzo che aveva di fronte del quale era la Cappella: Palazzo
Sansevero di Sangro eretto nel XVI sec. dal Principe di Sansevero don
Paolo de Sangro. La famiglia Sansevero è un'antica famiglia
nobiliare napoletana con una lunga storia e legata anche al Museo
Duca di Martina
nella Villa Floridiana. La
cappella, divenuta
chiesa nel 1608 per accogliervi le spoglie dei de Sangro,
fu
chiamata Santa Maria della Pietà per
la
Madonna posta sull'altare che era parte di un affresco prima nel
giardino del palazzo, o La Pietatella, per la leggenda legata
ad essa: un ladro sorpreso
e arrestato,
pentito chiese la grazia a
quella immagine
della
Madonna
di salvarlo
e siccome fu realmente scarcerato dopo poco, caso assai raro, a
quell'immagine, e quindi alla chiesetta in cui era stata trasferita,
venne dato quel nome.
La
Cappella fu costruita da Francesco de Sangro nel 1590, per essere
stato guarito dopo aver pregato la stessa immagine della Madonna che
fece così trasferire nella Cappella, ma fu don Raimondo de Sangro,
personaggio affascinante e particolare, nel 1750 a renderla quella
che oggi ammiriamo. .
La
figura di Raimondo di Sangro è avvolta da mistero e leggende. Certo
è che era un uomo con molti interessi piuttosto particolari. Si
occupava di alchimia, ideò una carrozza 'galleggiante' della quale
resta un bellissimo disegno che la vede nel mare, e si dice che ci
andasse 'a spasso' nelle acque del golfo. Il popolino non lo amava,
lo temeva e diceva che nei sotterranei del suo palazzo facesse
esperimenti pericolosi e 'diabolici' uccidendo persone e bambini
rapiti, e lo chiamava Principe Diavolo. Ai suoi tempi interessarsi di
certe cose era abbastanza pericoloso, la scienza confusa con
l'occulto. Di certo era una persona con molte curiosità e una
genialità non comune, personaggio unico ed eccezionale, massone,
astronomo, inventore, si interessò di palingenesi, il suo campo di
interessi era illimitato. Su di lui e le sue scoperte o invenzioni
ancora c'è poca chiarezza e certezza. Famoso già ai suoi tempi,
creò a Napoli uno dei monumenti più belli, ricchi e pieni di
mistero della città, ma anche del paese per non dire del mondo.
La
Cappella, costruita da un antenato, era accanto al palazzo collegata
ad esso con un arco, che Raimondo arricchì con un orologio racchiuso
in una edicola, arco successivamente abbattuto perché poco stabile
anche per il peso aggiuntivo dell'orologio.
Se
esternamente la costruzione è quasi anonima, appena se
ne varca l'ingresso
si è colpiti dal fasto interno. Non vi è un centimetro quadrato che
non sia ricoperto di decorazioni marmoree e pitture per non parlare
delle statue che ne arricchiscono gli spazi. Certamente un luogo ben
rappresentativo del Barocco Napoletano. Il de Sangro chiamò a
lavorarvi tra i migliori artisti ed artigiani che operavano in città.
Ma il regista dell'opera fu lui. Si dice che la Cappella sia
organizzata seguendo schemi massonici, alchemici, esoterici. Un
discorso dettagliato sarebbe troppo lungo e complesso e si
allontanerebbe dal discorso dell'arte che è indubbiamente il più
importante. La
Cappella accoglie il visitatore sfoggiando tutto il suo splendore di
marmi policromi, pitture e statue in un'unica navata con
quattro finte
Cappelle
laterali poco profonde, alle quali si accede da quattro grandi
arcate, e sormontate da ampie
finestre quadrate. Dietro l'altare un abside semicupolato, il
soffitto è voltato. La
volta è affrescata con una fastosa e complessa Gloria del Paradiso
da Nicola Maria Russo, che inserisce nell'affresco scenografici
effetti architettonici. Le Cappelle laterali contengono i complessi
sarcofagi della famiglia, e tra cappella e cappella sono poste
grandi statue, il pavimento e di marmi policromi, anch'esso, pare,
eseguito su disegno del de Sangro. Molte delle opere, anche di
artisti noti come quella del Celebrano di Cecco de Sangro, pare siano
state eseguite su disegno del de Sangro.
Al
centro della Cappella vi è l'oggetto più famoso, prezioso e
stupefacente: Il Cristo Velato
di Giuseppe Sammartino. Si tratta di una statua che rappresenta il
Cristo morto disteso e coperto da un sudario velato. G. Sammartino è
tra i maggiori scultori del '700 italiano, ma anche
qui pare
che il de Sangro lo istruisse e guidasse nell'esecuzione dell'opera
da lui voluta. La cosa stupefacente è quel velo da cui il nome.
Infatti ha
un effetto di trasparenza che sbalordisce.
Si vedono le vene, i muscoli come se davvero un velo coprisse il
corpo dolente di Cristo morto.
E
naturalmente ci sono leggende su questo velo. Si narra
che il de Sangro avesse inventato un modo per 'pietrificare' il
tessuto, che però resta trasparente, insegnandolo al Sammartino.
Nella Cappella ci sono altre statue di cui alcune straordinarie: la
Pudicizia e il Disinganno di
F. Quierolo
e
se nella prima, che pare raffiguri la madre del principe, si ripete
la trasparenza di un altro velo, nel Disinganno composto
da un uomo (l'ingannato)
che si libera da una
rete che lo
ingabbia
ed
un fanciullo, (l'intelligenza),
anche qui si resta stupefatti perché rete e uomo
sono un unico blocco di marmo, ma la rete è distante dalla
figura
e ci si pone subito la domanda di come abbia fatto lo scultore. Anche
per questa opera si dice che il bozzetto sia del de Sangro. E
ancora una lapide di marmo rosa, di un rosa unico che probabilmente è
stato creato ancora da Raimondo che la scolpì anche.
Infine
nella Cappella sono custoditi due corpi in una teca, oggi, in un
armadio un tempo. In realtà i due corpi non esistono più, di loro
c'è lo scheletro e il sistema arterioso in blu e venoso in rosso,
una volta anche quello di un feto, come metallizzati.
Anche
qui la storia è misteriosa. Forse due servitori uccisi per
l'esperimento? Di certo c'è che i due sistemi sanguigni sono esatti
e completi e non si è ancora oggi potuto accertare come il de Sangro
abbia potuto ottenere questo risultato. Molti studiosi li hanno
esaminati senza giungere a nulla.
Di
certo c'è che questa Cappella delle meraviglie è piena di misteri,
segreti e domande senza risposte. Ed
è anche bellissima.
Maresa Sottile
Maresa Sottile
sabato 12 dicembre 2015
Ferdinando Mastriani, pittore napoletano quasi sconosciuto. Una difficile ricerca
Di Ferdinando Mastriani (1838/?), pittore napoletano dell''800, le notizie sono assai poche. Alcuni dicono sia fratello di Francesco, Mastriani, lo scrittore, ma la cosa è impossibile. Ferdinando il pittore è nato nell'838, Francesco nel 1819 e suo fratello Ferdinando nel '18 essendo il secondogenito e Francesco il terzogenito. Quindi non sono d'accordo con questa attribuzione. Credo che Ferdinando fosse il figlio di Raffaele (n.1797), funzionario borbonico dei dazi, scrittore e più importante corografo a livello europeo, cugino di Filippo padre di Francesco.
Nella famiglia Mastriani l'albero genealogico è molto complesso, si ripetono nomi e ci sono molti matrimoni fra consanguinei. Ad esempio lo scrittore Francesco sposò la figlia del cugino del padre, Raffaele, funzionario borbonico che scriveva. Filippo, padre di Francesco, ebbe sette figli di cui uno si chiamava Ferdinando nato nel 1818, un anno prima di Francesco e molti hanno detto che era lui il pittore. Altro non si sa, Raffaele ebbe un figlio nato nel 1838 con lo stesso nome, e sembra più logico che invece fosse lui il pittore in quanto nel 1850 risulta dall'Archivio storico dell'Accademia di Belle Arti che vi fosse iscritto. Sembra più logico che fosse lui a dodici anni ad iscriversi, avendo probabilmente dimostrato la sua attitudine (anche il padre disegnava molto bene) e non esistendo, come oggi, il Liceo Artistico ma solo l'Accademia. Il Ferdinando fratello dello scrittore nel '50 aveva 32 anni e non ci sembra possibile si iscrivesse all'Accademia. Inoltre il figlio di Pia Mastriani, figlia di Raffaele, possedeva molti quadri del pittore e diceva che erano opera del fratello della madre, Ferdinando. Gli eredi di Francesco invece hanno molte notizie e materiale sul loro avo, ma non posseggono alcuna opera di Ferdinando. La convinzione che Ferdinando Mastriani pittore fosse il cugino-cognato di Francesco appare sempre più giusta. Sono giunta a questa conclusione per le date e perché il figlio, ormai defunto, di Pia, sorella di Ferdinando, il pittore, fece quell'affermazione, indicando anche il ritratto della madre tra le opere in suo possesso. Francesco non aveva sorelle di nome Pia, ma Raffaele aveva una figlia Pia e un figlio Ferdinando. Quindi Ferdinando Mastriani pittore non è fratello ma cugino di 2° grado, (o nipote come si diceva a quei tempi, essendo Filippo e Raffaele - loro genitori- cugini) del famosissimo e amatissimo dai napoletani, ma sfortunatissimo, giornalista e scrittore assai prolifico, Francesco Mastriani.
Oli, ma anche tempere su tela. Dall'eroismo retorico delle pitture accademiche è passato allo studio, attraverso i volti e gli atteggiamenti, dell'intimo dei personaggi che ritrae, la pennellata è veloce, i particolari dettagliati svaniti, dominano i grigi, i bruni, ogni tanto i colori si addolciscono nei cilestrini e qua e là squilla un rosso o un bianco. Il Maestro Armando De Stefano che vide con me questi quadri, disse che certamente il Mastriani aveva visto gli Impressionisti. Non lo sappiamo e non capiamo perché della sua vita non ci siano notizie. Su Internet vi è un suo paesaggio montano, forse un viaggio, un soggiorno in qualche località montana, e anche un paesaggio di Ischia con una antica torre.
Vi sono anche delle pitture nella chiesa di Santa Restituta a Lacco Ameno (Ischia) con storie della vita della Santa attribuite a lui. Ma la discrepanza fra queste immagini e quelle che conosco, mi ha lasciato molto perplessa. Qui i colori sono chiari, quasi elementarei, le composizioni e le figure non hanno nessun elemento che le accosti alle tele da me visionate. Una pittura ingenua, popolare, nelle forme, nei colori, nelle composizioni, quasi da ex-voto. Il mistero di questo pittore mi appare sempre più fitto. E viene da porsi una domanda. Ma queste opere di S. Restituta sono di Ferdinando Mastriani? Non è la stessa mano dei dipinti che conosco. Ma siamo sicuri che si tratti della stesso pittore? Il nome è lo stesso ed anche l'epoca, ma forse si tratta di persone diverse.
In una famiglia talentuosa come quella Mastriani, dove oltre Francesco molti altri nel tempo hanno scritto e dipinto, anche se non raggiungendo la notorietà di Francesco, perché non potevano esserci due pittori? Magari quello di Ischia è il fratello di Francesco, Ferdinando. Su vari siti le tele di Santa Restituta sono attribuite a Ferdinando Mastriani, ma sui siti della chiesa, che è molto importante sull'isola, l'attribuzione dei dipinti è a Francesco Mastroianni, un modesto pittore, forse locale. Ed io credo che sia questa la giusta attribuzione e che Ferdinando Mastriani non abbia nulla a che fare con i dipinti della chiesa ischitana, per sua fortuna. Mastriani e Mastroianni sono due cognomi spesso confusi tra loro.
Sullo scrittore sappiamo tanto della vita, dei suoi guai e delle sue delusioni, il figlio Filippo ha documentato tanti momenti della sua storia, ma non solo. Della storia di Ferdinando Mastriani pittore non sappiamo nulla e di quella artistica pochissimo. Non si sa se si sia sposato, cosa che credo improbabile e non ebbe figli. La sua memoria non fu curata da alcuno come avvenne per Francesco. Non aveva fratelli ma solo tre sorelle, quindi nessuno che si interessasse della memoria dell'artista come fece Filippo col padre Francesco. Non era compito femminile nella mentalità del tempo fare certe cose.
Sulla sua vita privata ho trovato solo un libro con scritti di vari personaggi, compreso Francesco Mastriani, che Ferdinando dedica ad Amina Boschetti ballerina classica del San Carlo che diverrà étoile all'Opera di Parigi e sulla quale scriverà anche Baudelaire. Un amore o un'avventura? Non ci sono date. Comunque la danzatrice aveva due anni più del Mastriani.
Ciò che ho scritto è documentato da vari eredi Mastriani, che mi hanno fornito materiali e notizie, dal Fondo Mastriani creato dalla donazione che il figlio di Pia Mastriani fece alla Biblioteca Nazionale di Napoli o da personale conoscenza.
Maresa Sottile


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